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NEWS   |   Italia / 20/06/2019

È rinata paranoia: Cristiano Godano e i 30 anni dei Marlene Kuntz

Intervista e performance acustica del cantante dei Marlene: il tour del trentennale, la riproposizione di “Ho ucciso paranoia”, il libro sulle canzoni del gruppo, il mestiere di musicista, la politica

È rinata paranoia: Cristiano Godano e i 30 anni dei Marlene Kuntz

“È un posto appropriato”, dice Cristiano Godano guardandosi attorno. Rockol è con il cantante a Wow Spazio Fumetto, a Milano, per parlare dell’ultima sfida dei Marlene Kuntz: un tour di concerti doppi che mettono assieme una parte acustica e una elettrica. Si festeggiano i 30 anni di storia della band e i 20 anni di “Ho ucciso paranoia”, riproposto per intero nel set elettrico. L’operazione si chiama “30:20:10 MK2”, il 10 sta per il numero di concerti del tour, che nel frattempo sono diventati 11. I comics c’entrano perché il set acustico sarà accompagnato da visuals a fumetti. In ballo ci sono anche due pubblicazioni antologiche che usciranno il 28 giugno e il libro “Nuotando nell’aria” in cui Godano racconta canzone per canzone i primi tre album dei Marlene, compresa “Lieve”. La definisce un epigramma in cui ogni parola concorre a una dimensione eterea e la suona in esclusiva per Rockol alla chitarra acustica, con le tavole di Alan Ford sullo sfondo. Per parlare, ci si siede sotto una galleria di immagini dei cattivi dei fumetti. Anche questo sembra appropriato.

Nell’ottobre 2018 avete tenuto a Milano un concerto doppio simile a quelli che vi aspettano in luglio. Sapevate già che avreste utilizzato nuovamente quella formula?
No, non sapevamo come sarebbe andata. Era una buona idea che andava verificata. Il concerto è un’escalation. Si parte quieti con l’acustico suonando da seduti. C’è un bell’arco emotivo.

Ci saranno visuals?
Sì e saranno fumettosi. Se ne occupa Mezzacapa, il vero nome è Bruno D’Elia, ha già fatto qualcosa per Niccolò Fabi (si riferisce al video di “Una somma di piccole cose”, nda). Saranno presenti solo nella parte acustica. Sono animazioni che interpretano in modo delicato e poetico le nostre canzoni.

Rimettendo mano a “Ho ucciso paranoia” hai riscoperto qualcosa d’interessante?
Posso essere sincero? Le prove inizieranno lunedì. Ma già so come andrà a finire. Dopo una giornata di smarrimento passata a ricordarsi come si suonano canzoni che non facciamo da tempo, un po’ alla volta tutto si riassesterà.

Non tieni appunti, ad esempio sulle accordature aperte di certe canzoni?
No, perché fortunatamente ho una memoria visiva molto puntuale. Ricordo anche le chitarre che ho usato, canzone per canzone.

Complimenti per la memoria. Anche nel libro ci sono ricostruzioni parecchio dettagliate delle fonti di ispirazione delle canzoni. C’è anche un po’ di, diciamo così, letteratura?
Non ho l’attitudine a fingere. Nel libro ci sono parti aneddotiche e altre poetiche. In queste ultime ho cercato di fare quel che avrebbe fatto un letterato, dilatando con la prosa le immagini sintetizzate dai versi.

Che cosa rappresenta per te “Ho ucciso paranoia”?
È il disco in cui comincia a venire fuori la nostra smania di suonare anche in modo delicato. In “Infinità”, in “Una canzone arresa” e in qualche modo anche nelle strofe di “L’abitudine” cominciamo a far capire alla frangia più turbolenta e intransigente del nostro pubblico che non ci interessa fare solo noise. Con “Ho ucciso paranoia” cominciamo a cercare la morbidezza che avrebbe creato fraintendimenti in chi ha pensato che… c’eravamo rincoglioniti.

Nel libro “Nuotando nell’aria” dedichi una pagina al groove, che si porta dietro un’idea di sensualità che nei vostri primi dischi era assente, no?
Essendo attratti da una dimensione rock metropolitana, avevamo una repulsione un po’ sdegnosa verso il groove. Acquisendo consapevolezza e suonando, mi sono reso conto che il groove non è unicamente un desiderio immediato di danza. È l’anima stessa del suonare. I musicisti che riescono a produrre questa sinergia ottengono un risultato maggiore della loro somma. Ma all’epoca noi, che eravamo arrembanti e pieni di idealismi rigidi, avevamo una repulsione verso il groove.

Servono, quando si è giovani, gli idealismi rigidi?
Penso di sì. Hanno contribuito a mettere a fuoco la nostra identità. Del resto, in un contesto artistico non mi affascina la libertà di fare tutto quel che voglio. Credo molto alle forme: stimolano la creatività. L’artista vero è quello che si autoimpone regole. L’arte libera da ogni forma è fuffa.

Non è il primo tour in cui suonate per intero un vostro vecchio album. Vi piace davvero o è una necessità dettata dalla consapevolezza che portando in giro i vecchi dischi attirate più pubblico?
Non necessità, ma occasioni di lavoro. Dico sempre: beati i gruppi che hanno nel loro repertorio dischi che la gente vuol sentire dopo vent’anni. Ma non vorrei buttarla troppo sul pragmatico. Suonare il disco in sequenza è un’esperienza divertente. È anche un modo per riagganciarsi a un album che magari per anni non hai più ascoltato.

Negli anni ’90 si deridevano le nostalgie di chi aveva vissuto i ’60 e i ’70. Ora tocca a noi essere vittime della nostalgia…
Noi no. Non rimpiango il passato se non nella misura ordinaria e banale di chi si accorge che la vita va in una sola direzione e che non si può tornare indietro. I Marlene Kuntz vivono il presente.

Avete iniziato a suonare come Marlene Kuntz nel 1989, ma siete arrivati all’album di debutto solo nel 1994. Nel libro scrivi del progetto giovanile di diventare un musicista rock per la vita. C’era dell’ingenuità in quel pensiero?
No, eravamo consapevoli della visionarietà, chiamiamola così, del nostro desiderio, ma ci avevamo investito talmente tante energie da volere arrivare a fare almeno il primo disco. All’epoca fare un album non era facile come adesso, era come fare un gol. E visto che quel disco era “Catartica” ci ha permesso di fare il secondo, che ci ha permesso di fare il terzo, che ci ha permesso di fare il quarto, e così via. Fino a sei, sette, forse otto anni fa andavo dicendo: sono arrivato fin qua, speriamo di continuare a fare il musicista. Non era una frase provocatoria.

Provi una sensazione di precarietà?
Di instabilità. Se già prima era un’avventura complicata, internet l’ha resa eroica.

È frustrante? In altre parole, pensi che i Marlene Kuntz avrebbero meritato di più?
Sì, lo penso. Il potenziale detrattore non sarebbe d’accordo con me, ma vaffanculo i potenziali detrattori. Possiamo dire che i Marlene Kuntz sono uno dei migliori gruppi rock italiani di un certo tipo – chiamiamolo indie o underground. Se questo è vero, Marlene Kuntz sta all’Italia come PJ Harvey sta all’Inghilterra. Quindi, a parità di risultati ottenuti, se fossi stato inglese oggi sarei un po’ meno… dispiaciuto.

Ai tempi dei vostri primi tre dischi, però, accadde qualcosa. Le major mettevano sotto contratto i nuovi gruppi italiani, i CSI andavano primi in classifica, il rock usciva dall’underground. Vi sentivate parte di qualcosa?
All’epoca, con un po’ di circospezione, ma con un sempre più crescente entusiasmo, cominciavo a dire: forse sta succedendo qualcosa. Quando uscì “Catartica” avevo 27 anni, conoscevo perfettamente la situazione dei gruppi che ci avevano preceduti – parlo di Diaframma, Litfiba, CCCP. Si sapeva che più di quello non poteva succedere. Ecco perché dentro di me pensavo: voglio fare il musicista rock, ma dove cazzo credo di andare se ho in mente i Sonic Youth e gli Einstürzende Neubauten? E però ci fu un momento esaltante. Ci stavamo abituando a suonare davanti a 7, 8 mila paganti. Forse sta succedendo un miracolo, pensavo, forse sta cambiando il dna del popolo italiano.

E poi?
E poi non accadde. Il rock era una moda.

Che peso ha avuto internet?
Forse è un azzardo, ma mi viene da pensare che noi, provenienti dal rock, non siamo stati in grado di modificare il nostro modo di essere per sfruttare la rete con la leggerezza e la spudoratezza di altri, ad esempio i trapper. L’idealismo non ci permette di anteporre il marketing all’idea di fare buona musica. Quando andiamo in uno studio di registrazione, noi rocker pensiamo a fare un disco, per quanto patetica sia questa cosa in un’epoca in cui non ci sono più negozi di dischi. I rapper non ci vanno pensando al disco, ma al cellulare su cui andranno a raccattare i click della gente. Siamo spiazzati, non siamo attrezzati. Forse è questo il motivo della correlazione fra internet e perdita di carisma del rock.

Su Facebook hai scritto che “contestazioni e attacchi ci feriscono”. Ancora, dopo 30 anni?
Sì, è fastidioso. Succhiano energia. Lo scrivo anche nel libro, siamo esseri umani. È una cosa che patisco da sempre. Sorriderne con distacco non è semplice. Gli hater ci sono e rompono i coglioni.

Fanno leva su una tua insicurezza?
No. Anzi, ci sono cose più pericolose in atto. C’è in atto un’intimidazione molto forte. Siamo uno dei pochi gruppi che ogni tanto prova a risvegliare le coscienze delle persone di buon senso facendo capire dove cazzo stiamo andando a finire. Ogni volta che facciamo un post di questo tipo, ecco che arrivano gli hater sganciati dagli algoritmi. E difatti, guarda caso, i musicisti non prendono più posizione perché hanno paura di perdere pubblico. Se questa non è intimidazione, che cos’è?

Pensa a suonare, dicono.
Quel “pensa a suonare” è di una schifosa e fastidiosa insolenza. Come se il rock non avesse sempre illustrato le cose negative. Noi non ci siamo mai schierati politicamente perché pensiamo che l’arte sia altro. Ma in questo momento c’è bisogno di aiutare le coscienze a non perdere contatto con i valori fondamentali.

In relazione alle tue uscite sui temi sociali e politici, chiudi il libro scrivendo che è rinata paranoia.
Ironizzo su me stesso. Non sono un sociologo, ma non siamo lontani da un punto di non ritorno.

Che è uno dei motivi che vi hanno spinti a pubblicare “Bella ciao” con Skin lo scorso 25 aprile. Sarà contenuta nel vinile “MK 30 Covers & Rarities”.
Ci saranno due pubblicazioni. La prima è cofanetto di 3 CD “MK 30 Best & Beautiful” con due dischi di best of e uno con il progetto Beautiful con Howie B e Gianni Maroccolo. La seconda pubblicazione è il doppio vinile che citi di rarità e cover. Conterrà anche la nostra versione di “Karma police”.

Presentando il libro su Facebook, hai scritto che in ottobre è prevista una seconda cosa che ti riguarda. Di cosa si tratta?
Ho anche scritto che lo comunicherò non appena le opportunità promozionali lo suggeriranno.

(Claudio Todesco)

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