Omar Sosa: l’intervista di Andrea Pedrinelli

Incontro a tu per tu con il musicista cubano/spagnolo alla vigilia del tour italiano

Omar Sosa: l’intervista di Andrea Pedrinelli

“Ho sentito anch’io, sì, che molti vogliono cambiare nome al jazz: e già alcuni usano come logo su certe piattaforme musicali il termine ‘Bam!’, Black American Music. Per me però il jazz, comunque lo si chiami, è e resterà una filosofia: la filosofia della libertà. Si tratta di una cultura musicale senza frontiere, che si caratterizza proprio con la libertà e la predica: diffondendo quanto sia importante che gli esseri umani si rapportino sempre gli uni agli altri in concordia. Dunque non penso conti molto come si chiama o chiamerà questa musica, è importante che viva semmai… Viva il jazz, sempre!”

Omar Sosa sorride, quando gli si chiede del movimento che negli States vorrebbe identificare di più con la cultura afroamericana una musica il cui nome ha appena compiuto cent’anni di vita. Sosa sorride come per solito sorride la sua opera artistica, che sviluppatasi sotto mille cieli (lui è nato a Cuba, poi si è trasferito in Ecuador, di lì a San Francisco e ora vive in Spagna) ha saputo maturare un jazz d’impronta latina aperto a svariate influenze, sia culturali che tecniche visto che l’elettronica spesso Sosa l’affianca al lavoro sull’amato pianoforte. E proprio con un progetto multiforme, “Aguas”, Sosa è prossimo a un’ampia tournée italiana: per proporre live l’omonimo album del 2018 unendo appunto piano ed effetti elettronici alla voce ed al violino di Ylian Cañizares e alla ritmica delle percussioni di Gustavo Ovalles (che sui palchi sostituisce Inor Sotolongo, presente invece nel cd edito da Otá Records). Il tour italiano del compositore e bandleader nato a Cuba nel ‘65 prenderà le mosse dalla ventisettesima edizione di “Jazz By the Sea” a Fano, dove Sosa sarà in scena venerdì 26 luglio, star del festival assieme a Terence Blanchard (che lo apre il 20), Joshua Redman, Paolo Fresu e Giovanni Sollima, Dobet Gnahoré, Jaques Morelenbaum e altri: in un cartellone che va sino al 28 luglio. E dopo Fano “Aguas” verrà proposto il 27 luglio ai “Concerti del parco” della Casa del jazz di Roma, il 7 agosto a Padova, l’8 a Reggio Calabria, il 10 a Noto e infine il 12 a Berchidda e il 13 a Telti, in entrambe le occasioni per la rassegna sarda “Time in Jazz” fondata e diretta da Fresu.

Sosa, lei è spesso presente sulle scene italiane: viene da chiedersi se abbia un rapporto speciale con il nostro Paese. E quanto conosca del nostro jazz, anche…
“Io ho bisogno dell’Italia! Dei suoi costumi, delle tradizioni, del cibo… E dell’amore per l’arte che si respira da voi. Mi aiuta a creare in modo più elegante e senza allontanarmi dalle mie radici, perché in un certo senso l’Italia assomiglia a Cuba: a Napoli sento addirittura crescere la nostalgia della mia patria… Il vostro jazz, per come l’ho conosciuto proprio grazie al mio fratello Fresu, possiede solidità, e una magia particolare: come se nei musicisti italiani si riverberasse l’eco della vostra tradizione, una tradizione ricchissima, luminosa e decisiva per l’intero pianeta. Con Paolo ho conosciuto il vostro jazz ma anche l’opera lirica, un genere capace di segnare un prima e un dopo nella storia della musica; inoltre ho condiviso momenti musicali magici con artisti del calibro di Alessio Bertallot o Marco Zurzolo. Senza dimenticare che per i miei progetti spesso registro a Udine da Stefano Amerio, e da anni collaboro con l’ingegnere del suono Marco Melchior”.


Lei è ben conosciuto: quattro nomination ai Grammy, collaborazioni di spicco, album capaci di stimolare strade jazzistiche nuove sin da “Across the Divide” del 2009 o “Eggūn” del 2013. Però Ylian Cañizares, cubana naturalizzata svizzera classe ’83, da noi non la conoscono in molti: come ce la presenta?

“Come una voce autentica, piena di luce, talento, vigore, conoscenze. Invito tutti, a condividere il viaggio che facciamo insieme: di cui lei è uno dei timonieri, non comprimaria. Perché vede, il punto non è se si è bravi o no: nel canto e non solo. Quanto conta è saper trasmettere quello che si ha dentro. Ed Ylian in questo è bravissima, trasmette sé stessa e crea subito un contatto con chi ascolta”.

Qual è il suo obiettivo, con il progetto “Aguas”?
“Suonare una musica nostra, comunicando con le persone. E trasmettere in tale musica un messaggio di pace, armonia, multiculturalità…. Umanità, direi. Poi c’è un altro aspetto, che è quello di far conoscere la nostra visione al 2019 della tradizione che ci ha preceduti”.

Quanto conta, questa sua tradizione, nella musica che compone oggi?

“Ogni cultura ha i suoi colori, sapori, odori: quindi anche il jazz che nasce da una cultura caraibica tiene conto di elementi propri. I quali però, più che renderlo diverso da quello che si fa negli States, mostra quanto entrambi siano vicini alla comune madre Africa. Anche la colonna vertebrale del cosiddetto jazz caraibico è figlia di un patrimonio genetico più ampio, che porta sempre a una musica caratterizzata da grande dinamica e importanza dell’aspetto ritmico”.

E l’elettronica, quanto conta in “Aguas”, e per Omar Sosa nel 2019?

“L’elettronica, semplicemente, è un colore. Un colore che in modo sottile avvicina alle sonorità attuali, a quello che si ascolta nella maggior parte degli stili in voga adesso. Aiuta quindi a comunicare”.

Comunicare che cosa? Lei è da sempre attento a che ci sia un messaggio nel jazz: oggi che cosa vorrebbe trasmettere?

“Quello che le dicevo prima: pace, amore, unità, accordo. Non sono banalità, sono ciò di cui questo mondo credo abbia davvero bisogno. Stiamo vivendo un momento difficile”.

A Cuba come si sta adesso, dopo la fine dell’embargo? E lei che ricordi ha di quando eravate anche sotto l’ombrello dell’Unione Sovietica?

“Guardi, di solito non parlo di politica. Però l’embargo le confesso che lo sentiamo ancora, dentro di noi e nella nostra vita quotidiana: è stata un’esperienza pesante. E questo anche se oggi per i giovani fortunatamente è più facile viaggiare, realizzare progetti e non staccarsi in toto dalla patria. Quando c’era il blocco sovietico a Cuba, peraltro, ci mancavano i generi di prima necessità, ed era impossibile non solo viaggiare o studiare ma pure alimentarsi in modo corretto. La mia generazione è stata molto segnata, da queste faccende: e soprattutto perciò in molti siamo andati via. Cercando, oltre che, com’è il mio caso, di condividere e imparare musica presso altre culture, soprattutto di conquistare un livello migliore di vita”.

Perché un giovane dovrebbe avvicinarsi al jazz, secondo Omar Sosa?

“Le dico quello che vedo in giro: per molti è un’occasione di crescere come strumentisti, raggiungendo un livello tecnico che gli permetta di esprimere al meglio ciò che l’anima comunica loro; per altri, invece, è proprio perché il jazz è una terra musicale di libertà”.

Ma come si studia il jazz? Lei da dove partirebbe per insegnarlo?

“Consiglio sempre di ascoltare. Ascoltare tutto, o almeno tanto, senza barriere. E poi studiare, senza fermarsi mai. Nello specifico della storia del jazz bisogna partire dall’albero genealogico, per conoscerlo: quindi Miles Davis, Thelonious Monk, John Coltrane, Bill Evans, Keith Jarrett, Herbie Hancock… Ascoltare questi geni e i loro album classici è decisivo”.

Nel futuro invece cosa c’è per Omar Sosa?

“Vari progetti. Uno s’intitola “Badzimu”, l’ho registrato in Sudafrica centrando il lavoro sul tamburo tradizionale Venda e la musica dell’omonima regione: nel disco sono con me il sassofonista Manu Dibango, la cantante Indwe, il percussionista Ashy, il trombettista Christian Scott e molti altri musicisti, e dovrebbe uscire a inizio 2020. Poi ho un altro lavoro in corso, sempre con musicisti e musica tradizionali, registrato invece durante un tour in Africa Orientale e mirato a far incontrare la tradizione africana pura con elementi jazz, sempre però marcandoli finemente con l’elettronica, in chiave minimalista”.

Andrea Pedrinelli

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