Porfirio Rubirosa finge di morire sul palco: concerto interrotto

E’ accaduto nella celebre Piazza degli Scacchi di Marostica, protagonista il cantautore veneziano

Porfirio Rubirosa finge di morire sul palco: concerto interrotto

Sembrava un normalissimo concerto di musica live quello tenutosi lo scorso venerdì 10 maggio nella cittadina vicentina, nella nota piazza dove ogni anno si tiene una celebre partita con pezzi degli scacchi umani.
Questa volta, però, le cose non sono andate come spettatori ed organizzatori si aspettavano.
Il cantautore veneziano Porfirio Rubirosa, nel corso della performance artistica, ha finto un malore sul palco. La recita, tuttavia, è stata talmente credibile, complici pure i musicisti che l’hanno soccorso sul palco, che da un’ambulanza è sceso e sopraggiunto anche il personale medico, il quale ha tentato una prima rianimazione del cantante, che a quel punto non pareva dare più segni di vita.
Non sono mancate, soprattutto tra il pubblico più sensibile, le persone che si sono mestamente allontanate dalla piazza.
Si trattava, però, come detto, di una messa in scena, come chiaramente si è capito allorquando è spuntato sul palco un “complice” travestito da Gesù Cristo, che ha esortato i medici a farsi da parte per intervenire in maniera più “incisiva”, con una vera e propria resurrezione.
A quel punto, l’organizzatore dell’evento è salito sul palco per interrompere definitivamente la performance del cantante, esortandolo a scusarsi pubblicamente con pubblico e medici.
Sarebbe stato forse sufficiente, per gli astanti, soffermarsi fin da subito sul sottotitolo dello spettacolo in scena, che riportava la dicitura “non è come sembra”. Così non è stato, e le conseguenze sono state quelle più inaspettate.
Porfirio Rubirosa, che di giorno veste i panni dell’avvocato e i cui spettacoli, molto famosi soprattutto tra la nicchia di pubblico appassionato di dadaismo e teatro-canzone surreale, spesso si spingono a situazioni estreme nelle quali diventa difficile distinguere la realtà dalla finzione, non è nuovo a performance che fanno discutere.
Dopo i fatti di venerdì scorso, anche il prosieguo del suo tour estivo sembra essere a rischio, perché alcuni promoter temono di non riuscire a gestire l’imprevedibilità degli spettacoli di Porfirio Rubirosa, che comunque sulla sua pagina facebook ha scritto un lungo post di scuse, qui sotto riportato.

 

LE SCUSE DI PORFIRIO RUBIROSA ALLE PERSONE CHE SONO RIMASTE TURBATE DURANTE LA PERFORMANCE ARTISTICA DI IERI SERA A MAROSTICA (VI) CHE HA DETERMINATO L'INTERRUZIONE DELLO SPETTACOLO.

Ieri sera lo show di Porfirio Rubirosa and His Band nella famosa Piazza degli Scacchi ha subito una interruzione imprevista dovuta allo shock subito dal personale medico e di parte del pubblico presente durante lo svolgimento della performance artistica.
E non è uno scherzo, questo.
Anzitutto mi scuso.
In secondo luogo, prima di dare la mia spiegazione dei fatti, vorrei effettuare una prodromica premessa.
Come il mio pubblico ben sa, assistere ad un mio spettacolo è un'esperienza diversa dal partecipare ad un comune concerto.
Io e la mia band non facciamo musica da intrattenimento.
Meglio ancora, io non vendo musica.
Non mi interessa assecondare gli spettatori.
Rassicurarli che tutto va bene, e che tutto sarà come si aspettano che sia; non solo la serata in sé ma la vita intera.
Non voglio dirvi che tutto è o sarà bellissimo, perché io non la penso cosí.
Non è questo il mio scopo artistico.
Durante i miei show accade di tutto.
Può succedere di ridere quando credevi che stesse arrivando il momento triste.
Può succedere di ritrovarti davanti alla trivialità più volgare allorquando credevi di ascoltare un canzone d'autore.
O di riflettere su cose a cui non pensavi, magari valutando un punto di vista insolito in relazione ad assunti dati per scontati.
E puoi spaventarti, incazzarti, piangere ed essere felice.
Ho la pretesa e la speranza che ad un mio live ci si senta davvero vivi.
Nel bene e nel male.
Ed è per questo che la sinossi del mio spettacolo e del mio personaggio, quella che mandiamo agli organizzatori di eventi, si conclude sempre con un "Hai voglia di rischiare?".
Quando si fanno le cose che faccio io, si finisce per correre costantemente sul filo.
Ciò che é successo ieri è solo l'ultima di decine di performance susseguitesi nel corso degli anni.
Alcune per tutte: Nel 2008 io e Krugerpritz Alessandro Prizzon Munhoz siamo stati fermati dalla Digos davanti all'Ariston durante il Festival di Sanremo, e condotti nella vicina caserma dei Carabinieri (io in smoking e Krugerpritz vestito da coloniale), perché stavamo sobillando il pubblico distribuendo volantini della C.A.C.C.A. (acronimo di Canzone d'Amore contro Canzone d'Autore) con i quali chiedevamo a gran voce la reintroduzione (?!) della Canzone d'amore al Festival (vedi foto allegata). I Carabinieri non sapevano se ridere, se piangere, o se sentirsi presi per il culo.
Nel 2012, all'indomani della tragedia della Costa Crociere, nei miei spettacoli mi vestivo da Schettino e facevo continui inchini (vedi foto allegata). Il pubblico, o meglio una parte, mi guardava con lo stesso sguardo che i musulmani rivolgono a Charlie Hebdo.
Nel 2017 ad uno spettacolo ho finto di incazzarmi con il pubblico e ho letteralmente distrutto una chitarra sul palco. I bambini sono scoppiati a piangere e il pubblico si è spaventato.
Gli spettatori hanno provato di volta in volta sensazioni di paura, disgusto, sgomento.
Sensazioni vere.
Vita vera.
Vedete, il fatto è che siamo la civiltà dello schermo, che sia quello della Tv, del computer, dello smartphone.
E siamo abituati ad osservare il mondo da un vetro, che in quanto tale filtra le emozioni, le bromurizza, ne bagna le polveri.
Guardiamo al Tg il video di una bambina agonizzante sul marciapiede, colpita da un colpo di pistola mentre sorseggiamo tranquillamente il brodo, nella uterina sicurezza delle nostre mura domestiche, e non proviamo nulla, a parte forse una tiepida commistione di indignazione distratta e compassione per corrispondenza.
Guardare su YouTube Pete Townsend che fa a pezzi una Stratocaster ci fa ormai sbadigliare, ma guardacaso vedere la stessa cosa dal vivo ci spaventa.
Perché ci siamo abituati alla vita pensata di cui canta Dario Brunori, dimenticandoci il brivido dell'emozione.
Ecco, quello che io cerco è dare emozioni. Di tutti i tipi.
Quelle positive di una storia d'amore e quelle negative di un film horror.
Ma non sto mica inventando nulla.
L'hanno fatto prima di me quel prodigio incompreso di Andy Kaufman. Lo fanno anche Maurizio Cattelan (no, non è lo speaker radiofonico) e Marina Abramovic (no, non è la moglie di Roman).
Ma questi sono artisti, direte voi, e tu no.
Ed è vero.
Io sono solo un guitto, status questo di cui, per inciso, vado molto fiero.
Come un giorno mi disse quello straordinario genio di Giancarlo Bozzo, direttore artistico di Zelig, "il tuo problema, Porfirio, è che non sei famoso, perché se lo fossi la percezione di quello che fai sarebbe diversa".
Tutto vero.
Anche per questo, non certo solo per questo, perdo sempre.
Ho perso occasioni.
Ho perso persino valenti musicisti, che non condividevano più questa mia visione.
Aggiungo però che si definisce arte qualunque linguaggio capace di suscitare nel destinatario emozioni, buone o cattive che siano.
E io ho la pretesa di avere il mio, di linguaggio.
Un linguaggio personale, mio e di nessun altro.
Ad ogni buon conto, e venendo alla stretta attualità, ieri sera sul palco di Marostica ho, nientemeno, finto la mia morte per infarto durante la mia esibizione (vedi foto allegata).
Il tutto è stato messo in scena sul palco, da me è dai miei uomini Andrea Manzo e Roberto Terzi talmente bene che i bambini sono scappati via - credevano di aver trovato in me un angelo, ma io, sappiatelo, sono il diavolo -, i genitori se ne sono andati sconvolti, e soprattutto il personale medico - fantastico nella loro professionalissima tempestività - è accorso sul palco per tentare una mia disperata rianimazione.
Poi è comparso Gesù Alessandro Arcuri con la sua brava insegna INRI a resuscitarmi, sulle note di una canzone di Chiesa su base techno.
Ma a quel punto la paura e lo sgomento erano stati talmente forti che gli organizzatori hanno interrotto la performance invitandomi a scusarmi con tutti, pubblico e personale medico soprattutto.
In molti erano furiosi nei miei confronti.
Ho percepito la netta presa di distanza da me e dalle mie modalità comunicative.
Di questo ho sofferto tanto, ma lo accetto perché è il prezzo da da pagare.
Che mettersi in gioco, lo dicevo prima, significa correre sul filo col rischio di cadere.
Sono pertanto qui a porgere le mie scuse alle persone che si sono sentite offese da me.
Mi scuso per aver turbato la tranquillità di coloro che erano lí solo per divertirsi nel modo in cui vogliono farlo loro, o per fare il proprio lavoro.
Mi scuso con gli organizzatori.
Mi scuso soprattutto perché sono una persona che chiede scusa e non si vergogna affatto di farlo.
Nei prossimi giorni parlerò anche a quattrocchi con gli organizzatori.
Tutto questo non significa, beninteso, rinnegare quello che sono.
Perché Porfirio Rubirosa è e resta questo e non altro.
Stanotte, tornando a casa, pensavo alle interruzioni dei concerti di Jim Morrison perché si calava le braghe.
A quelle dei Sex Pistols per le loro intemperanze.
E pensavo che forse non sarò mai un artista riconosciuto.
Forse perché semplicemente le mie sono vaccate.
Ma una cosa non me la toglierà comunque nessuno.
Che, a modo mio, a volte, per qualche istante, a 42 anni riesco ancora a vivere a 300 all'ora.

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