‘Arrivederci amici, arrivederci’: la recensione dell’ultimo concerto italiano di Joan Baez

La cantautrice statunitense ha fatto tappa a Collegno - l'unica, di questa seconda tranche del tour, in Italia - per salutare i fan della Penisola prima del ritiro dalla scene: il nostro racconto dell'arrivederci dell'"Usignolo di Woodstock".

‘Arrivederci amici, arrivederci’: la recensione dell’ultimo concerto italiano di Joan Baez

Fazzoletto rosso legato al collo, orecchini lunghi e una chitarra acustica stretta tra le braccia magre. Sembra di tornare a grandi balzi indietro nel tempo a guardare Joan Baez sul palco del Flowers Festival di Collegno, Torino, dove ieri sera, 19 luglio, la folksinger di origini messicane simbolo degli anni Settanta si è esibita nell’unica tappa italiana di questa seconda tranche del suo tour d’addio alle scene, il “Fare Thee Well Tour”, in corso dallo scorso anno. Non fosse tradita dalle rughe che rigano il volto dell’ormai settantottenne cantautrice statunitense, Joan Baez sembrerebbe esattamente la stessa, l’“Usignolo di Woodstock” che con i suoi gorgheggi ha parlato di lotta, di pace e di amore a un’intera generazione in cerca di risposte. Sono passati cinquant’anni da quando la voce di “Farewell Angelina” ha portato la sua musica al raduno rock più famoso della storia e oggi, dopo aver dato alle stampe nel 2018 il suo ultimo capitolo discografico, “Whistle Down The Wind”, Joan Baez è venuta a Torino a cantare il suo addio.

Il palco allestito per la cantautrice nel Cortile della Lavanderia a Vapore del Parco della Certosa di Collegno è semplice ed elegante, corredato da un solo maxischermo. Si parte con “There but for Fortune” e poi subito “Farewell Angelina”, uno dei classici più amati di Joan Baez, che con il terzo brano in scaletta “Don’t Think Twice, It’s All Right” viene raggiunta sul palco dai suoi musicisti: “Please welcome my big band”, scherza la cantante accogliendo in scena suo figlio Gabriel Harris, alla batteria, e Dirk Powell, che nel corso del live si destreggerà tra chitarra, banjo, mandolino e pianoforte. Con “Silverblade”, una storia di violenza, si entra nel vivo dei contenuti che segnano il repertorio scelto da Joan Baez nel corso degli anni, pezzo che lascia il posto a “It Ain’t Me, Babe”, “another song from Bob Dylan”, come la presenta l’artista che con l’iconico cantautore di Duluth ha condiviso arte e amore, a partire dalla frizzante scena del Greenwich Village di New York degli anni Sessanta dove i due hanno incrociato per la prima volta i loro sguardi. “A ogni concerto dedichiamo una canzone ai migranti e ai rifugiati”, dice Joan Baez al pubblico prima di attaccare con “Deportee”, accompagnata dal violino, e lasciare poi entrare la seconda voce che farà da spalla alla cantautrice, Grace Stumberg, che canta con Joan Baez il classico “Diamonds & Rust” e tornerà ad accompagnare l’artista su numerosi altri pezzi. La sua, invece, di voce, quella dell’“Usignolo di Woodstock”, porta in sé tutte le incrinature degli anni e allo stesso tempo è sempre, inconfondibilmente, la voce della bella Joan Baez: un po’ più roca e affaticata, modulata su tonalità più basse di quelle originali dei brani, è incredibilmente intensa e melodiosa, come sempre è stata.

Si continua con “Catch the Wind” di Donovan e con il pianoforte di “No More Auction Block / Oh, Freedom”, mentre Joan Baez fa grandi sorsi da un tazza tra una canzone e l’altra e chiacchiera, chiacchiera, chiacchiera con il suo pubblico introducendo i brani del suo universo: “Abbiamo bisogno di un altro mondo perché il nostro è finito”, spiega prima di partire con “Another World”. Dopo “The President Sang Amazing Grace” e “Suzanne” è la volta di un altro dei classiconi della Baez, “Joe Hill” – “L’ho suonata in Italia, l’ho suonata a Woodstock, l’ho suonata sotto la doccia” -, del traditional reso celebre dalla versione degli Animals “The House of Rising Sun” con il bel contrabbasso di Dirk Powell, di “Ain't Gonna Let Nobody Turn Me Around”, seguito dall’assolo di Gabe, e infine di “Gracias a la vida”, che chiude il set lasciando spazio all’encore.

Come da tradizione, Joan Baez nel bis propone al pubblico tricolore “C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” portata al successo da Gianni Morandi – al concerto dello scorso mese di agosto a Roma il cantante emiliano in persona ha raggiunto Baez sul palco unendosi a lei nell’esecuzione del brano scritto da Franco Migliacci e Mauro Lusini -, la seconda canzone che questa sera l’artista attinge dal repertorio di Morandi, dopo averci già cantato “Un mondo d’amore”. Restando alle nostre latitudini Baez intona anche il brano da lei realizzato insieme al Maestro Ennio Morricone, “Here’s to You”, mentre il pubblico, che ha abbandonato i suoi posti a sedere, si schiaccia contro le transenne per avvicinarsi il più possibile a Joan e cantare forte insieme a lei, che regala anche qualche passo di danza a chi è accorso nella periferia di Torino per salutarla. “Arrivederci amici, arrivederci”, canta in italiano Joan Baez mentre intona l’ultimo pezzo in scaletta, “Dink's Song (Fare Thee Well)”. Sorride timidamente e si gode con emozione i calorosi applausi che piovono sul suo arrivederci. Un arrivederci, sì, perché per quanto Joan Baez sia intenzionata a lasciare le scene tutti sperano che in qualche modo l’artista non smetterà di essere presente, come tutti quei grandi che anche se non incidono più dischi e non vanno più in tour fanno capolino in qualche rara occasione per ricordarci che se c’è qualcosa che non perderà mai la sua bellezza e la sua potenza questa è la musica. “Grazie!”, gridano i fan stretti sotto al palco. Grazie, diciamo anche noi, grazie Joan, grazie di tutto.

di Erica Manniello

 

Scaletta:

There but for Fortune (di Phil Ochs)
Farewell Angelina
Don’t Think Twice, It’s All Right (di Bob Dylan)
Whistle Down the Wind (di Tom Waits)
Silverblade (di Josh Ritter)
Deportee (di Woody Guthrie)
Diamonds & Rust
Catch the Wind (di Donovan)
No More Auction Block / Oh, Freedom
Un mondo d’amore (di Gianni Morandi)
Another World (di Antony and the Johnsons)
The President Sang Amazing Grace (di Zoe Mulford)
Suzanne (Leonard Cohen)
Joe Hill (di Earl Robinson)
The House of Rising Sun
Ain't Gonna Let Nobody Turn Me Around
Gracias a la vida (di Violeta Parra)

Bis:
Forever Young (di Bob Dylan)
Imagine (di John Lennon)
C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones (di Gianni Morandi)
Here’s to You
Donna Donna
Blowin’ in the Wind (di Bob Dylan)
Dink's Song (Fare Thee Well)

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