È Calcutta, bellezza!

Ancora una storia sulla scena indie? Ma no, questo è solo un articolo acchiappaclick.

È Calcutta, bellezza!

La preparazione dello spettacolo tiene Edoardo impegnato parecchio tempo, nelle ore che precedono l'inizio del concerto. Ha bisogno di concentrarsi. Pare che il metodo che segue per calarsi bene nella parte di Calcutta sia quello messo a punto dal grande regista russo Stanislavskij, basato sull'immedesimazione tra personaggio e attore. L'obiettivo è dimostrare al pubblico che nel tendone del "Grande Circo Italiano D'Erme" non c'è trucco e non c'è inganno, che è tutto così spontaneo, che Edoardo e Calcutta sono la stessa persona. Non è così, chiaramente. Un attore alle prime armi sarebbe impazzito già da tempo, finendo per avere seri disturbi del comportamento. Edoardo, invece, per ora ha dimostrato di cavarsela abbastanza bene, di saper distinguere il palco dal mondo reale, sé stesso dal personaggio che interpreta: capire - con molta furbizia - dove finisce l'uno e dove comincia l'altro.

Non dev'essere facile interpretare così bene un personaggio come quello di Calcutta, lo sfigato al potere, il cantautore che all'improvviso si è ritrovato su palchi importanti senza sapere né come né perché. E che ancora oggi, nonostante un album al primo posto in classifica, qualche decina di Dischi di platino, un concerto all'Arena di Verona e un tour nei palasport: leggi popstar, di fronte a qualche migliaio di spettatori fa finta di essere piovuto dal cielo come un Messia chiamato a risollevare le sorti della discografia italiana. Il ruolo è impegnativo, e l'interpretazione di Edoardo andrebbe premiata con qualche riconoscimento.

Non dev'essere facile interpretare così bene un personaggio come quello di Calcutta, lo sfigato al potere, il cantautore che all'improvviso si è ritrovato su palchi importanti senza sapere né come né perché. Il ruolo è impegnativo, e l'interpretazione di Edoardo andrebbe premiata con qualche riconoscimento.

La saga di Calcutta, d'altronde, va avanti ormai da quattro stagioni. Il tour estivo di "Evergreen", partito ufficialmente lo scorso martedì da Milano, ne rappresenta il nuovo capitolo. Il succo è sempre lo stesso: la storia del cantautore partito dagli scantinati di Latina e diventato nel giro di pochissimi anni, con i suoi inni generazionali, l'emblema del nuovo cantautorato italiano. Con un misunderstanding di fondo: lui, tutto questo, non l'ha cercato. È l'alibi che gli permette di dribblare qualsiasi cosa: evitare le etichette che molti hanno provato ad appiccicargli addosso in questi anni (a partire da quella di capofila della nuova scena indie), giustificare i passi di lato rispetto alle aspettative, continuare a fingere di essere rimasto lo stesso che nei locali del Pigneto suonava cover dei Lunapop e di Cesare Cremonini di fronte a quattro gatti, anche se ora sotto al palco ce ne sono migliaia. Ma anche spiazzare con una cover di "Se tu non torni" di Miguel Bosé, bruciare l'attacco di "Paracetamolo" cantandolo in spagnolo e prendendo così alla sprovvista i fan (quasi come se quello slogan, "lo sai che la Tachipirina 500 se ne prendi due diventa 1000", fosse diventato il suo nemico numero uno) o "sparire" dalla copertina della riedizione di "Evergreen" (insieme a tutte le pecore).

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La maschera è spessa. E il personaggio è oggettivamente forte, modellato su quello di un Bob Dylan de noantri o su un Battisti degli anni Duemiladieci. Di questi giganti riprende l'atteggiamento scorbutico e scontroso, mischiato a un certo situazionismo che agli occhi del pubblico lo fa sembrare un tenero disagiato. È evidente soprattutto nel suo rapporto ambiguo con i media. Quelli lo cercano, lui non si fa trovare. Si concede poco. E quando lo fa, è solo perché Edoardo sa bene che le interviste sono il modo migliore per rendere sempre più affascinante Calcutta, il personaggio che interpreta: e accetta di stare al gioco.

 Il succo è sempre lo stesso: la storia del cantautore partito dagli scantinati di Latina e diventato nel giro di pochissimi anni l'emblema del nuovo cantautorato italiano. Con un misunderstanding di fondo: lui, tutto questo, non l'ha cercato. È l'alibi che gli permette di dribblare qualsiasi cosa.

Lì si diverte a provocare, a lasciarsi andare a frasi ad effetto che poi subito dopo corregge o ribalta. Se le domande non sono di suo gradimento, mette giù la cornetta. Si innervosisce se le sue parole vengono travisate. Ma anziché spiegare il suo punto di vista in modo esaustivo, attacca i giornalisti sui social con post al vetriolo. Sono solo "una manica di sottosviluppati al servizio del click", scrive su Instagram dopo che diversi siti riportano - a suo avviso fraintendendole - alcune dichiarazioni sul futuro della scena indie tratte da un'intervista a Vanity Fair, una delle poche concesse negli ultimi mesi. Salvo poi specificare che "ovviamente non vale per tutti quelli che fanno questo mestiere".

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E poi le trollate. Tante. Sempre dietro l'angolo. Come quando in un verso di "Gaetano" ha scritto: "Ho fatto una svastica in centro a Bologna". Un cantautore di estrema destra? Macché: "Era solo per litigare". Così come anche la playlist realizzata per far ballare i bolognesi nella notte di Capodanno 2018, commissionatagli dal comune per 5.000 euro e intitolata - guarda caso - "Ho fatto una playlist in centro a Bologna ma era solo per 5k", in polemica con gli attacchi ricevuti in merito al cachet. E che dire di "Oroscopo", il tormentone scritto a tavolino frutto della collaborazione con Takagi & Ketra - i produttori dietro a hit come "Roma-Bangkok" di Baby K e Giusy Ferreri o "Vorrei ma non posto" di Fedez e J-Ax - poi rinnegato fino a lasciarlo cantare nei suoi concerti ad altri cantanti (è successo nei concerti del tour nei palasport dello scorso inverno)? E il mini tour negli autogrill per presentare "Evergreen" (dopo quello nei bangla market legato a "Mainstream", l'album del 2015)? Semplici trollate o paraculissime operazioni di marketing?

"Raggiungermi è un orgasmo da provare", cantava nella sua primissima hit: a riascoltarla oggi, una dichiarazione di intenti, la migliore descrizione che potesse offrire di sé stesso. Non sappiamo per quanto tempo ancora andrà avanti la saga. Il teatro, ha raccontato Edoardo, gli piace e sembra non avere alcuna intenzione di abbandonare le scene. Però il personaggio Calcutta forse comincia a stargli un po' stretto. E i trucchi sembrano non funzionare più. Lo ha ammesso anche lui nella stessa intervista a Vanity, quando la giornalista gli ha chiesto se c'è il rischio che l'ego si pompi: "Per me è il contrario. Mi dico sempre: sta finendo tutto, 'sti cazzi". D'altronde, con il ruolo di Calcutta non è riuscito a portarsi a casa nemmeno un David Di Donatello. Certo, ci sono i Dischi d'oro e di platino. Quelli però gli fanno schifo. Pare che usi appenderli alle pareti del bagno di casa: quella che ha comprato scrivendo canzoni per Fedez, J-Ax, Nina Zilli, Elisa e Francesca Michielin. È Calcutta, bellezza.

di Mattia Marzi

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