NEWS   |   Vinyl / 27/03/2019

Let’s dance! La storia di David Bowie (parte 2)

Let’s dance! La storia di David Bowie (parte 2)

All’arrivo degli anni ’80 David Bowie è già un veterano. Il fragile e misterioso Ziggy Stardust si è tramutato in un genio, in un profeta assoluto del trasformismo rock. Generatore e anticipatore di musiche che altri sentiranno solo molto dopo. Eppure qualcosa gli sfugge. Ancora per poco

[Continua da David Bowie, let’s dance – pt. 1]

La fine di Ziggy evidenzia un aspetto: è come se Bowie temesse di finire cannibalizzato dalla fama. Gli spostamenti stilistici e geografici successivi lo portano a inseguire il successo e contemporaneamente ad allontanarsene. Prima realizza il plastic soul di Young Americans e il wave-soul-kraut di Station to Stationin quel di Los Angeles (impersonando nel frattempo L’uomo che cadde sulla terra nel film di Nicolas Roeg). Poi fa rientro in Europa dove, oltre a salvarsi da una tossicodipendenza rovinosa, ignora a bella posta il punk imperante, definendo con la cosiddetta “trilogia berlinese” le basi di molta new wave ed etno-elettronica degli anni a venire.

Questo vortice sperimentale, occorre ribadire, non è affatto incompatibile con il successo. Semmai mira a ottenerlo in una prospettiva di eccezionalità, di shock emotivo e frattura culturale. Nell’album Scary Monsters (and Super Creeps) del 1980 sembra quindi convergere tutto il percorso compiuto da Bowie fino ad allora. Pur trattandosi di un lavoro sostanzialmente popular, non rinuncia a dettare le regole di un immaginario inquietante e in divenire. è il preludio di una svolta clamorosa: oramai ultratrentenne, lasciate alle spalle le insicurezze e le dipendenze, Bowie sente di essere finalmente padrone del se stesso artista e uomo.

di John Earls – Stefano Solventi, seconda parte della cover story integrale pubblicata su Vinyl n.7 (marzo 2019). 

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