Radio Italia, Warner, Sorrisi, Endrigo... qualche critica e una proposta

Radio Italia, Warner, Sorrisi, Endrigo... qualche critica e una proposta
Martedì scorso sono passato dal supermercato sotto casa. C’era la partita in televisione, e dovevo fare scorta di birra, patatine fritte e salsiccette – generi di conforto indispensabili da abbinare al calcio visto dal divano. Prima delle casse del supermercato c’è un’ampia zona edicola, e mi è caduto l’occhio su un blister contenente un Cd – anzi, due: due Cd a solo (“solo”, insomma…) 10,90 euro. Dopo il logo di “Sorrisi e Canzoni” c’era la scritta: “Sergio Endrigo ’65-’73, i 45 giri”, e il logo “Radio Italia anni Sessanta”. Caspita, mi sono detto, che bella idea: di quei 45 giri ne ho molti, ma non in versione digitale. Stavo quasi per comprarlo, quel disco, quando la vecchia abitudine parassitaria del giornalista musicale ha avuto la meglio: e ho pensato “domani vedo di farmelo mandare”.
L’indomani, in ufficio, mi sono ricordato della faccenda. A chi chiedere il disco? Con “Sorrisi e Canzoni” non ho grandi rapporti: sì, ci lavora il mio vecchio sodale Aldo Vitali, ma ci sentiamo di rado, e pare brutto chiamarlo per chiedergli un disco. Però l’ufficio stampa di Radio Italia è curato da un paio di signorine sveglie e gentili: e infatti, scrivendo a loro, nel giro di 24 ore il disco è arrivato sulla mia scrivania (grazie, ragazze). L’ho aperto subito, e con grande curiosità: volevo capire com’era stato fatto il lavoro, e soprattutto quanto il titolo corrispondesse al contenuto. Così ci ho scoperto il logo “Warner Strategic Marketing” – avrei dovuto pensarci, che la Warner ha rilevato il catalogo Fonit Cetra quando la casa discografica di stato è stata svenduta, e che quindi l’etichetta discografica di riferimento doveva essere appunto la Warner.
Se vi state domandando come mai il reparto Strategic Marketing della Warner non informa un quotidiano musicale delle proprie iniziative, tipo questa, sappiate che me lo domando sempre anch’io. Oltretutto, basterebbe dare un’occhiata a Rockol per scoprire che nell’area recensioni abbiamo sempre un occhio di riguardo per le ristampe, le ripubblicazioni, le antologie, e che quasi sempre le recensioni di dischi di questo genere le scrivo io (sono uscite recentemente ampie recensioni delle ristampe del catalogo Universal dei Tyrannosaurus Rex e degli Status Quo, dei primi dischi di Brian Eno per la Virgin, dei dischi dei Gufi per la EMI, e prossimamente si recensiranno un’antologia dei Turtles e la ristampa degli album di Alan Sorrenti per la EMI). Di conseguenza, forse a qualcuno dello Strategic Marketing della Warner potrebbe venire in mente di segnalarmi ristampe e ripubblicazioni del loro catalogo – ammesso che abbiano interesse a che il pubblico ne venga informato (cosa della quale a volte dubito: sembra che le case discografiche ormai tendano a tenere il più possibile riservate le proprie attività, il che in parte spiega anche come mai certi dischi li comprano in pochi).
Comunque: apro il disco, guardo il libretto (un pieghevole di otto paginette) e scopro che, come temevo, anche stavolta si è persa una buona occasione. Mi spiego: i titoli delle canzoni ci sono, e ci sono anche le durate dei pezzi, l’anno di pubblicazione, gli autori e le edizioni musicali. Ma non c’è corredo storico, non ci sono note informative, non ci sono (tranne le 12 in copertina e le due sull’ultima pagina del libretto) le riproduzioni delle copertine originali dei singoli, non ci sono le abbinate facciata A – facciata B; e, cosa altrettanto grave, anzi più grave, le canzoni non sono sequenziate in ordine cronologico. Per dire: “Teresa” e “Come stasera mai”, un singolo del 1965, aprono il secondo Cd, e quindi sono posposte a “Elisa Elisa” e “Antiqua”, un singolo del 1973, che chiude il primo Cd. Perché, ci si domanda? Forse per rendere più “invitante” l’ascolto del secondo Cd aprendolo con una canzone abbastanza nota? Ma questo non significa tradire la storia, rendere incomprensibile l’evoluzione artistica di Sergio Endrigo confondendone e rimescolandone gli episodi? E, sempre per dire, dov’è finita “La donna del Sud”, una canzone di (credo) Bruno Lauzi che Endrigo ha pubblicato su singolo nel 1967? In questo doppio Cd non la trovo. Eppure sul libretto del Cd c’è un ringraziamento a Matteo Perazzi, che cura un ottimo sito dedicato a Endrigo (www.sergioendrigo.it). E non si poteva chiedere a Perazzi, o a qualche giornalista appassionato ed esperto di cantautori italiani, di scrivere un testo che raccontasse l’attività di Endrigo nel periodo 1965-1973? Oltretutto, Endrigo ha partecipato a parecchi Festival di Sanremo, in quel lasso di tempo: e se il libretto indica correttamente la corrispondenza fra canzoni e Festival (“Adesso sì”, “Dove credi di andare”, “Canzone per te”, “Lontano dagli occhi” e “L’arca di Noè”), non si perita di segnalare che le ultime tre di queste canzoni si sono classificate rispettivamente prima, seconda e terza in tre Festival consecutivi (1968, 1969 e 1970). E non si poteva intervistare Endrigo, approfittando del fatto che egli è vivente e contemporaneo, offrendo all’acquirente del Cd un’occasione per saperne di più delle canzoni che vi sono incluse dal racconto della viva voce dell’autore?
Dicono: sono cose che costano, e che portano via tempo. E allora? Non varrebbe la pena di lavorare bene, su queste operazioni, riconoscendo il valore che ha (storico, artistico e fors’anche culturale) alla canzonetta italiana? Perché dobbiamo sempre fare brutta figura di fronte agli inglesi e agli americani, che quando compilano antologie e realizzano ristampe le corredano di bonus track, inediti, informazioni dettagliate, libretti non necessariamente lussuosi ma che costituiscono un’utile guida all’ascolto del disco? E comunque: questa iniziativa è firmata da tre marchi credibili, ognuno per proprio conto: una casa discografica con un catalogo sterminato; una testata giornalistica che dispone dell’archivio storico più ampio sulla canzone italiana e di molti giornalisti e collaboratori; una radio che ha fatto fortuna proprio occupandosi esclusivamente di canzone italiana. Possibile che a nessuno dei tre sia venuto in mente che questo doppio disco lo si poteva fare meglio di così?
Certo, l’ho già scritto: i tempi, i costi, il mercato… ma la qualità, alla lunga, paga sempre. E un prodotto discografico ben realizzato diventa un long seller, un titolo prestigioso, un’operazione utile anche dal punto di vista dell’immagine. Per favore, signori miei: la prossima volta pensateci un po’, prima di sprecare (in parte, non del tutto) un’ottima occasione per farsi fare dei complimenti. Anzi, la butto lì: Radio Italia non potrebbe farsi promotrice di una serie, di una collana, di una linea di ripubblicazioni sulla falsariga di questa dedicata a Endrigo? Ha il peso (economico e promozionale) per poterlo fare, interagendo di volta in volta con diverse case discografiche, magari chiedendo consulenze a gente che ne sappia davvero (Italo Gnocchi, Fernando Fratarcangeli…), e guadagnandosi una benemerenza presso il pubblico e i giornalisti ipercritici come me. Se fossi in loro, ci penserei su.
(fz)
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