Warren Hayes (Gov't Mule, ecc.), chitarrista stregone e stakanovista del rock

Warren Hayes (Gov't Mule, ecc.), chitarrista stregone e stakanovista del rock
Sul palco, mentre la sua Gibson sventaglia riff hard rock micidiali, si arrampica su vertiginose scale jazz, ribolle e si liquefa in improvvisazioni psichedeliche, miagola blues o scandisce ritmicamente le cadenze di una classica ballata Southern soul, potresti scambiarlo per un Hell’s Angel o un sopravvissuto fuori tempo massimo degli anni ’70. Invece Warren Hayes, 45 anni compiuti proprio in questi giorni, è un uomo riservato e gentile, mentalmente lucido e assolutamente contemporaneo, non solo il totem riconosciuto della nuova scena jam americana o un virtuoso polivalente capace di parlare una moltitudine di lingue musicali. Quando canta e suona non muove un muscolo, e in lui colpiscono l’assoluta naturalezza della emissione vocale e la fluidità del gesto tecnico. Fuori dal palco irradia un carisma discreto, la calma e la serenità amichevole di uno che è venuto a patti con se stesso e con i dèmoni del passato. Primo fra tutti, naturalmente, la morte improvvisa, nell’agosto di cinque anni fa, del bassista Allen Woody sopraffatto dagli eccessi della vita rock&roll: alter ego e compagno inseparabile prima nella Allman Brothers Band e poi nei Gov’t Mule protagonisti lo scorso 4 aprile a Milano del loro primo concerto italiano di sempre.
Con i fantasmi mr. Haynes deve avere dimestichezza: pare siano una specialità della sua città natale, Asheville in North Carolina. “Circolano molte storie di spettri da quelle parti, è vero”, ha raccontato a Rockol prima dell’esibizione all’Alcatraz. “Ma a me le cose più strane sono successe altrove, più volte mi è capitato di avvertire delle presenze quando mi trovavo in studio di registrazione. Non voglio passare per matto, ma a Muscle Shoals ricordo distintamente di aver sentito una donna cantare mentre suonavamo: eppure nella sala non c’era nessun altro... E negli studi di Bearsville, nello stato di New York, rammento una stanza buia con una luce che si è accesa da sola e un telefono staccato dalla spina che si mise improvvisamente a suonare…”. Forse per questo ha intitolato l’ultimo disco dei Mule “Déjà voodoo”? “No, volevo riferirmi al fatto che la band si è reincarnata con l’arrivo di Andy Hess e Danny Louis” (rispettivamente basso e tastiere, componenti della nuova formazione a quattro accanto al front man, chitarra e voce, e al batterista Matt Abts). “Entrambi hanno dato una nuova impronta al gruppo. Rispetto ad Allen Woody, Andy ha uno stile un poco meno aggressivo e distorto anche se il suono del suo basso è altrettanto pieno e corposo, come piace a noi. Allen suonava in modo simile quando eravamo in quattro, diventava meno invasivo per lasciare spazio alle tastiere. Con Danny siamo amici da molto tempo, lui è il tastierista più adatto che mi venga in mente per una formazione come i Gov’t Mule perché è in grado di afferrare subito il senso della nostra musica. Abbiamo suonato con altri grandi musicisti in passato, Chuck Leavell e Rob Barraco per esempio, ma con loro era come se la band dovesse adattarsi alla presenza di un ospite. Danny invece è diventato uno di noi a tutti gli effetti, credo che lo abbia sempre desiderato”. “Resta fermo e ne verrai distrutto/muoviti e sarai rigenerato” recitano i versi di una canzone inclusa nel disco, “Perfect shelter”. Un motto per i nuovi Gov’t Mule? “La canzone parla proprio di quello: è un invito ad andare avanti senza farsi intrappolare dal passato e dalla routine, ad aprire la mente ai cambiamenti positivi. Quasi tutti i pezzi del nuovo album riflettono sulla nostra condizione di uguaglianza davanti alla vita e alla morte e invitano a celebrare l’esistenza. Col tempo ho capito quali sono le cose futili e quelle davvero importanti: la famiglia, gli amici, la musica, l’amore. Di tante altre cose che ci sottraggono energie preziose non abbiamo davvero bisogno di preoccuparci. Quando sei giovane non hai paura di niente e pensi di essere immortale. E’ tipico di molti musicisti rimanere un po’ bambini: è positivo restare giovani nello spirito ma ci vuole anche un po’ di saggezza, dopo una certa età”. E in “Little Toy Brain” Haynes sembra lanciare un monito a se stesso e agli amici che si stanno perdendo per strada: “Ti stai uccidendo/dannandoti l’anima/tutto nel nome del dolce rock and roll”… “E’ un pezzo di qualche tempo fa, lo scrissi pensando ad un amico che non ha mai raggiunto la celebrità e ad altri miei conoscenti che hanno perso la vita a causa del modo di vivere dei musicisti rock, quell’atteggiamento mentale per cui se vuoi essere un grande artista devi per forza autodistruggerti. Se temo per la mia, di vita? Cerco di stare attento e di prendermi cura di me stesso. Non sono così interessato ai party e alle droghe, ma il rock è anche questo ed è inevitabile che qualcuno ci caschi”. Altre canzoni di “Déjà voodoo” evocano vecchi ricordi attraverso la musica, invece. Difficile immaginare qualcosa di più zeppeliniano di “Lola leave your light on”, per esempio: “Con un po’ di AC/DC, anche”, ammette Haynes. “L’ho scritta molto in fretta, a differenza di molte altre canzoni del disco, un po’ come era successo con ‘Bad little doggie’ o con ‘Mule’, sul primo disco. L’album era quasi finito, restava da incidere un midtempo ma ho preferito metterlo da parte e aggiungere un brano dal ritmo più sostenuto. Io ho improvvisato il riff in studio, Andy ci ha aggiunto il ponte, Matt ha registrato la parte di batteria ancora prima che il pezzo avesse una melodia e un testo. Di solito non mi piace lavorare in questo modo, ma stavolta ha funzionato”. O di più pinkfloydiano della coda strumentale di “Silent scream”: “Me l’hanno detto in tanti. Quella sezione è stata registrata separatamente dal resto della canzone, durante una jam session a tarda notte. Mi piace molto il botta e risposta improvvisato tra gli strumenti… e comunque il paragone mi lusinga, sono un fan dei Pink Floyd”. Come di tanti altri. Warren si conferma anche a parole (oltre che nelle proposte musicali) un’enciclopedia musicale vivente: “Mi piacciono Ray LaMontagne e David Gray, ai tempi ho adorato il disco di Jeff Buckley, ora apprezzo il nuovo di Ben Harper con i Blind Boys of Alabama. Ho amato i Pearl Jam, i Soundgarden e gli Alice in Chains, i loro primi dischi furono una ventata di freschezza. Ascolto di tutto, rock&roll, jazz e blues soprattutto: Miles Davis e Coltrane, Elmore James, Muddy Waters e Son House. Ho sempre amato i Traffic, come chitarrista sono stato influenzato da moltissimi musicisti: Hendrix e Clapton per primi, poi Johnny Winter e naturalmente Duane Allman. Adoro il suo modo di suonare la slide, come quello di Lowell George e di Ry Cooder. Ma mi piacciono anche David Gilmour, Carlos Santana, Billy Gibbons, Leslie West, Steve Howe, John McLaughlin, Wes Montgomery… Ascolto molti sassofonisti e cerco di prendere spunto da loro per il mio stile chitarristico. Musicalmente sono nato come cantante, a diciassette anni, e mi sono sempre ispirato ai grandi del soul, a Ray Charles, a Otis Redding e ad Aretha Franklin. E poi a James Brown, Wilson Pickett, Sam & Dave, i Four Tops, i Temptations. Anche tutti i miei cantanti rock preferiti cercavano di emulare gli interpreti soul, come faccio io. E tutti i chitarristi che mi piacciono, gente come Jeff Beck o Peter Green, suonano come se stessero cantando. Mio padre ascoltava musica country, i miei due fratelli maggiori erano grandi collezionisti di dischi e io ho cominciato ad ascoltare un po’ di tutto fin da quando ero molto piccolo. Le altre jam band sono quasi tutte influenzate dai Grateful Dead e dagli Allman Brothers, ma noi siamo più rock: nella nostra musica ci trovi Hendrix e i Pink Floyd, Miles e Coltrane, Muddy Waters e Howlin’ Wolf, Bob Dylan, Van Morrison e i Beatles… Ci diverte suonare cover in concerto, è anche un modo per sollecitare l’attenzione dei fan più giovani verso cose che probabilmente non conoscono. Oggi ci definiscono una jam band perché dal vivo improvvisiamo. Ma tra i ’60 e i primi ’70 lo facevano tutti, la Jimi Hendrix Experience, i Led Zeppelin, i Free. Come le altre jam band, cambiamo scaletta ogni sera: per questo la gente torna a vederci. Alcuni fan mi hanno detto di aver visto 150, 200 concerti dei Gov’t Mule. Pazzesco”.
Haynes e i suoi coltivano un rapporto speciale col pubblico: incoraggiato, secondo le regole non scritte dell’etica jam, a registrarsi e a scambiarsi liberamente i dat o i Cd-r dei concerti. “Quando pubblichiamo un disco nei normali canali commerciali vogliamo essere pagati e che la gente lo compri. Ma capisco anche i fan che vogliono procurarsi quanta più musica possibile, io farei lo stesso con i miei musicisti preferiti. Certo a volte ci si espone molto, permettendo al pubblico di registrare i concerti: capita di non aver suonato o cantato bene, e a riascoltare certi nastri provo un sincero imbarazzo. Ma se va bene a loro va bene anche a noi! I fan sono una parte integrante della scena jam: un musicista che basa molto sull’improvvisazione è in grado di esprimersi molto meglio quando si trova davanti ad un pubblico. Mi piace far dischi, ma sul palco è tutto più spontaneo”.
Dal passato di Haynes affiora insospettabile anche un hit per la star del country Garth Brooks, “Two of a kind (working on a full house”). “Sì, quel pezzo andò al numero uno in classifica. Anche George Jones, John Mayall e Coco Montoya hanno inciso mie canzoni, e così Little Milton che è stato uno dei miei massimi ispiratori”. Warren il workaholic scrive a getto continuo: a casa e ora, per forza di cose, anche in tour. “Di solito quando tutti dormono, intorno alle 4 del mattino. In genere parto da un’idea di testo, la melodia e il ritmo si sviluppano di conseguenza. Non tutto quel che produco è adatto ai Gov’t Mule o agli Allman Brothers. Scrivo un sacco di ballate, di pezzi lenti. Ogni volta che faccio un disco nuovo con i Mule devo accontentarmi di sceglierne due o tre… Con la Allman Brothers Band abbiamo cominciato a scrivere in vista di un nuovo disco di studio che potrebbe uscire anche a breve. Con i Dead (un’altra delle sue innumerevoli collaborazioni) per ora non ci sono progetti, ho scritto tre canzoni con Bob Weir, Mickey Hart e Jeff Chimenti ma ora abbiamo tutti preso strade diverse e personalmente sono troppo occupato per pensare ad altro”. Roba da mettere seriamente a repentaglio il vecchio titolo di James Brown di “sgobbone dello show business”… “E’ un po’ come fare il giocoliere cercando di non far cadere nessuna palla. Questi ultimi due anni sono stati probabilmente i più frenetici della mia vita. Ma ne vale la pena, e pazienza se mi stanco. Faccio un lavoro che amo e non voglio rifiutare opportunità importanti per poi magari pentirmene in futuro”. E a proposito di Mr. Dynamite: solo di recente si è venuti a sapere che il misterioso nome dei Gov’t Mule deve la sua prosaica ispirazione alle forme prorompenti del fondoschiena della defunta moglie di mr. Brown, Adrienne… “Già”, sorride timidamente Warren. “Abbiamo tenuto a lungo il segreto, per una forma di rispetto. Ma poi ci è scappato e ora lo sanno tutti”.
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