'Masters Volume 2', ricordando Lucio Battisti: la testimonianza di Franz Di Cioccio

Un estratto dal booklet della raccolta rimasterizzata a 192KH/24bit che completa l’opera omnia del mito di Poggio Bustone
'Masters Volume 2', ricordando Lucio Battisti: la testimonianza di Franz Di Cioccio

Pensiamo a lui come a una colonna della PFM, di cui fu fondatore, e del prog italiano dei primi anni Settanta insieme alla sua band. Ma Franz Di Cioccio è stato anche uno dei musicisti che lavorarono più intensamente con Lucio Battisti nel periodo 1968-1970. Ecco alcuni brani della sua testimonianza raccolta nel booklet originale di “Masters Volume 2” 

“Il suo primo obiettivo era riuscire a stare a Milano scrivendo canzoni per altri. Il primo gruppo con cui lavorò furono i Dik Dik, nel periodo in cui abitava vicino all’abitazione di Cesare Montalbetti, il fotografo, fratello di Pietruccio dei Dik Dik. A quel tempo i Dik Dik erano specialisti delle cover, non interpretavano canzoni loro, come d’altra parte la maggior parte dei gruppi di allora come anche noi, i Quelli. La Ricordi in quegli anni giustamente affidava i pezzi più importanti o con maggiori potenzialità ai gruppi più popolari, come fece con 'Io ho in mente te' che assegnarono all’Equipe 84...”. 

“Lucio aveva una voce strana, inusuale, e qualcuno ad un certo punto glielo fece notare” (leggenda vuole che si riferisse alla propria voce come peggiore di quella di Mogol). “La differenza era che Mogol non era molto intonato! Ma la sua grande abilità stava nel farti comprendere immediatamente come si dovesse cantare una determinata canzone; con la sua voce alta ed un po’ strozzata, ti faceva sorridere perché capivi che non era un cantante, ma al tempo stesso avevo sviluppato un modo di comunicare che riusciva perfettamente nel suo intento, anche perché nel rapporto tra il canto e ciò che lui aveva scritto si stabiliva un rapporto di simbiosi pazzesca. Lucio spesso usava il falsetto per andare a prendere note che lui non aveva, perché la particolare scrittura di quel testo richiedeva quella tonalità e quell’enfasi… L’utilizzo del falsetto era un piccolo trucco che utilizzava spesso perché seguiva pedissequamente la tonalità che gli veniva suggerita dal testo”. 

“Avevamo gli stessi gusti e ci piaceva il rhythm’n'blues. Come lui io non ho mai suonato con la partitura, provavamo i pezzi qualche volta ed una volta che 'girava' era per sempre. Le cose più belle le facevamo cosi, come '10 ragazze', dove nella sezione ritmica del refrain c’era quella pausetta che lui occupava battendo le dita sulla cassa armonica della chitarra e che io riempii con la cassa della batteria. Glielo proposi e gli andò bene. Con me non è mai stato scontroso, forse per il mio carattere aperto, socievole. Io condividevo con lui lo spirito  pragmatico della composizione. Se ti basi su una partitura sei portato a rispettarla alla lettera e perdere la libertà dell’improvvisazione, che inevitabilmente comporta delle modifiche all’idea iniziale, ma che avvengono in maniera fisiologica rispetto a ciò che si sta provando ad ottenere. Però a parte me credo che anche gli altri non abbiano mai avuto problemi in quel senso. Era impossibile non seguirlo perché la scrittura era di alto livello, la voce sua così particolare ed interessante, e poi c’era tanta energia e ti veniva spontaneo cercare soluzioni insieme”. 

“La sua scelta fu quella di chiudersi in se stesso, ed ha trovato delle strade che spesso lo hanno fatto girare a vuoto, nel senso di crescita come musicista. All’inizio era un ragazzo semplice che seguiva il suo fiuto, le sue intuizioni. Poi una volta cresciuto secondo me ha perso di vista i suoi riferimenti più importanti, e le scelte che fai a quel punto puoi anche sbagliarle, Secondo me si è avvertita la mancanza di un manager che lo aiutasse a capire certe cose". 

“Secondo me sarebbe impazzito per un disco come 'Ok Computer' dei Radiohead, perché quella era la sua ricerca musicale, quelli i suoni che lo avrebbero stimolato ed affascinato. La sua curiosità era inarrestabile”.

Testo a cura di Paolo Maiorino, estratto tratto da intervista con Franz Di Cioccio

 

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