Una doccia coi Metallica: il concerto a Milano

Piove governo ladro? Boh… quello che è certo è che i Metallica sono sempre generosi e ieri sera a Milano non si sono risparmiati. Anche se il tempo passa, inesorabile. Il report e la scaletta

Una doccia coi Metallica: il concerto a Milano

Nasce male la giornata della data-evento griffata Metallica in quel di Milano. Cielo plumbeo, aria fredda e pungente, ma soprattutto pioggerella intermittente fin dal mattino. E anche se ci si spera fino all’ultimo, arrivando davanti all’ingresso dell’ippodromo di S. Siro diviene chiaro che l’atmosfera sarà in stile festival di Reading dei tempi d’oro – tradotto in italiano: pioggia, freddo, fango.

A inaugurare le danze sono i Bokassa, che si definiscono “kings of stoner metal” e offrono qualche decina di minuti di stoner rock pesante, tirato e molto punkeggiante. Il tempo tiene, per ora, anche se la loro esibizione non lascia esattamente il segno. Da rivedere in altro contesto.
Cambio palco ed è il turno dei mascheratissimi Ghost che con il loro metal rock gotico e orrorifico intriso di melodie pop attirano l’attenzione di molti: si iniziano a sentire i primi cori e si capisce che la band ha un notevole seguito anche nel Belpaese. Alcuni brani colpiscono, altri sono forse troppo leggeri, ma nel complesso i Ghost dimostrano mestiere e confidenza. Menzione speciale per Papa Nil, il papa fantasma con paramenti sacri e saxofono, che arriva in pompa magna sul finale.

La pioggerella inizia a battere, ma dà un attimo di tregua durante l’attesa per i Metallica. Intanto cala la sera, la temperatura si abbassa ancora e si cammina, ormai, su un morbidissimo tappeto di fango, erba triturata, bottiglie e bicchieri di plastica. Ma – dopo che il soundsystem ha sparato una “It’s a long way to the top” degli AC/DC, parte “The Ecstasy of gold” ed è subito brivido sulla schiena… l’intro di Morricone ogni volta è come un richiamo alle armi e il sangue inizia a bollire.

Io – condizionato dai miei anni Ottanta da fan hardcore della band – mi aspetto sempre di sentire un pezzo dei primi tre album, alla fine dell’intro, ma tant’è… sono passati 30 anni. E infatti si comincia con “Hardwired”, che comunque picchia a dovere. Hetfiled e soci si buttano poi su un pezzo dell’era “ReLoad” e, per quanto ce la mettano tutta, inizio a percepire un filo di mancanza di tiro – sensazione mitigata dalla seguente “Ride the lightning” il classicone dall’omonimo album.
L’impressione è che la band abbia assemblato un set con un imprinting più rock, almeno nella prima parte. Manca la furia impetuosa, la potenza che ti shakera e ti lascia col sorriso: siamo al concerto di una rock band di signori che si avviano verso i 60 anni di età, del resto. Non nella Bay Area, nel 1984.

Il concerto prosegue con i quattro che non si risparmiano, nonostante James non sia più il leone ruggente di una volta e nonostante il look da Beetlejuice di Kirk Hammett. Il problema è che, poi, dopo “Halo of fire”, scatta il momento simpatia. Ossia il siparietto che già nel precedente tour sapeva tanto di dozzinale (per non dire peggio): l’angolo di Trujillo e Hammett. Per l’occasione ci troviamo davanti le loro incarnazioni, rispettivamente, in Rob Pelù e Ghigo Hammett, per una cover che annoda le budella di “El diablo” dei Litfiba. Cover, peraltro, appena accennata e con quell’effetto stile prima prova nel salone della nonna di cover band di sedicenni. No, davvero, questa era più che evitabile. Così come lascia il tempo che trova il tributo al povero Cliff Burton, con assolo di basso in stile “Anesthesia – pulling teeth”, che però ormai è troppo scontato. Comunque, Piero Pelù ringrazia:

La pioggia inizia a battere e i Four Horsemen aprono la seconda parte del set, quella più legata alla produzione classica. La sequenza “One”, “Master of Puppets”, “For Whom the Bell Tolls”, “Creeping Death”, “Seek & Destroy” riscalda un po’ l’anima, anche se – complice anche il meteo infame – il famoso momentum è un po’ andato scemando.

C’è spazio per tre bis ancora e poi, sotto un’acqua infernale, bagnati e infangati come vermetti, si sciama fuori dall’ippodromo. Rimane un po’ di amarezza per una scaletta poco dinamica e per l’evidente stato non di grazia della band – a livello di coesione e tiro. Ma ci sarà modo e mezzo di rifarsi, no?

[A. Valentini]

LA SCALETTA:
The Ecstasy of Gold (Ennio Morricone)
Hardwired intro/Hardwired
The Memory Remains
Ride the Lightning
The God that Failed
The Unforgiven
Here Comes Revenge
Moth Into Flame
Sad but True
Halo on FireSt. Anger
One
Master of Puppets
For Whom the Bell Tolls
Creeping Death
Seek & Destroy

Bis:
Lords of Summer
Nothing Else Matters
Enter Sandman

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