NEWS   |   Cinema / 26/03/2019

Mötley Crüe, una vita e un film pieno di eccessi: la recensione di "The dirt"

Mötley Crüe, una vita e un film pieno di eccessi: la recensione di "The dirt"

"The dirt" è un film che rispecchia esattamente i Mötley Crüe: eccessivo, sguaiato, cazzone, irreale, a tratti divertente, politicamente scorretto e oltre ogni limite di decenza. Stiamo parlando, ovviamente, del "bio-pic" dedicato alla band losangelina, uscito nei giorni scorsi su Netflix e tratto dalla biografia dallo stesso titolo. Racconta, a modo suo, la storia della band, dalle origini dei due membri principali, Nikki Sixx e Tommy Lee, all'arrivo di Mick Mars e quindi di Vince Neil nel 1981, fino alla loro reunion nel 1997 con il cantante dopo la sua temporanea sostituzione con John Corabi.

Il  film è un'occasione per riscoprire la band, sicuramente, così come la colonna sonora collegata. Ma abbiamo imparato la lezione con "Bohemian rhapsody": inutile andare alla ricerca della verità storica o dell'accuratezza. E' un film, è un racconto: quello che conta è che rappresenti lo spirito del gruppo, soprattutto per chi non lo conosce nei dettagli. 

"The dirt" presenta quindi due ore di sesso (tanto, mostrato esplicitamente), droga (altrettanto presente e mostrata senza remore) e rock 'n' roll - con riproduzione fedele di performance, concerti, videoclip - proprio come avviene nel film dedicato a Freddie Mercury. Qua, addirittura, i titoli di coda sono un confronto tra l'originale e alcune sequenze del film. L'effetto è un po' "Tale e quale show", soprattutto per la somiglianza di Machine Gun Kelly con Tommy Lee - anche se ogni volta che si vede Mick Mars torna in mente il cattivissimo Ramsay Bolt di "Game of Thrones", entrambi interpretati da Iwan Rheon - mentre il chitarrista del gruppo è notoriamente il più tranquillo e riservato del gruppo.

Cosa manca nel film? Tante cose. Manca il racconto della musica della band: magicamente, attaccano le chitarre e sono già dei maghi. Manca soprattutto il racconto della Los Angeles degli anni '80 dove nacquero l'hair metal e il cock rock (per dire: i Guns N' Roses non vengono neanche citati - solo in un'inquadratura si vede uno che potrebbe essere Slash, ma la cosa non viene esplicitata: forse perché tra le band non correva buon sangue?). E manca anche il confronto con il rock di Seattle, che era l'altra sponda opposta delle chitarre dalla fine del decennio ai primi anni '90: una sola citazione ai Pearl Jam, il cui murales è sulla parete dello studio dove invece la band è in piena crisi.
Manca anche il distacco e l'autocritica nel racconto dell'uso della droga: è vero che fu una delle chiavi della storia e dell'autodistruzione (temporanea) del gruppo. Ma almeno non esaltarla e non esibirla in questo modo: siamo nel 2019, con una una consapevolezza diversa rispetto a quella degli anni '80. La droga qua sembra un gioco innocuo: la disintossicazione succede come per magia, e gli effetti si vedono solo dopo un'ora abbondante di film e tra questi c'è la noia che deriva dall'avere smesso di usarla. Anche questo fa parte del "racconto" e dell'immagine che la band ha sempre voluto dare di sé. Da questo punto di vista, "The dirt", nella migliore delle interpretazioni, è un cartone animato. Nella peggiore, fate voi...

Insomma, spettacolo senza remore e senza freni, nulla di più e nulla di meno: il racconto esagerato del rock, e dei suoi pregi, dei suoi molti difetti e di molti suoi stereotipi: i Mötley Crüe  hanno saputo incarnare tutto questo, sul palco e dietro le quinte e in questo film.

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