Bowie, l’allunaggio: storia di “Space oddity”. Di Paolo Madeddu (parte 2)

Nei giorni del cinquantesimo anniversario dell’arrivo del primo uomo sulla Luna, un saggio di Paolo Madeddu, che pubblichiamo in due puntate, offre una approfondita ricostruzione della storia della celebre canzone di David Bowie.

Bowie, l’allunaggio: storia di “Space oddity”. Di Paolo Madeddu (parte 2)

Di nuovo Terra-Terra.

Nel mese di agosto, intervistato dall'”International Times”, Bowie disse che sperava che “Space oddity” vendesse soprattutto per finanziare la sua nuova avventura: il Beckenham Arts Lab, fondato a maggio con la nuova compagna Mary Finnigan, nel retro del Three Tuns Pub. Un piccolo centro controculturale dove contava di organizzare reading di poesie, lezioni di mimo, spettacoli di marionette. “A Beckenham non c'è nulla, solo la televisione. Il laboratorio è un posto per estroversi che cercano un'occasione per esprimersi”. Ripetè il concetto anche a “Melody Maker”: “C'è molto talento nelle periferie e il movimento dei laboratori artistici come il nostro è molto importante”. Il suo coinvolgimento nell'iniziativa durò fino al marzo del 1970: presto il cantante si annoiò dei troppi velleitari che vi gravitavano attorno senza dare contributi di alcun tipo. In particolare, il 16 agosto, un piccolo festival pop organizzato dal Lab (vi parteciparono tra gli altri John Peel, The Strawbs e Junior's Eyes) gli causò una profonda irritazione nei confronti del movimento hippie - e anche con le persone che in quel momento lo concupivano: la fidanzata Mary Finnigan, Calvin Mark Lee e la futura moglie Angela Barnett, tre "fottuti materialisti" che ragionavano troppo sui tremila spettatori e sui soldi dell'incasso. A farne le spese fu la Finnigan, visto che il mese successivo Bowie, che già da qualche mese aveva preso a far dormire la Barnett nella casa dell'esterrefatta e innamorata giornalista che lo ospitava, andò definitivamente a vivere con l'estroversa americana.
Non è chiaro se fu a quel punto che Ken Pitt, per sua stessa ammissione, allungò 140 sterline a uno dei tanti personaggi che conoscevano i trucchi per "spingere" i dischi. E nessuno saprà mai se questo faccendiere (una delle tipiche figure "coi contatti" che si aggiravano nei mercati discografici dell'epoca - e forse anche di quest'epoca) fece davvero quel che aveva promesso. Sta di fatto che un mese dopo l'allunaggio, il 25 agosto, Bowie fu chiamato da “Top of the pops” della BBC per interpretare il pezzo. Solo una registrazione, niente diretta. Bowie si presentò con lo Stylophone, piccolo espediente per essere certo di essere inquadrato più spesso dei colorati ragazzi del pubblico (i produttori dello strumento ne furono molto felici, e iniziarono a includere “Space oddity” nelle loro pubblicità). Ma intanto, forse ad aumentare la sua irritazione, sia nel Regno Unito che negli USA, al n.1 delle charts c'era la canzone “In the year 2525” di Zager and Evans, duo folk-rock del Nebraska, una ballata cupissima su come il futuro ci avrebbe resi dipendenti dalla tecnologia. A dire il vero, il futuro non avrebbe riservato molto al duo, perlomeno nella musica: malgrado tale exploit transatlantico (solo negli Stati Uniti vendettero 4 milioni di copie) divenne immediatamente una meteora del pop.

In orbita, alfine

Ma finalmente, pochi giorni dopo, il 31 agosto “Space oddity” entrò nella top 50, al n.48.
Ahinoi, ne uscì la settimana successiva.
Ma ci rientrò il 14 settembre, e a un più incoraggiante n.39, mentre al n.1 c'era una canzone che parlava della Luna - ma con tutt'altra prospettiva: “Bad moon rising” dei Creedence Clearwater Revival.
Pure, il 21 settembre l'astro d'argento sembrò sorridere un pochino a Bowie, che guadagnò il n.25. La settimana successiva salì al n.20, e il 5 ottobre arrivò al n.13. La Philips aveva acquistato una pagina sul “New Musical Express” del 4 ottobre per festeggiare in anticipo: “‘Space oddity’ di David Bowie ha infranto il muro della classifica ed è diretta in alto”. Il 9 ottobre, mentre Bowie era in tour ad aprire i concerti degli Humble Pie, la puntata di “Top of the pops” venne finalmente trasmessa. E così, dopo 5 anni e 4 mesi di sfibranti tentativi, il 12 ottobre 1969 David Bowie entrò nella top 10 inglese, al n.8.
“Che cosa strana. Mio padre è morto, e una settimana dopo il mio disco ha avuto successo” (intervista a “Melody Maker”, 1971).
Il 16 ottobre “Top of the pops” trasmise la performance di Bowie per una seconda volta. Il pezzo salì al n.6. Raggiunse il suo picco il 26 ottobre, posizionandosi al n.5; in prima posizione c'era l'allegrotta “Sugar, sugar” degli Archies. Pochi giorni prima il cantante si era recato nuovamente alla radio di Stato per incidere (per la terza volta) una BBC Session. Poi a breve distanza, tornò alla ZDF e, a ruota, alla televisione della Svizzera Tedesca per presentare “Space oddity” in playback. Il 2 novembre il brano iniziò a scendere; il 9 novembre uscì dalla top ten britannica e il 14 dicembre uscì del tutto dalla classifica. Nel frattempo il 14 novembre era uscito l'LP “David Bowie”, la cui prima traccia era “Space oddity”.

Tom vs Ziggy

Al di là del cambiamento di tono rispetto al Bowie "leggero" ascoltato in gran parte del primo album, come composizione “Space oddity” - priva di un vero ritornello, con cambiamenti di passo interni verso un climax finale che per certi versi ricorda “A day in the life” dei Beatles - è più prog che glam-rock, un puzzle di diversi momenti cuciti in modo mirabile da Dudgeon e dalle soluzioni impiegate per gli strumenti, dal mellotron allo Stylophone. Dal punto di vista artistico, poi, la distanza tra il Bowie del debutto di “Liza Jane” e quello di “Space oddity” sembra molto più ampia dei cinque anni che separano le due canzoni. Ma anche quella tra il Maggiore Tom e Ziggy Stardust è a sua volta più estesa di quello che sembra, nonostante gli anni siano solo tre e il tema spaziale sia apparentemente lo stesso. In “Space oddity” non c'è glamour, non c'è fantascienza e non ci sono alieni - c'è casomai alienazione. Ziggy prova a dare risposte, Tom viene acclamato come eroe nel momento in cui scopre di non averne.
Tra le varie interpretazioni che il brano ha ricevuto nei decenni, è giusto partire da quella di Bowie medesimo quando tornò sul luogo del delitto, e in “Ashes to ashes” (1980) rievocò il suo personaggio. “Quando ho scritto per la prima volta le vicende di Major Tom ero un giovane molto pragmatico e con una certa autostima che pensava di sapere tutto del grande sogno americano, di dove cominciasse e dove dovesse finire. Perciò avevamo questo grande dispiego di know-how tecnologico americano che lancia questo tipo nello spazio, ma una volta che lui ci arriva, non sa più realmente perché si trova lì”. E nel 1969, intervistato dalla sua partner Mary Finnigan per “International Times”: “Quando vediamo le immagini di un astronauta al lavoro sembrano quella di un automa e non di un essere umano, ma il mio Major Tom non è altro che un essere umano. Così la canzone veniva da una sensazione di tristezza per la disumanizzazione dello spazio. Per questo ho scritto una canzone-commedia su questo tema, per cercare di collegare scienza e emozione umana. Penso sia un antidoto alla smania per la corsa allo spazio”.
La delusione esistenziale dell'uomo moderno e la mancata risposta del progresso scientifico sembrano quindi i cardini del pezzo, con buona pace delle teorie sul distacco dal ventre materno, sulla perdita dell'innocenza della popstar, sulla fine della controcultura (tesi illustre, di Camille Paglia) o sul "viaggio" da eroina - perché malgrado alcune dichiarazioni rilasciate dal cantante nel suo periodo ciarliero, a metà anni '70, c'è da fidarsi di John Hutchinson che esclude che l'amico all'epoca si spingesse più in là di hashish e vino bianco. Forse proprio dalla stizza per questa interpretazione oppiacea nascerà la frase "Noi lo sappiamo che Major Tom è un tossico", in “Ashes to ashes”.
Non va escluso invece uno sfondo di malinconica, buddhista rinuncia nel lasciarsi andare alla deriva del Maggiore, perché come è noto, "il pianeta Terra è triste, e non c'è niente che io possa fare". Ancora dall'intervista di Mary Finnigan: “Alla fine della canzone il mio protagonista è privo di emozioni, non gli interessa cosa sarà di lui. Ha rinunciato a pensare, si sta dissolvendo. La sua mente alla fine esplode, va a far parte del tutto”.

Ispirazioni

Accanto al film di Kubrick, tra le ispirazioni di “Space oddity” potrebbero essere incluse alcune delle tante letture di fantascienza del cantante, in particolare “Caleidoscopio” di Ray Bradbury, dove i protagonisti stanno a tutti gli effetti andando alla deriva nell'universo. E, dello stesso scrittore, “L'astronauta”, il cui protagonista è più annoiato che esaltato dal suo mestiere. Il racconto in originale si intitola “Rocket man”, come la canzone che nel 1972 portò un altro successo al lanciatissimo Elton John. David Bowie non prese benissimo la cosa: l'idea del brano gli sembrava copiata da “Space oddity”, e per di più il produttore era proprio Gus Dudgeon. In diverse interviste schernì il collega dandogli dell'imitatore, e in alcuni concerti di quell'anno, verso la fine di “Space oddity” intonò esplicitamente "I'm just a rocket man!" Il 13 gennaio 2016, pochi giorni dopo la morte di Bowie, durante un concerto a Los Angeles il rivale dedicò “Rocket man” a Bowie e le antepose un'introduzione pianistica in cui si potevano riconoscere alcuni frammenti di “Space oddity”.

Stelline

La critica dell'epoca non si sbilanciò molto. Anche i tifosi della prima ora, come Penny Valentine di “Disc and Music Echo” o l'illustre Chris Welch di “Melody Maker” rimarcarono una somiglianza coi Bee Gees. Qualche anno dopo, in una celebre intervista con Lou Reed, pietra miliare di tutte le interviste in cui il giornalista si ritiene più rockstar dell'intervistato, Lester Bangs rimproverò Lou Reed di “essersi reso ridicolo innamorandosi di Bowie. Andiamo, che è tutta quella merda cosmica di ‘Space oddity’? Non è che spazzatura alla Paul Kantner”. Reed avrebbe ribattuto “Non è vero! Lui è un genio, è brillante!”. Bangs: “Era merda di cane”.
E con questo ringraziamo Bangs per aver dato un padre nobile a tutti i guappi che scrivono di musica.

Missioni successive

Sulla scia del successo di Ziggy Stardust, “Space oddity” fu rapidamente ripubblicata in USA dalla RCA, che aveva acquisito il catalogo Mercury. L'etichetta chiese a Mick Rock di girare un video promozionale con Bowie, che stava incidendo “Aladdin sane”, truccato in stile Ziggy, con Mick Ronson a sostegno. “Non so perché, ma ero del tutto disinteressato e si vede. Mick però è venuto bene”. Il singolo andò al n.15 in classifica.
Nel 1975, ripubblicata in versione maxi-singolo con “Changes” e “Velvet goldmine”, andò al n.1 nelle charts, prima volta in assoluto per Bowie in patria. Nel 1980 una versione particolarmente asciutta, per basso, chitarra, piano e batteria - e con 12 secondi di silenzio al posto del "decollo" fu pubblicata come lato B di “Alabama song”. A produrla fu Tony Visconti, undici anni dopo il gran rifiuto. “L'avevo suonata da solo sul palco e sapevo che impatto poteva avere anche senza archi e synth”, spiegò Bowie. Che comunque, fece scrivere "Sorry Gus" per non ripudiare il lavoro fatto da Dudgeon nel 1969. A proposito di Dudgeon, questi nel giugno 2002 comunicò la sua intenzione di fare causa alla Philips (poi divenuta Universal) per un 2% di royalties relative alla canzone, mai ricevute in oltre 30 anni. Ma insieme alla moglie morì poco dopo in un incidente stradale.
Il 20 luglio 2009, per festeggiare i 40 anni dall'uscita, è stata la volta di un EP digitale comprendente tra l'altro le parti separate degli strumenti - a meno che non fossero stati uniti nello stesso canale di registrazione, come chitarra e Stylophone. E, chicca finale, la versione cantata in italiano col testo di Mogol, “Ragazzo solo, ragazza sola”.

Il ritorno del Maggiore

Il Maggiore Tom sarebbe tornato nelle canzoni di Bowie nel 1980 in “Ashes to ashes”, nel 1996 nel remix di “Hallo spaceboy” (per iniziativa dei Pet Shop Boys che rimescolarono le parole di “Space oddity”: "Ground to Major, bye-bye Tom; dead the circuit, countdown’s wrong") e nel 2016 all'interno dell'ultimo video, quello di “Blackstar”. Dal punto di vista sonoro, viene evocato in “Buddha of suburbia”, quando verso la fine della canzone irrompe l'inconfondibile riff di chitarra. Rimarrà invece tra padre e figlio l'ipotesi che ci sia stato un passaggio di consegne tra "Space oddity" e il film “Moon” di Duncan "Zowie" Bowie, nel quale un senso di cosmica solitudine accompagna il protagonista per tutta la durata del film.
Oltre a Bowie, altri hanno immaginato un sequel per le avventure del cosmonauta: nel 1983 Peter Schilling ottenne uno dei maggiori successi internazionali conseguiti da un cantante tedesco con “Major Tom” (“Völlig losgelöst”), che entrò in classifica in vari Paesi europei e al n.14 negli Usa (facendo quindi meglio del brano di Bowie); il brano ha ricevuto una cover anche dagli Apoptygma Berzerk. Nel 2003 il canadese K.I.A. ha raccontato il punto di vista dell'amata moglie in “Mrs. Major Tom”. E nel 2011 il capitano Kirk in persona, l'ineffabile William Shatner, ha pubblicato l'album “Seeking Major Tom”, nel quale numerosi ospiti illustri lo accompagnano, senza farsi troppe domande, in una stravagante fantasia spaziale che insieme a “Space oddity” (arricchita da un assolo di Ritchie Blackmore, nientemeno) include il succitato brano di Schilling, “Mrs. Major Tom”, interpretata da Sheryl Crow, e altri pezzi a tema variamente spaziale, inclusa la malsopportata “Rocket man” di Elton John, nella quale la guest-star dell'attore è Steve Hillage dei Gong.
Si sono cimentati con delle cover anche Hank Marvin, Cat Power, Flying Pickets, Peter Murphy, Natalie Merchant, Helloween, Steven Wilson, Tangerine Dream, lo stesso Rick Wakeman ma anche il successivo pianista di Bowie, Mike Garson, che ne ha dato due apprezzabili riletture in chiave jazz (un po' lounge, volendo) nelle sue “Bowie variations”
Nel maggio 2013 l'astronauta canadese Chris Hadfield ha inviato una sua versione del brano dalla stazione spaziale ISS, la cui apparizione su YouTube ha generato un dibattito legale sul regime dei diritti d'autore in orbita terrestre. Bowie, che non possedeva il copyright della canzone (unico caso della sua discografia) ha definito il brano "la versione forse più emozionante che ne sia mai stata eseguita".

Passeggiate

La storia delle esecuzioni dal vivo di “Space oddity” rivela il rapporto non facile di Bowie con la sua primissima hit, specie nel periodo della Ziggymania, durante il quale il brano sembrava una sorta di spettro del passato. Nel “Live a Santa Monica '72” ne esegue una versione acustica, sostenuto solo dal basso e da Ronson alla seconda voce; c'è qualcosa di sprezzante nel modo in cui simula il decollo con una lunga nota crescente eseguita con voce nasalissima. Nel tour americano di “Diamond Dogs” la cantò in un microfono mascherato da telefono rosso, seduto su una poltroncina, mentre un braccio meccanico lo sollevava sugli spettatori (stessa trovata scenica, compreso il telefono, con cui avrebbe aperto i concerti del 1987 cantando “Glass spider”). Da tale tour si può ascoltare la versione dal vivo a Philadelphia (aprile '74), significativamente scartata dal suo primo album dal vivo, “David Live”, ma poi inclusa nella ristampa del 2005. Trasformata dall'arrangiamento in una lenta, onirica ballata soul, giunge a un crescendo emotivo finale in cui il cantante, che fino a quel momento ha mantenuto un atteggiamento di ostentato distacco (testimoniato dalle riprese per il documentario “Cracked actor”, che si riferisce a uno show del settembre 1974) si lascia sfuggire un più partecipe "...Good God!", proprio un attimo prima che Earl Slick esegua l'assolo di chitarra finale.
Dopo averla praticamente tolta dalla scaletta nei tour successivi al 1974, la riprese nel “Serious Moonlight” del 1983 suonando una chitarra a 12 corde che faceva un curioso contrasto con il look azzurrino e platinato dell'epoca. Un video di un concerto giapponese del Sound & Vision Tour 1990 lo mostra mentre apre la serata entrando in scena da solo e duettando con la sua immagine ingrandita a dismisura - elegantissimo, molto sorridente, quasi avesse fatto pace con la canzone. Ma nel 2004 a molti spettatori capitò di vederlo accennare l'introduzione del brano, per poi fermarsi davanti alla folla in visibilio, e beffarla: “Vedo che questa ve la ricordate... Quindi non la suoniamo”.
Merita una menzione particolare l'esecuzione del 10 maggio 1970, mentre già erano iniziate le registrazioni dell'album successivo, quando ricevette uno dei più ambiti riconoscimenti della musica britannica: l'Ivor Novello Award, con denominazione "premio speciale per la canzone più originale". In quell'edizione ricevettero due premi anche i Beatles (per “Get back” e “Ob-la-di ob-la-da”) ma nessuno di loro, anche a causa del recente scioglimento, partecipò al relativo show al Talk of the Town di Londra e trasmesso in diverse nazioni tra cui gli Usa (ma per qualche imperscrutabile motivo, non in Inghilterra). La performance di Bowie con la Les Reed Orchestra è visibile su YouTube: l'interpretazione è di buon livello ma il cantante ha l'aria scettica, sembra uno di quegli ospiti stranieri un po' annoiati di Sanremo o dei Music Awards televisivi italiani. Già era consapevole che l'album non aveva venduto, e non è escluso che la cosa gli paresse una cerimonia un po' vuota. “‘Space oddity’ era una canzone molto buona, forse arrivata troppo presto: non avevo altro di sostanzioso all'epoca”. Colpisce anche la sua aria sostanzialmente anonima (...malgrado i pantaloni zampati rosa confetto).
Come avrebbero intuito Angela Barnett e il futuro manager Tony DeFries, le canzoni potevano anche esserci - ma mancava completamente il personaggio.
Sarebbe arrivato qualche anno dopo. Dalle stelle.

Paolo Madeddu

(la prima parte è stata pubblicata ieri qui)

 

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