NEWS   |   Italia / 16/05/2019

Vinicio Capossela e le sue ‘Ballate per uomini e bestie’: ‘Poesia, filosofia e denunzia!’

Capossela ha riunito la stampa alla Chiesa milanese di San Carlo al Lazzaretto per presentare il suo ultimo album "Ballate per uomini e bestie". La scelta, ovviamente, non è stata casuale.

Vinicio Capossela e le sue ‘Ballate per uomini e bestie’: ‘Poesia, filosofia e denunzia!’

Ci sono secoli di storia nell’ultimo capitolo discografico di Vinicio Capossela: il Vangelo, San Francesco e Sant’Antonio, la musica medievale, John Keats, Oscar Wilde, le favole popolari, Tim Burton e Picasso. Un immenso repertorio culturale e spirituale che il cantautore di origini campane coltiva da sempre, arricchito dalle letture portate avanti da Capossela negli ultimi sette anni e confluite in “Ballate per uomini e bestie”, il suo undicesimo capitolo discografico in uscita domani, 17 maggio. L’artista nato ad Hannover lo presenta alla stampa in “un luogo reso celebre da Manzoni, dalla pestilenza, una parte importante della struttura di questa città”. Si tratta della Chiesa milanese di San Carlo al Lazzaretto, l’unica parte rimasta del celebre Lazzaretto di Milano adibito al ricovero dei malati, accolti in gran numero durante le drammatiche epidemie di peste come quella del Seicento narrata ne "I Promessi Sposi". La scelta non è chiaramente casuale: tra le tematiche presenti in “Ballate per uomini e bestie” c’è quella della pestilenza del nostro presente. Quale luogo migliore, dunque, di questo per fare un primo passo per curare la peste morale che ci affligge? La Chiesa di San Carlo non è l’unico riferimento al disco immediatamente percepibile. Capossela indossa, infatti, come copricapo una testa d’orso con le fauci spalancate, l’orso che insieme al porco – spiega – è l’animale più vicino all’uomo. E di animalità, se così si può chiamare, è intriso l’ideale seguito di “Canzoni della cupa” (2016), considerando che, dal punto di vista del cantautore, “nell’uomo c’è tanto l’uomo quanto la bestia e gli animali vanno a completare anche nell’uomo il mistero della vita”. Potremmo riassumere dicendo che si tratta di “un cantico per tutte le creature, per la molteplicità, per la frattura tra le specie e tra uomo e natura”, riprendendo la formula utilizzata nella cartella stampa, o potremmo dire, passando invece alle vive parole di Capossela, che si tratta in buona parte di un album sul sacro, inteso nel suo senso forse più profano, ovvero come punto di contatto con la natura: “Non sono credente ma penso che il sacro sia importante come punto di accesso alla natura. I greci nemmeno avevano una parola per designare la religione perché tutto era religioso. In questo senso questo è un disco religioso”, precisa l’artista, un disco di “poesia, filosofia e denunzia”.

“Mi interessava la forma della ballata che, diversa da una canzone, non è fatta per dire le cose in poco tempo. Spesso ha un retrobagaglio di erudizione”, racconta Capossela andando ad analizzare i brani del disco, anticipato dal singolo, già disponibile all’ascolto, “Il povero Cristo”. “La vicenda evangelica è una delle storie più straordinarie dell’umanità”, spiega Vinicio presentando il brano, proposto oggi dal vivo insieme ai suoi compagni di viaggio, i “lazzariati”, nella Chiesa di San Carlo. E ancora: “I poveri cristi sono quelli che ci passano accanto e non vediamo”. A riprova dalla componente di “denunzia” del disco, “Il povero Cristo” è accompagna da un videoclip che è un piccolo film girato da Daniele Ciprì nel borgo di Riace, “nella Riace vuota degli ultimi mesi”, sottolinea l’artista, che conclude: “Rappresenta un luogo dove si è tentato di mettere in atto la buona novella e dove è stata negata questa possibilità”. Questo e gli altri pezzi del disco sono stati tutti scritti all’inizio dell’anno, in quello che per Capossela “è sempre un po’ un momento di purificazione”. “Mi sono rifugiato in una casa semi abbandonata”, racconta, spiegando poi che “Ballate per uomini e bestie” è stato registrato tra Milano, Montecanto – in Irpinia, terra d’origine di Capossela – e Sofia, in Bulgaria. Numerose sono state anche le collaborazioni per la realizzazione del progetto, che vede tra i suoi protagonisti Massimo Zamboni, Raffaele Tiseo, Stefano Nanni, Alessandro Stefana, Teho Teardo, Marc Ribot, Daniele Sepe, Jim White, Georgos Xylouris e infine l’Orchestra Nazionale della Radio Bulgara.

Capossela ci tiene a presentare i brani che compongono il disco, quattordici in tutto, uno per uno ai giornalisti riuniti in Largo Fra Paolo Bellintani. Così eccoci passare dall’Uro delle grotte di Lascaux, al Cristo come sinonimo della condizione umana; dall’arrangiamento che rimanda a Tim Burton di “Danza macabra” all’idea preraffaelita dietro a “La belle dame sans merci” ispirata a una poesia di John Keats; dalla rivoluzionaria idea di povertà di San Francesco al centro di “Perfetta letizia” alla potenza del motto “l’unione fa la forza” che risuona ne “I musicanti di Brema”. “Ma ogni uomo uccide quello che ama”, canta Vinicio citando Oscar Wilde, alla cui "Ballata del carcere di Reading" s’ispira il brano eponimo presente in “Ballate per uomini e bestie”, per poi immedesimarsi in Sant’Antonio e immaginare in chiave contemporanea le tentazioni alle quali l’abate potrebbe essere oggi sottoposto. E visto che “non bisogna scordarsi della profonda lezione della lumaca”, è proprio “La lumaca”, con la sua casa portatile a forma di galassia, a chiudere il disco, con una “lezione sulla lentezza, sulla sacralità della lentezza”.

Una menzione a parte merita il brano “La peste”, il terzo del disco, che oltre a essere la ragione per la quale siamo riuniti al Lazzaretto di Milano è anche uno dei pilastri di “Ballate per uomini e bestie”, un pezzo che Capossela ha voluto dedicare a Tiziana Cantone, la giovane donna che nel settembre 2016 si è tolta la vita dopo che erano finiti in rete foto e video hot che la vedevano protagonista. “Immolata sulla colonna infame dell’ultima pestilenza”, scrive Vinicio in coda al testo del brano, che dal punto di vista musicale devia verso – ci dice – “strumenti più tecnologici, inediti per me, ma con impronta musicale medievale”. Lunghi dal demonizzare il web e i social media Capossela spiega il suo punto di vista: “La rete non è una pestilenza, ma un veicolo di trasmissione. Oggi c’è una possibilità di capillarità che non si è mai avuta nella storia dell’umanità”. La conseguenza è quella di una “deresponsabilizzazione collettiva”, sempre più visibile sui social network. A rendere esplosiva la miscela è poi la graduale semplificazione delle informazioni che, considerando l’immensa mole di materiale al quale abbiamo ogni giorni accesso, puntano al pacchetto semplicità per arrivare a un destinatario pronto ad accoglierle. Se i vantaggi di una fruizione di questo tipo sono piuttosto evidenti, Vinicio ci invita, dall'altro lato, a prestare attenzione: “Nella semplificazione si perde molto, perché il mondo non è semplice”.

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