Gli autori in rivolta contro Spotify: 'Ci ha usati'

Fino a ieri esempio di fair treatment tanto da essere indicato dall'industria discografica come modello alternativo a quello imposto da YouTube e causa prima del value gap, Spotify è finita nel mirino di una pattuglia di quotatissimi autori a livello internazionale, che - per mezzo di una lettera aperta - hanno accusato la società svedese guidata da Daniel Ek di aver "usato" i creativi esclusivamente per il proprio tornaconto: il leader degli Chic e produttore (di - tra gli altri - Duran Duran, Madonna e David Bowie) Nile Rodgers (nella foto), il collaboratore di Beck, Adele e Foo Fighters Greg Kurstin e Ludwig Göransson, tra i più fidati sodali della star americana Childish Gambino, sono solo alcuni dei firmatari di una vibrata protesta contro il ricorso presentato da Spotify contro la decisione dell'U.S. Copyright Royalty Board dello scorso mese di gennaio, che aveva imposto di innalzare il compenso per gli autori nei prossimi cinque anni dall'attuale 10,5% al 15,1%.

"Siamo feriti e arrabbiati", si legge nel manifesto: "Avete creato una squadra per relazionarvi con gli autori e vi siete ingraziati la nostra comunità. Sappiamo che non siete solo quel segnale Internet che sta presentando un ricorso contro la decisione del Copyright Royalty Board sul compenso per gli autori. In ogni caso, siete l'unica piattaforma che ci ha fatto sentire di lavorare insieme per costruire un'industria musicale moderna. Adesso, però, siamo riusciti a intuire la vera ragione del vostro slancio nei confronti degli autori: ci avete usati e avete cercato di dividerci, ma noi resteremo uniti. Fate la cosa giusta, e rinunciate all'appello contro la delibera del Copyright Royalty Board sul nostro compenso".

Nella prima mattinata di mercoledì 10 aprile si attende una replica ufficiale da parte di Spotify.

"Una delle principali aree di interesse nel nostro appello riguarda il fatto che la decisione del Copyright Royalty Board rende molto difficile per i servizi musicali offrire ‘pacchetti’ di musica e offerte non musicali", aveva spiegato Spotify alla metà dello scorso mese di marzo, motivando la propria decisione di fare ricorso: "Ciò danneggerà i consumatori. Questi pacchetti sono la chiave per attirare gli abbonati verso musica per la prima volta in modo da poter continuare a far crescere la torta delle entrate per tutti".

"Non pensavo che Spotify potesse andare più in basso", era stata la dura - e immediata - replica di David Israelite, ad e presidente della National Music Publishers Association: "Questa affermazione è una bugia gigante. Sono sicuro che una squadra di PR ha speso una grande quantità di tempo ed energia per creare una dichiarazione per cercare di ingannare artisti e cantautori. Devono pensare che gli artisti e i cantautori siano stupidi. Ma non lo sono".

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