NEWS   |   Industria / 19/05/2019

Eurovision, pregi e difetti di uno show dove conta la quantità

L'Eurovision Song Contest è uno spettacolo che privilegia la quantità alla qualità, una grande abbuffata di musica che piace non per il sapore ma per la "locura".

Eurovision, pregi e difetti di uno show dove conta la quantità

I fan dell’Eurovision Song Contest sontengono che sia il termine di paragone dello spettacolo musicale in TV. L’opposto di Sanremo, percepito come lento e noioso. E’ davvero così? No, non proprio.
Ogni volta che vediamo la finale dell’Eurovision ci viene ricordato cos’è il ritmo, almeno nella prima parte: 26 performance in fila, ognuna è una sorta di videoclip dal vivo. Ma le canzoni lasciano spesso a desiderare, con repliche di modelli visti e rivisti. Poi nella seconda parte, tutto rallenta con continui riassunti delle canzoni in gara che conducono alla sequenza delle votazioni, lentissima per gli spettatori normali, ma amatissima dai fan del programma che si divertono a guardare il voto che Cipro ha dato alla Bielorussia o se San Marino ha premiato l'Italia (si, quest'anno finalmente ci ha dato il massimo dei punti).

L’edizione di quest’anno non ha cambiato granché la percezione: l’Eurovision è un grande show, con molti pregi e altrettanti difetti. Lo ripetiamo, a scanso di equivoci: siamo contenti di averlo visto tornare in TV in Italia, e di vedere il nostro paese in gara, dal 2011. E’ uno show che genera numeri interessanti, ed è un bene: nel 2018 ottenne  uno share 18,63%, in leggero calo dal 2017. E sì, se ne parla tantissimo sui social media. Ma va messo in prospettiva sia in termini di quantità che di qualità.

Nell'ESC sono coinvolte 41 nazioni; nel 2018 ha avuto un’audience mondiale stimata in 186 milioni di persone. Il Superbowl - che ha una importante parte musicale - nel 2019 ne ha attirati 111 (la cifra più bassa degli ultimi 10 anni), mentre la finale dei Mondiali di calcio arriva a 1 miliardo di spettatori. Se si andasse a fare un’analisi della distribuzione della audience si noterebbe che l’ESC è rilevante soprattutto in alcune zone - l’est Europeo, il nord Europa, e molto meno in altre.

Ma la musica che è ascoltiamo è di bassa qualità. L’Italia ha un metodo a suo modo infallibile per decretare il proprio partecipante: il vincitore del Festival di Sanremo, ovvero l’evento più pop e mainstream che ci sia. Certe volte ha funzionato, con cantanti che hanno fatto una buona figura, altre volte molto meno. Mahmood è andato benissimo: aveva la canzone migliore della serata, e per un attimo ci ha illuso di vincere. Il suo secondo posto è il risultato migliore da Gualazzi nel 2011.

Il bello dell’Eurovision Song Contest è la rappresentazione della diversità, il far vedere che c’è un mondo oltre i nostri confini musicali e oltre quelli della musica pop anglosassone. Ma quello che vediamo è perlopiù dominato dalla “locura” (termine molto amato dai fan), ovvero dal kitsch, dal trash e dal camp, ottenuti attraverso la ripetizione di modelli consolidati: quello anglosassone, e quello nordeuropeo. E' perfettamente rappresentato da questa esibizione, quella dell'Australia: una canzone opera pop inascoltabile, con coreografia ed effetti speciali pazzeschi.

In termini di produzione è impeccabile: la finale propone 26 esibizioni iperspettacolari, con un modello che è stato di fatto replicato dai vari talent e anche, negli ultimi anni, da Sanremo (il regista Duccio Forzano ha importato in riviera tecnica e tecnologie di ripresa dall’ESC). Ma le performance musicali più belle si vedono altrove: all’halftime show del Superbowl, o recentemente ai Billboard Awards: paragonate il passaggio di Madonna, con quello di ieri sera alla finale, davvero imbarazzante, e poi ditemi.
Quello che colpisce dell’ESC non è la qualità, ma la quantità: una grande abbuffata di musica spettacolarizzata. Ma assomiglia più ad un buffet che ad una cena in un ristorante stellato...

(GS)