La grande mostra di strumenti del rock a New York. Reportage e foto

"Play It Loud": gli strumenti del rock'n'roll al Metropolitan della capitale USA. Rockol l'ha visitata e ve la racconta

La grande mostra di strumenti del rock a New York. Reportage e foto

Ci siamo abituati (male) alle mostre farlocche con chitarre comprate ai mercatini e fatte firmare da rockstar che quelle chitarre non suonerebbero mai, alla Esteve di De André che non si capisce quando e dove  Faber abbia strimpellato e alle bacheche degli Hard Rock Café in giro per il mondo.
Poi arriva “Play it Loud. Instruments of Rock and Roll” al Metropolitan di New York. Centotrenta tra chitarre, bassi, tastiere e batterie che davvero hanno fatto la storia del rock. Strumenti sui quali hanno sudato e sanguinato le dita dei più grandi e i cui suoni sono finiti per davvero nei dischi più importanti.
Abbiamo visto la mostra in una domenica d'aprile. Esattamente l'ultimo giorno di esposizione dei quattro disegni di Leonardo Da Vinci che il Met conserva con legittimo orgoglio. Uno, per dire, è un bozzetto della Vergine delle Rocce. Eppure, da Leonardo andavi senza fare coda e potevi appoggiare il naso sui disegni che nessuno ti diceva niente; a vedere le chitarre di Jimi Hendrix, Eric Clapton e Jimmy Page c'era una coda continua e infinita di pazienti rocchettari con addosso le magliette delle band, .
Non sappiamo se la cosa sia buona o cattiva. Ma è andata così.
Una mostra, più che raccontarla, bisogna vederla. Ma quelli che non ce la faranno a vederla (l'esposizione resterà comunque aperta fino all'1 ottobre) possono provare ad immaginarla.
La prima sala è dedicata ai padri fondatori. Ci sono le chitarre di Chuck Berry (la prima Gibson semiacustica, quella che non è finita sottoterra con lui), e poi quelle di Buddy Holly, Muddy Waters e Bo Diddley. C'è la Martin che Elvis usò nelle registrazioni agli studi Sun Records di Memphis, e c'è il pianoforte d'oro di Jerry Lee Lewis. Basterebbe questa prima sala per andarsene via contenti come delle pasque. Invece il meglio deve ancora arrivare.
Ed è un meglio che non si può raccontare nel dettaglio, tanti sono gli strumenti e le storie collegate. Ma qualcosa proviamo a dirlo lo stesso.
Il set dedicato ai Beatles è strepitoso: ci sono la batteria di Ringo, la Rickenbacker a dodici corde usata da Lennon in studio e nel film “A Hard Day's Night” (che peraltro fece impazzire Roger McGuinn dei Byrds, che non si capacitava di quel suono incredibile) e la prima modesta e commovente chitarrina di George Harrison.
Gli Stones sono degnamente rappresentati dalla Les Paul dipinta da Keith Richards sotto acido (lo ammette lui stesso in un video) e la sua classica Telecaster consumata dal tempo.
Tra i pezzi da museo, non a caso esposti al Metropolitan, ci sono la Fender bianca di Hendrix (ma del genio di Seattle si può vedere anche una Gibson Flying V) accoppiata alla Martin di Eric Clapton usata nello storico “Unplugged”. Ma di Eric - celebrato anche da una classica foto londinese di fine Sessanta con la scritta “Clapton is God” - a lasciare senza fiato, sapendo che cosa ci ha fatto con quella, è Blackie, la Stratocaster nera della rinascita, quella, per dire, del Concerto per il Bangladesh e di “Slowhand”.
Alcuni strumenti hanno valore in quanto suonati da una star o da un virtuoso. Altri diventano icone in quanto esteticamente aderenti ad un'idea di musica. Come la Gibson a doppio manico di Jimmy Page, proposta insieme ad un costume di scena dello stesso solista degli Zeppelin, oppure le singolari chitarre di Prince o di Jerry Garcia dei Grateful Dead o l'Ibanez ricoperta di specchietti di Paul Stanley dei Kiss. Ma anche, in definitiva, il pianoforte con inserti in plexiglass di Lady Gaga, l'unica artista pop ammessa in questo pantheon elettrico. Altri ancora perché ci dicono del profondo amore di un musicista per il proprio strumento, come nel caso della chitarra a strisce rosse autocostruita da Eddie Van Halen, con tanto di catarifrangenti applicati sul retro.
Ma la mostra racconta anche di quanto alcuni musicisti abbiano lavorato sui loro strumenti. In una sequenza di video-testimonianze ecco Jimmy Page raccontare “Stairway to Heaven” e gli accordi di “Kashmir”, Keith Richards spiegare che a lui le pedaliere non sono mai servite (“Non ne ho bisogno. Quando trovo il suono giusto lavoro con quello. Ma forse è anche perché sono pigro”), Van Halen rievocare la nascita del “tapping” di “Eruption” e rendere omaggio allo stesso Page, infine Tom Morello descrivere le sue sperimentazioni con vari attrezzi tra cui la... brugola.
Una mostra non si racconta, dunque, ma bisogna vederla. Però si può provare ad immaginarla. Come si può immaginare l'infilata finale di manifesti rock: Buddy Holly a Fort Dodge, Iowa (unico poster esistente dell'ultimo fatale tour per un concerto tenuto quattro giorni prima del disastro aereo), i Beatles allo Shea Stadium, l'unico manifesto esistente – e ormai quasi illeggibile – dei Quarrymen di John Lennon.
Centotrenta pezzi di storia. Centotrenta racconti. Centotrenta colpi al cuore. Che solo chi ama il rock può, probabilmente, capire fino in fondo. Qui di seguito, ecco alcuni esempi...

Ferdinando Molteni

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La vetrina dei bassi elettrici

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La chitarra di Bo Diddley

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La chitarra di Buddy Holly

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La chitarra e il costume di scena di Jimmy Page

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La chitarra di Eddie Van Halen

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La chitarra di Jimi Hendrix

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La chitarra di John Lennon, la batteria di Ringo Starr, la chitarra di George Harrison

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La "Blackie" di Eric Clapton

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Manifesti di concerti

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Il manifesto dell'ultimo tour di Buddy Holly

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Il pianoforte di Lady Gaga

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Il set dei Beatles

 

 

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