Chi è Pedro Capó, il nuovo re dell’isola delle hit - VIDEOINTERVISTA

Porta gli occhiali da sole perché è ancora - dice sorridendo - mattina presto. Sono da poco passate le dieci ma, si sa, il fuso orario del music biz viaggia su binari paralleli e Pedro Capó ha dalla sua anche il fatto di essersi imbarcato in un lungo viaggio per raggiungere la sede della sponda locale della sua casa discografica, la Sony, dove l’entourage della major e la stampa lo aspettano. “Italia es tu casa”, si sente tra i corridoi della sede di Milano mentre il cantante portoricano si destreggia tra le strette di mano.

Pedro Capó ora vive a Miami, ma è originario dell’isola di Porto Rico e, tra i suoi spostamenti, ha vissuto per dieci anni a New York. Arriva alla filiale italiana della Sony forte del successo del suo più recente singolo, “Calma”, brano uscito lo scorso anno anche in una versione remix realizzata in collaborazione con il conterraneo Farruko. Dando uno sguardo ai numeri, l’artista è il nuovo ragazzo d’oro di un’isola che quanto a hit non scherza, con Luis Fonsi e Daddy Yankee a dettare la linea con il tormentone da guinness dei primati – il video del pezzo è a oggi il più visto della storia di YouTube - “Despacito”, datato 2017. Il video di “Calma (Remix)”, pubblicato sei mesi fa, supera a oggi gli 850 milioni di views e ha raggiunto la prima posizione dei brani più ascoltati su Spotify in Spagna e America Latina, è entrato nella Top 5 italiana del colosso svedese dello streaming e ha scalato la vetta della Top 50 Viral, sempre di Spotify, in Italia, Spagna, USA e America Latina. Nella Penisola il brano è in classifica (FIMI/GfK) da quattordici settimane, a oggi in seconda posizione dopo Coez. .

Con quattro album all’attivo, l’ultimo dei quali, “En Letra de Otro”, del 2017, l’artista caraibico, classe 1980, nipote del cantante e compositore portoricano Bobby Capó, questo successo non l’aveva previsto: “È stata scritta in un modo molto innocente, non cercavamo un singolo, non cercavamo una hit.

Entravamo in studio e suonavamo, come ragazzini, e cercavamo di dipingere una scena che per noi caraibici e portoricani è molto comune, che è andare in spiaggia e prendere le distanze dallo stress e da qualsiasi cosa possa distrarti e connettersi con le cose che contano”, ha spiegato Capó. Aggiugendo: “Sapevo che Farruko avrebbe portato amore e più visibilità ma da questo a quello che è diventato ora, voglio dire, non ne avevo idea”. Una volta trovata, la formula magica non si abbandona e per il prossimo disco, che s’intitolerà “Capó”, il cantante si propone di seguire lo stesso “tipo di suono di ‘Calma’”, il quale ben rappresenta la cifra stilistica di Pedro Capó, un “fusion pop” che unisce suoni caraibici e suoni urbani e che raccoglie l’eredità di tutte le influenze musicali alle quali il cantante, sin da giovanissimo, è stato esposto: “Descriverei la mia musica come una fusione di più cose. Ho avuto molte influenze nella mia vita. Ascoltavo il rock hippy degli anni Sessanta e Settanta per mio padre, ascoltavo la salsa, il bolero, le ballate degli anni Ottanta per mia madre, reggae, hip hop, rock, rock latino. Ho vissuto a New York per dieci anni e lì ascoltavo blues”, racconta. Il cantante non manca di sottolineare più volte l’onestà e la non pretenziosità della sua musica, che cerca in fondo di “trovare quei denominatori comuni che ci uniscono dal punto di vista emotivo”: “Penso che tutti attraversiamo le stesse cose nella vita, tutti proviamo amore, tutti perdiamo qualcuno, tutti siamo condizionati dai cambiamenti sociali e dale ingiustizie”.

Per essere la più piccola delle Grandi Antille, con una popolazione di circa tre milioni e mezzo di persone, l’isola di Porto Rico esporta una grande quantità di musica di successo.

Bastano i soli Daddy Yankee e Luis Fonsi o, pescando dalle generazioni più giovani, il venticinquenne Bad Bunny per farsi un’idea. Per Capó, che nel mercato discografico ha esordito nel 2007 con “Fuego y Amor”, la fertilità dell’isola caraibica è legata a diversi fattori, come il crogiolo di popoli che ha transitato per Porto Rico – “un mix di Africa, Spagna e dei popoli nativi come i Tainos”, illustra il cantante – ma anche le influenze che arrivano dai paesi che circondano l’isola e che fanno arrivare i loro suoni fino a Porto Rico. A contribuire alla “musicalità” del Paese, territorio non incorporato degli Stati Uniti, è infine quella che Pedro Capó chiama “conversazione” tra il Nord America e l’isola, dalla quale negli anni Quaranta sono partiti milioni di portoricani, diretti verso la Grande Mela: “Con gli espatriati che tornavano arrivava anche il suono di New York, l’hip hop, l’r&b, il funk. E i portoricani che andavano a NY portavano la salsa”. Ma, conclude Capó, “c’è anche un ingrediente segreto”. Quell’incantesimo, che avvolge anche la piccola isola di Porto Rico, per il quale, nell’arte, il risultato di un’addizione non è mai mera somma delle parti.

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