Niccolò e gli altri: cantautori di (r)esistenza in questi tempi bui

"Io sono l'altro" non è solamente un primo, emozionante, assaggio del nuovo album di Niccolò Fabi. È anche e soprattutto una canzone che ti spinge a riflettere sullo stato di salute del cantautorato italiano di oggi.
Niccolò e gli altri: cantautori di (r)esistenza in questi tempi bui

È arrivata così, senza preavviso. Senza annunci social, senza dirette Instagram, un po' in controtendenza rispetto alle consuetudini odierne, che vedono gli artisti dare più importanza al modo in cui comunicano l'uscita di una determinata canzone piuttosto che alla canzone stessa. In punta di piedi, nello stile del suo autore, noto per aver sempre mantenuto un'attitudine molto schiva e defilata: "Se volete ascoltarmi, sono qui". Chi lo ha fatto è rimasto affascinato da tanta bellezza, ancora una volta. Ma "Io sono l'altro" non è solamente una prova che conferma - se mai ce ne fosse stato bisogno - che Niccolò Fabi è davvero uno dei nostri migliori cantautori. Non è solamente un primo, emozionante, assaggio di quello che sarà il suo nuovo album, dopo quel gioiellino che è stato "Una somma di piccole cose". È anche e soprattutto una canzone di (r)esistenza, che ti spinge a riflettere sullo stato di salute del cantautorato italiano.

Guardando il panorama musicale italiano contemporaneo può succedere - e succede - di domandarsi se abbia ancora senso sforzarsi di cercare tra gli artisti di oggi qualcuno che sia in grado di raccogliere l'eredità dei grandi cantautori del passato o quantomeno di porsi in continuità storica con quei giganti, e di tracciare - senza peccare di passatismo o nostalgismo - una linea che partendo dalla fine degli anni '60 arrivi fino a noi. Sono davvero i rapper, oggi, ciò che i cantautori erano per la società degli anni '60 e '70? La tendenza al politicamente scorretto sarà pure la stessa, ma i temi e le intenzioni sono diverse. Quindi no. I cantautorapper? Quelli semmai si limitano a fare una cronaca della vita dei ragazzi della loro generazione, senza giudizi e senza prese di posizione. Scartati. E gli eroi dell'itpop? Forse lo erano fino a qualche anno fa: ora sono troppo impegnati a sostituirsi in cima alle classifiche alle star di quelli che loro stessi definiscono "il vecchio pop", e a bearsene.

Poi, però, ascolti la canzone di Fabi. E come questa anche "Canzone contro la paura" di Brunori, "Nessuno vuole essere Robin" di Cremonini, "Coprifuoco" di Vasco Brondi (nascosta in un disco, "Terra", di cui purtroppo non si è parlato abbastanza), "Sei bella davvero" di Motta. Canzoni figlie di questi tempi e per questo fuori moda, che non ti vogliono spiegare il mondo ma che - discretamente - ti prendono per mano e ti invitano a riflettere, ad avere un'idea, un'opinione: "Io sono l'altro / sono quello che spaventa", canta Fabi nell'incipit spiazzante del suo brano. Ascolti l'ultimo - vulcanico - album in studio di Daniele Silvestri, "La terra sotto i piedi", e quello - prezioso - di Riccardo Sinigallia, "Ciao cuore", clamorosamente escluso dalla cinquina dei finalisti delle Targhe Tenco (l'unico premio a cui, purtroppo, poteva oggettivamente ambire). Ti meravigli di come con il suo album d'esordio "La vita veramente" Fulminacci sia riuscito ad unire con credibilità la lezione dei grandi del passato (Battisti, su tutti) ad una scrittura più fresca, lui che ha solamente 22 anni ed è una mosca bianca tra gli artisti della sua generazione. E tiri le somme.

Capisci allora che ci sono canzoni e canzoni, cantautori e cantautori. E che non vanno confusi. Che i rapper avranno pure portato nuova linfa vitale al linguaggio delle canzoni, che i cantautorapper saranno pure bravi a scattare istantanee che parlano di storie quotidiane, che agli eroi dell'itpop va riconosciuto il merito di aver provato a proporre una nuova forma di canzone, in bilico tra passato e presente. Ma che in giro ci sono ancora cantautori puri, di razza. Puliti nelle intenzioni e consapevoli che il loro ruolo è diverso: consiste nel raccontare il presente, analizzarlo, decifrarlo per cercare di tirare fuori qualcosa. Uno spunto, una riflessione, non necessariamente un insegnamento: "In mezzo a questo dolore / e in tutto questo rumore / io canto un mondo che non c'è", per citare Brunori. Per farlo non servono proclami o manifesti: bastano belle canzoni. Come quelle di Niccolò, Dario, Cesare, Vasco, Francesco, Daniele, Riccardo, Filippo, e di tutti quelli come loro: in questi tempi in cui tutti vogliono essere Batman e "nessuno vuole essere Robin", di fenomeni che non fanno altro che sbandierare ovunque i loro successi, incidono un'altra debolezza. E no, non si tratta di impegno politico o sociale, ma semplicemente dell'arte di scrivere canzoni.

di Mattia Marzi

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