Sesso, droga e Rolling Stones: guarda il documentario 'Cocksucker Blues'

La scomparsa di Robert Frank ha riacceso i riflettori su questo lungometraggio, così trasgressivo che persino Mick Jagger e Keith Richards cercarono di 'insabbiarlo'. Ma che è sopravvissuto alla propria leggenda...

Sesso, droga e Rolling Stones: guarda il documentario 'Cocksucker Blues'

Già il titolo - traducibile in italiano più o meno come "blues del succhiacazzi" - non è che fosse eccessivamente family friendly, specie negli Stati Uniti dei primi anni Settanta, i cui margini di tolleranza "commerciale", in materia di profanità, erano pressoché nulli. Non stupisce, quindi, che "Cocksucker Blues" il film documentario diretto da Robert Frank - il maestro della fotografia scomparso ieri all'età di 94 anni - sia circondato da un alone di leggenda, prima ancora che circa il suo contenuto riguardo la sua "distribuzione": la pellicola, che fissa su nastro il tour americano tenuto dai Rolling Stones nel 1972 per promuovere "Exile on Main Street", fu girata secondo i canoni del cinema verità, con diverse macchine da presa portatili a disposizione dello staff del gruppo di "Paint It Black", diventato così una sorta di operatore corale in grado di catturare ogni sfumatura della vita on the road della band che mancava dagli USA dal '69, anno del maledetto concerto ad Altamont.

E le sfumature, la troupe improvvisata, le catturò eccome: sulla pellicola finirono Mick Taylor impegnato a fumarsi una canna con un roadie, Mick Jagger a tirare cocaina in un backstage, groupie intente a fare le groupie con una band che non aveva nessuna intenzione di tirarsi indietro di fronte a qualsiasi tipo di avance e, addirittura, una ragazza intenta a iniettarsi una dose di eroina in una stanza di albergo. Non proprio un film mainstream, insomma.

La Decca, l'etichetta alla quale i Rolling Stones sarebbero stati legati ancora per pochi mesi - il brano "Schoolboy Blues", meglio conosciuto, appunto, come "Cocksucker Blues", fu la dedica che Jagger fece ai discografici della casa londinese quando gli chiesero un ultimo singolo prima di risolvere definitivamente l'accordo e liberare una volta per tutte il gruppo, che sarebbe passato poi all'etichetta di proprietà Rolling Stones Records - di far circolare il brano non ne volle sapere. E questo non stupisce. Ma nemmeno la stessa band se la sentì di esporsi in modo così crudo, e quindi si rivolse al giudice: Jagger e compagni ottennero dal tribunale un'ordinanza che permetteva la proiezione del film solo in presenza dell'autore - Frank - e non più di quattro volte all'anno.

Sarebbe stato necessario aspettare fino al 2012 per vedere "Cocksucker Blues" proiettato al MOMA di New York in occasione di una rassegna cinematografica dedicata ai Rolling Stones: la mossa dell'istituzione della Grande Mela diede coraggio ai direttori artistici, tanto che un proiezione venne replicata a Cleveland un anno dopo, e negli anni successivi in altre località americane. Ma il tempi sono cambiati, e cioè che prima era così scandaloso da terrorizzare la band che della trasgressione fece una delle sue bandiere, oggi è comodamente visibile su YouTube.

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