Bruce Springsteen sotto le stelle del west: l’ascolto di “Western stars”

Il nuovo disco del Boss, raccontato in anteprima canzone per canzone. Un concept album che narra un’America che non c’è più, con una voce diversa e arrangiamenti ambiziosi e ariosi. Alla soglia dei 70 anni, Springsteen come non l'avete mai sentito.

Bruce Springsteen sotto le stelle del west: l’ascolto di “Western stars”

La voce di Bruce Springsteen è la chiave di “Western stars”. Questo album verrà discusso, amato e criticato per il suono: è un disco “di genere”, con riferimenti musicali precisi e in parte inediti per il Boss.  Ma è il modo in cui Springsteen canta e in cui racconta - la voce fisica e quella narrativa - a rendere questo album diverso dal Boss come lo conosciamo. 
Springsteen ha archiviato il tono intimista/autobiografico di Broadway, e anche quello “vintage” delle ristampe degli ultimi anni. In “Western Stars” canta con una voce pulita e con dizione perfetta, accompagnato da arrangiamenti ariosi di archi e fiati; racconta non di sé, non direttamente almeno, ma produce una raccolta di storie, una galleria di personaggi che cercano la loro strada sotto il cielo di un’America che non c’è più. Uomini che sembrano contenti di vagare in spazi aperti, ma poi realizzano che “You fall in love with lonely, you end up that way”. 
E’ un concept album con un arco narrativo ben preciso: l’inizio, il primo atto, la vita on the road: le prime canzoni, fino a “Drive Fast”. Il secondo atto è la consapevolezza che inseguire i cavalli selvaggi (“Chasin’ wild horses”) ti porta a perderti, fino alle “Stones” che ti appesantiscono e ti impediscono di muoverti. Si chiude nel terzo atto con la realizzazione che l’amore salva, da “There goes my miracle” a “Hello sunshine”. L’epilogo è il finale aperto in cui il protagonista si ritrova in un “Moonlight motel” a pensare a cosa ha fatto della sua vita.
Ecco “Western stars”, canzone per canzone - nei prossimi giorni la recensione completa del disco.

(Gianni Sibilla)

Hitch Hikin’
Un inizio delicato, voce e chitarra, poi entrano gli archi e la canzone cresce, senza mai aprirsi del tutto. E’ l’inizio della storia, sia musicalmente, sia tematicamente. Il personaggio vive la vita on the road, incontrando una galleria di persone simili a lui: “I’m hitch hikin’ all day long”. “I’m a rolling stone just rolling now” è una citazione dylaniana rovesciata: qua il protagonista vive la sua condizione in maniera quasi spensierata, e così gli altri protagonisti della prima parte dell’album. Ma come nel brano di Dylan arriveranno tutti a realizzare “How does it feel to be on your own”.

The Wayfarer
Un pizzicato, un giro di violino e qualche tocco di piano; una melodia dritta ed efficace: “Same old story, love and glory goin’ round and rorund”. Poi gli archi entrano più decisi e iniziano a guidare il brano: si inizia a sentire l’influenza di Roy Orbison e del “southern california pop” citato nelle interviste. Ad un certo punto arrivano fiati alla Bacharach, su cui si inserisce l’organo di David Sancious (membro della primissima versione della E Street Band: non suonava con Springsteen dagli anni ‘70). Un altro capitolo del racconto della canzone precedente: “I’m a wayfarer, baby, I drift from town to town”.

Tucson Train
Qua i fiati entrano subito, assieme agli archi, a disegnare la melodia. Un tocco di chitarra elettrica e la batteria rendono il brano più uptempo, con un bel ritornello. Ricorda alcuni momenti di "The Rising": è pronta per essere suonata dalla E Street Band dal vivo. 
Tematicamente ricorda “Downbound train”, non solo per il treno del titolo, là metaforico, qua reale. È la storia di una persona che lavora ma in mezzo alla disillusione: “We fought hard over nothin’ we fought till nothin’ remained/We carried that nothin’ for a long time/Now I carry my operator’s license/and I spend my days just runnin’ this crane/My baby’s coming on the Tucson Train”, canta il Boss.

Western Stars
Uno dei capolavori del disco, sia per il tema che per l’arrangiamento: una steel guitar, la voce con il vibrato, un piano e l’apertura con gli archi a disegnare il paesaggi desertici del testo. La melodia tipicamente springsteeniana ricorda alcuni momenti di “Nebraska”, ma con un arrangiamento più ricco. “Ride me down easy, ride me down easy, tonight the western stars are shining bright again”, canta Bruce, raccontando storie di attori che si affidano al viagra, storie di cowboy di serie B (“Once I was shot by John Wayne/Yeah, it was towards the end”) e di spazi aperti. Nei personaggi si insinuano i primi dubbi e la nostalgia del passato: “Hell this days there ain’t no more. Now there’s just again/Tonight the western stars are bright again”.  L’unico accenno direttamente politico del disco: “Our American brothers cross the wire and bring the old ways with them”.

Sleepy Joe's Café
Altro brano uptempo: parte come un folk rock con banjo e fisa alla Seeger Sessions, va in crescendo con archi e piano e fiati, fino a ricordare i Los Lobos e atmosfere mariachi.  Una storia tipicamente springsteeniana, quella di una famiglia che gestisce un locale che aiuta la gente a tenere lontano le preoccupazioni del lavoro e del lunedì mattina. Un tributo ai bar di provincia, al “dance the night away”.

Drive Fast (The Stuntman)
Si rallenta con un brano che parte intimista, piano e chitarra e la voce più avanti, poi si apre con batteria e archi per poi rallentare di nuovo. Sembra di ritrovare l’attore cowboy di “Western Stars”, diventato una controfigura, che racconta la sua storia: “Drive fast, fall hard, keep me in your hart/don’t worry about tomorrow, don’t mind the scars”, e invece le ferite della vita lasciano il segno, eccome: ho dell’acciaio nella gamba, ma almeno cammino fino a casa, dice Springsteen, ma la fatica inizia a farsi sentire.  

Chasin' Wild Horses
Il rimpianto è il secondo momento dell’arco narrativo del disco: rendersi conto del tempo perso a inseguire chimere e cavalli selvaggi. La canzone inizia voce e chitarra, poi inserisce banjo, slide guitar e archi, con apertura cinematografica. Leggi il testo e ti immagini gli spazi apert: “Left my home, left my friends/I didn’t say goodbye/I contract out on the BLM up on the Montana Line/Chasin’ wild horses”.

Sundown
“Sundown/all I’ve got is trouble in my mind”. Una canzone che gioca sui contrasti, sui chiaroscuri musicali e tematici: piano ed archi ed una melodia aperta per raccontare invece lo spaesamento del protagonista che dice “I’m twenty five hundred from where I wanna be”. Un brano che ricorda “Girls in their summer clothes”, con cori alla Beach Boys e riferimenti a Jimmy Webb: “I work all day on the county line” canta il Boss, echeggiando “Wichita Lineman”

Somewhere North of Nashville
Ancora rimpianto e spaesamento, in un brano prevalentemente acustico che sarebbe stato bene negli altri dischi “solo”. Parte voce e chitarra e inserisce piano, cori e archi, raccontando la storia di un musicista alla ricerca di se stesso: “All I’ve got is this melody and time to kill, here somewhere North of Nashville".

Stones
L’inizio con gli archi ricorda ancora certi momenti di “The rising”, poi entrano il piano e la batteria. Un’altra ballata sul rimpianto: “I woke up this morning with stones in my mouth/You said those are only the lies you've told me”. Come la title-track, canzone destinata a diventare un classico, con un ritornello che ti entra in testa e non ne esce più: finale con un assolo di violino, twang guitar, archi e vocalizzi.  

There Goes My Miracle
Inizia il terzo atto del racconto, con un altro brano uptempo, già noto: dopo lo spaesamento inizia la consapevolezza che la salvezza arriva con la ricerca dell’amore e che "The book of love holds by its rules/disobeyed by fools". Il brano che cita più esplicitamente Roy Orbison: ha generato reazioni contrastanti - ma è centrato nel racconto del disco.

Hello Sunshine
Non a caso scelto come primo antipasto per il disco: il protagonista che capisce che la strada ti può portare troppo lontano:“You fall in love with lonely, you end up that way”. La canzone in cui echeggia anche la lotta alla depressione di Springsteen, che rivive nelle scelte dei personaggi che racconta, combattuti tra la solitudine, la strada, e la ricerca di una speranza. Un tributo a “Everybody’s talkin’ ” di Fred Neil, nella versione di Nilsson resa famosa da “Un uomo da marciapiede”.

Moonlight Motel
Una ninnananna finale, su un arpeggio di chitarra e qualche tocco appena accennati: gli archi sono in sottofondo, e la voce è davanti. Un epilogo dolce amaro, tra amore e solitudine: “As I drove there was a a chill in the breeze/ and leaves tumbled from te sky and fell onto a road so black I backtracked to the Moonlight Motel”.

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