NEWS   |   Pop/Rock / 22/05/2019

Rockets, 'Wonderland' e la storia della band caduta sulla Terra

Intervista al tastierista Fabrice Quagliotti: vernici tossiche, bombe, croci solari, fan integralisti e il nuovo concept album

Rockets, 'Wonderland' e la storia della band caduta sulla Terra

Sul braccio destro, Fabrice Quagliotti ha tatuato il pentagramma di un brano strumentale che ha dedicato alla moglie. “Odio i tatuaggi con i nomi”, dice. “Cambi donna e il tatuaggio resta”. La musica, invece, è per sempre. O per lo meno, qualche decennio può durare. È il caso del gruppo di Quagliotti, i Rockets. La band francese italianizzata ebbe un gran successo fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 popolarizzando la musica elettronica e facendo furore con un look alieno, teste rasate, pelle argentata, tute spaziali, strumenti strani.

Il tastierista Fabrice Quagliotti entrò a far parte di questa grande fantasia – una fantasia perfetta per evadere dall’Italia degli anni di piombo – fra il primo e il secondo album. È l’unico membro della formazione dell’epoca ed è co-produttore, co-autore e mente creatrice del nuovo album “Wonderland”. Gli abbiamo chiesto di raccontarci il disco e qualche storia di un’era che sembra lontana, ingenua e, sì, un po’ aliena.

Che cosa aggiunge “Wonderland” alla storia dei Rockets?
È la chiusura d’un ciclo, ecco perché ho voluto recuperare il logo del primo album. È un concept. Dice che la “Wonderland”, la terra da sogno, ce l’abbiamo qua: è la Terra. È un pianeta meraviglioso, lo stiamo distruggendo. L’uomo è la vera arma di distruzione di massa.

Chi ci salverà?
I bambini, i “Kids from Mars” del singolo. Rappresentano il futuro e la salvezza, come racconta il video della canzone. L’art director del video è Federico Bozzano, che ha lavorato ad “Avatar” e “La leggenda del pianista sull’oceano”. La storia continuerà nei prossimi due video tratti dall’album, componendo un cortometraggio. Uscirà anche un libro a fumetti con questa storia, vorremmo portarlo a Lucca Comics. E in estate faremo venti, venticinque concerti in Italia, dal nord al sud, per poi fare i teatri in autunno.

Chi sono i “Rock’n roll loser” della canzone?
Sono i fan integralisti dei Rockets, quelli rimasti fermi agli anni ’80, quelli che “era meglio ‘Galactica’”. Che vuol dire che era meglio? Avevi vent’anni, adesso ne hai trenta o quaranta in più e sei attaccato ai tuoi ricordi. Anch’io ho dei gran ricordi, ma non sopporto chi vive nel passato.

E difatti in questo disco cerchi di “modernizzare” il sound dei Rockets mettendoci pure del rap.
Dalla grafica agli autori delle canzoni, in questo disco ho collaborato con tanti giovani e giovanissimi. Nelle musiche senti tracce di David Bowie, 10cc, Supertramp, Linkin Park, Evanescence, Imagine Dragons. Ci sono cinquant’anni di influenze.

Che ricordo hai di Maurizio Cannici, il discografico della CGD che vi portò in Italia e che è scomparso dieci anni fa?
Un visionario che ha creduto nei Rockets, che all’epoca erano avanti di almeno trent’anni. È partito tutto grazie a lui e a Maurizio Salvadori della Trident.

Diventaste popolari in Italia nel 1978. Sembravate degli alieni, non sono in senso letterale. Avevate contatti con musicisti italiani?
Conoscevo benissimo i Pooh, ero amico di Red Canzian, venivano spesso ai nostri concerti per chiederci degli effetti speciali. “Ma questo come lo fate?”. Grazie a noi scoprirono il laser. “Dove l’avete preso?”.

I Pooh dai Rockets non ce li vedo. Però è vero che anche loro puntavano sugli effetti speciali…
Sì, ma dopo di noi. In quell’epoca non c’era niente di spettacolare nel panorama musicale, a parte i Pink Floyd.

Investivate tanto negli spettacoli?
Una fortuna. Ricordo che nel 1980 comprammo il nostro laser: 100 milioni di lire.

Di tasca vostra?
Ovviamente [ride]. Li anticipò Salvadori, poi lo abbiamo giustamente ripagato. Quindi, sì, ci investivamo tanto. Sul fronte degli strumenti, cercavo di scoprire continuamente tastiere e sintetizzatori. Negli anni ’80 feci un periodo a Parigi in un negozio di strumenti chiamato Music Land. Non ci lavoravo, però stavo tutto il giorno lì a scoprire tastiere e intanto davo dimostrazioni ai clienti che lo chiedevano. Ho venduto un PPG Wave a Vangelis. Era pieno di musicisti come Frederick Rousseau, un amico d’infanzia che faceva il programmatore per Jean Michel Jarre.

Altri artisti italiani?
Lanciammo Gianni Bella, che aprì un nostro concerto. E conobbi Lucio Dalla, stavamo in uno stesso albergo a Riccione. Spiace non avere approfondito i rapporti, mi saprebbe piaciuto fare qualcosa con lui, per me era il più grande degli artisti italiani. Un musicista e una testa.

C’erano contestazioni ai vostri concerti, vero?
Hai voglia. Eravamo rasati e suonavamo chitarre a forma di croce solare. “Siete nazisti!”, ci gridavano. Si vede che la parola nazista è sempre andata di moda. Quando devi rompere i coglioni a qualcuno, gli dai del nazista o del fascista. Ma di cosa?

Accadeva solo in Italia?
Solo in Italia. Uscivate da un periodo terribile. Salvadori aveva paura a farci suonare. Da Santana avevano buttato le molotov sul palco. Un disastro. Nel 1980 arrivammo al Palasport di Bergamo per fare un concerto. Ci mandarono via. “È tutto annullato!”, ci dissero. Avevano trovato una bomba sotto al palco.

Una bomba vera?
Una bomba, sì. Era difficile suonare rilassati. Al Palasport di Torino ci preparavamo a cominciare. Parte l’intro, ci avviamo verso il palco, si sente un’esplosione. Boom! “Rientrate!”, ci urlano. La gente inizia a far casino, perciò dopo un quarto d’ora usciamo sul palco e lì troviamo una guardia del corpo per ogni musicista, una guardia del corpo armata di pistola. Che vuoi fare con una pistola davanti a 10 mila persone? Spari a che cosa?

Nel 1980 andaste a San Siro a fare una manifestazione chiamata Discostadio.
C’erano due palchi, uno per gli altri e uno di 18 metri solo per noi. Fra laser, tastiere montate in un certo modo, l’attrezzatura e tutto il resto, o si faceva col nostro palco o non si faceva.

Dove avevate successo, oltre all’Italia?
Inizialmente in Francia. Poi Russia e anche in Spagna.

Niente Inghilterra e Stati Uniti, anche se ci tentaste, vero?
Sì, ma dovevi parlare bene l’inglese o eri morto. Provammo ad andare negli Stati Uniti, ma c’era già un gruppo chiamato Rockets, ci fermammo. Si poteva gestire la cosa in modo diverso. Se anche in Inghilterra ci fossero stati un Cannici e un Salvadori avremmo avuto successo anche lì.

Quando hai capito che stava finendo tutto?
Attorno al 1983. Arrivò la new wave, la musica cambiava, diventava difficile per noi. L’errore fu non proseguire con lo stesso filone. Però è stato giusto smettere di esibirsi rasati e argentati. Se avessimo continuato saremmo diventati ridicoli. E infatti non concepisco che i Kiss continuino a truccarsi. Lo puoi fare a 20, 30, 40 anni. Ma a 50, 60? Diventi un rock’n’roll loser.

Nel 1984 cambiaste look, indossando dei… gilets jaunes.
Vedi che eravamo avanti di trent’anni? [Ride]

Nel film “Non ci resta che il crimine” ci sono due bande di rapinatori, una coi vestiti dei Kiss e una coi vestiti dei Rockets…
Una scena bellissima. Però, cazzo, avrebbero potuto usare una musica dei Rockets! [Ride] Mi hanno detto: nel prossimo film.

Che cosa pensasti quando Elio e le Storie Tese suonarono a Sanremo 1996 vestiti da Rockets?
Se ascolti il loro primo album c’è “On the road again”. Elio è un fan. L’ho chiamato il giorno dopo Sanremo. “Non ti sei incazzato?”, mi ha chiesto. “No, no, l’ho trovato bellissimo”. Grande gruppo di musicisti, con la emme maiuscola.

Ma qualcuno ha tenuto i vecchi costumi o altro?
Qualcosa hanno i fan, come Ernesto del sito LesRockets, un carissimo amico di Roma. Sa tutto dei Rockets, ne sa più di me, ma non ha mai visto un nostro concerto, forse i genitori non lo lasciarono venire. Un giorno mi chiama alle 2 di notte. “Sono Ernesto”. “Eh?”. “Ti devo dire una roba”. “Eh?”. “Sono a Genova, nel luogo dove avete suonato nel 1980!”. “Ma vai a cagare!”. So che lui ha recuperato una parte del costume di Alain Groetzinger e qualcosa d’altro.

Il nome Rockets è tuo?
Anche se qualcuno va a registrarlo, non ha valore. Esiste il pre-uso, io ci sono dal 1977 e nessuno mai potrà togliermi il nome. L’ho acquistato con loghi, master e immagine dal manager Claude Lemoine, dieci anni fa.

Royalties ne arrivano?
Un tempo tante, dopo quarant’anni poche.

E così fai l’agente immobiliare a Como.
Sì e do una mano a mia moglie che è una grandissima artista che fa cose per bambini. Vedi, i bambini…

Negli anni ’70-80 tra i ragazzini si diceva che per truccarsi i Rockets usano una vernice tossica.
Lo so, ma era un normalissimo trucco teatrale che avevamo trovato a Parigi. Si diceva, anche, che uno dei Rockets fosse morto per via di quella vernice. E sai cosa? Quando si creano leggende metropolitane vuol dire che il tuo gruppo funziona.

(Claudio Todesco)

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