Let’s dance! La storia di David Bowie (parte 6)

All’arrivo degli anni ’80 David Bowie è già un veterano. Il fragile e misterioso Ziggy Stardust si è tramutato in un genio, in un profeta assoluto del trasformismo rock. Generatore e anticipatore di musiche che altri sentiranno solo molto dopo. Eppure qualcosa gli sfugge. Ancora per poco

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Se molti considerarono Never Let Me Down il punto più basso di David Bowie – più per le sonorità che altro, potendo comunque vantare alcuni pezzi molto buoni, come la title track e Time Will Crawl – Bowie stesso avverte il bisogno di smarcarsi. E lo fa nella maniera più inattesa.

Si “rifugia” dietro a una band, i Tin Machine, con i quali pubblica due dischi non memorabili, ma utili a consumare il salvifico strappo in direzione di un rock più ruvido (dimostrandosi ben sintonizzato con il nascente grunge). E’ infatti la tabula rasa necessaria a reinnescare il processo creativo.

Bowie riparte con il più che discreto Black Tie White Noise del 1993, elettrico ma solcato di umori elettronici, e prosegue due anni più tardi con il tuffo in area industrial e avant (assieme a Brian Eno) di Outside, nel quale introduce un nuovo personaggio, il detective Nathan Adler. E’ ora lecito parlare di seconda giovinezza artistica, se è vero che neppure due anni più tardi, nel gennaio del 1997, esce Earthling, convincente escursione in territori jungle, techno e industrial, che lo vede incrociare l’estro con Trent Reznor dei Nine Inch Nails (I’m Afraid of Americans) e Moby (Dead Man Walking), con il clip della magnifica Little Wonder a inquietare l’immaginario collettivo grazie alla regia visionaria di Floria Sigismondi.

di John Earls – Stefano Solventi, quinta parte della cover story integrale pubblicata su Vinyl n.7 (marzo 2019). 

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