NEWS   |   Recensioni concerti / 02/06/2019

Vasco Rossi duro e puro a San siro: la recensione del concerto

Abbiamo visto la prima delle sei date nello stadio milanese. Un racconto-concerto in due atti: narrativo e rabbioso il primo, celebrativo e corale il secondo.

Vasco Rossi duro e puro a San siro: la recensione del concerto

”Sarà uno show duro e puro”, aveva promesso Vasco ieri, nella conferenza stampa. E la promessa è stata mantenuta: dura la musica, fin dalle prime note; il puro è lui: Vasco parla poco, non si risparmia e racconta in modo esplicito la sua visione di questi tempi, ora con rabbia, ora commuovendosi, ora rassicurando il suo pubblico.
“San Siro è il mio locale”, ci ha raccontato ieri il rocker. “L’abbiamo affittato per due settimane, mettetevi comodi”: lo stadio si accende poco prima delle 9, per il primo dei sei concerti milanesi del "VascoNonStop Live 019": alla fine di questi 15 giorni saranno saranno 29 in 29 anni, da quel 10 luglio del 1990. 

LA FOTOGALLERY DEL CONCERTO

Entra prima la band, poi Vasco: lo si vede gigante prima sul megaschermo e poi a dimensioni reali sul palco. Attacca  la canzone simbolo dello spettacolo “Qui si fa la storia”, recuperata da “Il mondo che vorrei” del 2008 per raccontare la disperazione di questi tempi. E trasforma la disperazione in rabbia elettrica: il concerto, nella prima parte, è pensato come un racconto rock di questi tempi, con poche pause.  Tra i pochi rallentamenti, quelli in cui la parte “pura” si vede di più, c’è “Quante volte”, dove il suo volto appare quasi commosso sui megaschermi, cosi come in “Vivere o niente”, dove si accendono le prime luci del pubblico di San Siro. Il rapporto con i fan è viscerale: non c’è canzone che non venga cantata dall’inizio alla fine, fondendo le voci di Vasco e dei 60.000 di San Siro.

Si riparte subito: su “Fegato fegato spappolato” i megaschermi si accendono di fuochi e le chitarre, più che “mood punk-rock” come aveva anticipato ieri, sono metal. “Asilo republic” invece è davvero punk, con un montaggio frenetico di immagini sullo schermo e l’urlo “Fuoco!”. La prima parte del racconto, quella più rabbiosa, termina con “La fine del millennio”.
Il lungo interludio centrale è prima cantato da Beatrice Antolini, spesso inquadrata sui megaschermi mentre si alterna su diversi strumenti, poi vede un lungo assolo di Stef Burns. La band è ben rodata e diretta dal capo orchestra Vince Pastano e c’è pure spazio per due bassisti, il "Torre” Andrea Torresani e lo storico Gallo. 

Comincia quindi la parte più celebrativa, con i grandi classici introdotti da una “Portatemi Dio” che anticipa la parte più autobiografica: ”Portatemi Dio, gli devo parlare, gli devo raccontare di una vita che ho vissuto e che non ho capito”. Invece sembra averla capita benissimo, e la sa raccontare: si comincia con “Gli spari sopra” (con il Gallo che torna per il giro di basso che sostiene la canzone) e si prosegue tutto d’un fiato, con una furiosa “C’è chi dice no”, con un Vasco moltiplicato sui megaschermi che duplica quello reale sul palco. Bello il recupero di “Ti taglio la gola”, ma il climax è “Vivere”, con Vasco protagonista di un videoclip sugli schermi, girato dal fido Pepsy Romanoff: ricorda nella grafica la sigla di “True detective” e contiene i titoli di coda prima dei bis, con tutte le persone che hanno lavorato allo show.
I bis cominciano da “La nostra relazione”, con una sequenza che infila “Tango della gelosia”, “Senza parole”, la sempre commovente “Sally” (con uno “short film” sui megaschermi, ambientato per le strade di una città asiatica) fino al finale obbligato con “Siamo solo noi” , “Vita spericolata”, “Canzone” (con il ricordo di Massimo Riva) e “Albachiara”.

Come si dice in questi casi: buona la prima. Vasco ha messo in piedi un racconto-concerto in due atti: narrativo e rabbioso il primo, celebrativo e corale il secondo. Il messaggio finale è quello urlato a fine concerto, l'ormai classica benedizione finale di Vasco: “Ce la farete tutti!”. La disperazione con si supera con la musica.

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