NEWS   |   Italia / 18/04/2019

Laïoung racconta il suo “Rinascimento”: ‘Basta plagi, la trap deve osare di più’ – VIDEOINTERVISTA

Il rapper racconta, spiritato, l'album in uscita il 26 aprile: "È finito il Medioevo musicale, inizia una fase di consapevolezza"

Laïoung racconta il suo “Rinascimento”: ‘Basta plagi, la trap deve osare di più’ – VIDEOINTERVISTA

“Nel 1996, ai tempi di ‘Ave Cesare: veni, vidi, vici’, ero un pischello di 24 anni che girava il mondo per produrre musica. Vivevo in Canada e rappavo in lingua italiana senza sapere nulla della musica italiana. Il nuovo album è davvero un ‘Rinascimento’. Dopo una sorta di Medioevo musicale, inizia una fase di consapevolezza, una rinascita artistica”.

Seduto a capo di un enorme tavolo da riunioni, con al collo una catena col suo nome abbinato al numero 232, prefisso internazionale della Sierra Leone, Laïoung racconta col suo italiano lievemente “broken” il nuovo album “Rinascimento” in uscita il 26 aprile. “Voglio dare spazio all’arte, trovare nuove sonorità e riferimenti culturali. Non scrivo canzoni per accontentare un target, come fanno altri. Mi fido del mio istinto. E vi garantisco che d’ora in poi farò un disco all’anno”.

Laïoung potrebbe mantenere la promessa. Come canta in una nuova canzone intitolata “Terra”, per lui il dovere viene prima di tutto. Sono state l’etica del lavoro e la fame di musica a trasformare Giuseppe Bockarie Consoli, italiano di seconda generazione nato da madre sierraleonese e padre pugliese, in Laïoung, nome d’arte nato dall’unione fra le parole “lion” e “young”. “Vivo praticamente in studio”, racconta spiritato. “Sono uno che registra anche quattro canzoni o dieci basi al giorno. Torno ora dal Brasile dove sono andato a produrre un influencer”.

Laïoung è uno strano tipo di trapper. “Sono connesso con l’universo”, dice. Intende il mondo. Racconta con un pizzico di vanto della sua attività di produttore a livello internazionale, di come le esperienze all’estero gli abbiano aperto la mente, del progetto The RRR Mob, etichetta discografica e collettivo di italiani di seconda generazione. Il contratto con la Sony è durato lo spazio della ripubblicazione di “Ave Cesare”, ora incide per Universal. Ha anche un lato nazional-popolare: ha registrato una canzone per niente ironica intitolata “Andrea Bocelli” ed è ospite nell’ultimo album di Biagio Antonacci. È anche musicista e a differenza della maggior parte dei colleghi cura le basi dei suoi dischi. “Quel che ascoltate è fatto al 100% da me. In questo disco, poi, ho voluto dare più spazio agli strumenti, con il grande Antonio Bruno che suona la chitarra e mio padre al sassofono”.

A proposito del padre, dentro “Rinascimento” Laïoung ha messo storie famigliari come l’insegnamenti di “Papà” e il rapporto genitori-figli di “Proteggimi”. Ci sono rime sul farcela e sui finti amici che quando smetti di avere successo ti girano le spalle. E c’è una sola collaborazione, quella con Diawel, perché “è difficile che altri artisti si ritrovino nel mio mondo”. L’album, dice Laïoung, dovrebbe trasmettere sia consapevolezza che voglia di divertirsi. La versione in CD che uscirà successivamente potrebbe contenere dalle 6 alle 8 tracce in più. E nel 2019 ci sarà un vero tour. “Ci saranno ballerini, musicisti, grafiche, effetti speciali”, promette.

Il pezzo di maggiore impatto del disco è l’ultimo. S’intitola “5 euro per morire”, racconta la storia di immigrati che raccolgono pomodori al sud per una manciata di euro, schiavizzati da chi dà loro lavoro. Con un finale amaro: la morte che arriva in un incidente stradale. “In Puglia gli immigrati sono sfruttati dai caporali, con la polizia che non interviene. Sono alieni di cui nessuno parla. Sono schiavi del sistema. Sono dimenticati. E così una pietra che avevo nel cuore è diventata una gemma”. È arrabbiato per il clima che si respira nei paese? Segue la politica e il dibattito sull’immigrazione? “Io non seguo. Io sento. E in questo momento sento che c’è bisogno di consapevolezza”.

Non è la prima volta che Laïoung affronta il tema del caporalato. Nel 2011 ha partecipato al concerto No Cap a Nardò, a sostegno della rivolta di Yvan Sagnet contro i caporali. “Faccio fatica a parlarne perché mi emoziono”, dice. “Yvan è come un fratello per me. E quel No Cap è diventata una tendenza americana usata da tutti i rapper, incredibile. Le cose devono cambiare. C’è gente che muore e nessuno ne parla”.

E quella frase, “il dovere prima di tutto”? “Collaborando con altri artisti ho incontrato due tipi di persone: quelli consapevoli e quelli inconsapevoli del loro potere. Chi è consapevole osa. Chi non lo fa ha subito un trauma, magari un discografico o un manager non ha creduto nelle sue doti. Il primo obiettivo di un artista è sapere quel che vuole diventare e quindi lavorare su voce, immagini, testi, perché l’allenamento perfeziona. Non vince chi ha talento, vince chi lavora”.

Forse anche i trapper italiani dovrebbero lavorare di più? “Spero che smettano di plagiare ritornelli e beat. Mi auguro che diventino più originali e artistici. Guarda che cosa succede nel mondo, ogni paese ha la sua versione della trap. Gli elementi base sono quelli, il suono di batteria e basso dell’808, a cui vengono aggiunte melodie tipiche. Anche noi lo possiamo fare”. Alza la voce, ora sembra un predicatore: “Lo possiamo fare con Battisti! Con Dalla! Con Pino! Con tutta la musica italiana! È lì che voglio arrivare artisticamente”.

E perché i nostri trapper non lo fanno? Per mancanza di talento? “No, per pigrizia. Potrebbero prendere 10 elementi diversi da 10 diverse canzoni. E invece si limitano a copiare testo e ritornello da un unico pezzo americano. Dovrebbero rischiare di più, per trovare sé stessi”.

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