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NEWS   |   Recensioni concerti / 10/07/2019

Tears For Fears a Roma, recensione del concerto e scaletta

Il duo britannico ha suonato all’Auditorium Parco della Musica

Tears For Fears a Roma, recensione del concerto e scaletta

Il duo britannico composto da Roland Orzabal, cantante, chitarrista e compositore, e da Curt Smith, cantante e bassista, si è esibito il 9 luglio all’Auditorium Parco della Musica a Roma, nell’ambito del  Rule the World Tour (dal titolo di una  recente compilation contenente i  maggiori successi e due brani nuovi), che aveva già fatto tappa lo scorso febbraio a Milano e Padova, e che terrà stasera 10 luglio in piazza Napoleone a Lucca l’ultima tappa italiana al momento prevista.
Dunque nel 2019 i Tears For Fears tornano finalmente in Italia dopo una pausa di 23 anni, ma considerando che l’ultima tappa italiana nel 1996 fu a Milano e senza Smith (all’epoca uscito dalla band), il pubblico romano non vede il duo al completo dal lontano 1990, anno in cui si esibirono al Palazzo dello Sport.

E questa lunga attesa si percepisce totalmente nel pubblico, che appena vede salire i musicisti sul palco verso le 21.20 li accoglie con una calorosissima ovazione. Sorridenti e di buon umore, Roland e Curt regalano agli oltre tremila spettatori della Cavea (con biglietti sold-out da vari mesi) una serata-nostalgia a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90: infatti dei 16 brani in scaletta, solamente uno (“Secret World”) appartiene alla loro produzione discografica più recente, “Everybody Loves a Happy Ending” del 2004 (al momento il loro ultimo album di studio, in attesa del prossimo, imminente), e anche in questo caso comunque viene fatta una citazione del passato, in quanto la marcetta strumentale nel mezzo del brano si ispira così tanto a “Let ’em in” di Paul McCartney che il suo autore Orzabal decide di citarla esplicitamente. Altra eccezione: una cover di “Creep” dei Radiohead, un brano di cui Orzabal si è talmente invaghito che oramai dal 1993 la propone quasi come se fosse sua (nel presentarla non accenna alla band di Thom Yorke, ma dice che parla di due amanti), e nonostante anche questa sia gradita al pubblico come il resto del set, è opinione comune che potrebbe sostituirla con una delle numerose altre del repertorio originale del duo, vista anche la non lunga durata del concerto.

Per il resto della scaletta invece, gli anni ‘80 la fanno da padroni, ovviamente passando attraverso tutti i classici della band, dai singoli di esordio di “The Hurting” (1983) alle hit mondiali tratte da “Songs From the Big Chair” (1985) fino all’acclamato “The Seeds of Love” (1989); infine si trova anche spazio per un’incursione negli anni ‘90, il decennio in cui Orzabal portò avanti la discografia della band senza Smith, con “Break it Down Again”, hit di grande successo in Europa nell’estate del 1993, in cui Smith suona e fa i cori pur non avendo contribuito alla versione di studio.

Oltre alle mega-hit trovano spazio alcuni brani meno conosciuti, come “Broken” (in versione strumentale, che nell’album viene proposta come proseguimento di “Head Over Heels”), “Memories Fade” (in una versione totalmente riarrangiata rispetto a quella su disco), “Suffer the Children” (anch’essa riarrangiata in versione minimalista, con piano e chitarra e cantata dalla corista Carina Round con cori di Orzabal) e la chilometrica “Badman’s Song”, che in quasi dieci minuti fonde blues, jazz, gospel e rock con attitudine progressiva.

Roland e Curt sono di buon umore: il primo cerca di dire qualche frase di circostanza in italiano leggendo da un appunto, precisa che la sua nuova fidanzata pur essendo americana parla molto bene la nostra lingua, sorride spesso al pubblico e come di consueto fa cantare a qualcuno scelto dal pubblico il ritornello di “Shout”; Curt invece cerca il contatto fisico, e a metà concerto invita il pubblico seduto nelle prime file ad avvicinarsi sotto il palco (nessuno se lo fa ripetere due volte) in modo da poter stringere qualche mano, gesto che ripete più volte fino alla fine dello show.
La band (Charles Pettus alle chitarre, Doug Petty alle tastiere, Jamie Wollam alla batteria e la già citata Carina Round ai cori) è di ottimo livello, e ovviamente sia i musicisti sia i due protagonisti suonano in maniera impeccabile, mentre le voci hanno perso in parte la potenza degli anni passati; le esecuzioni strumentali restano in buona parte fedeli alle versioni originali di studio (a parte le eccezioni già menzionate), mentre vocalmente i brani che vedono Orzabal alla voce godono di qualche aggiunta a livello di vocalizzi e brevi improvvisazioni vocali.
L’acustica della Cavea è abbastanza buona e rende giustizia alla complessità di certi brani, mentre non ci sono scenografie di accompagnamento ma solo delle barre luminose sullo sfondo del palco, che si accendono seguendo il ritmo di alcuni brani.

Il pubblico romano è entusiasta del set, anche se quando dopo circa un’ora e mezzo il concerto finisce (bis compreso) molti restano con l’amaro in bocca, visto che comunque il repertorio per fare altri brani non sarebbe mancato e che forse l’attesa di 29 anni sarebbe potuta essere ripagata con qualche altro minuto di esibizione.
(Andrea Grasso)

SCALETTA:

Everybody Wants to Rule The World
Secret World
Sowing the Seeds of Love
Pale Shelter
Break It Down Again
Advice for the Young at Heart
Woman in Chains
Change
Mad World
Memories Fade
Suffer the Children
Creep
Badman's Song
Head Over Heels / Broken
Bis:
Shout

 

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