NEWS   |   Italia / 14/03/2019

Enrico Ruggeri canta gli ultimi istanti di vita di Lou Reed nel nuovo album “Alma” – INTERVISTA

Enrico Ruggeri canta gli ultimi istanti di vita di Lou Reed nel nuovo album “Alma” – INTERVISTA

“Ogni volta dico: mi sa che sarà l’ultimo, e invece…”. E invece Enrico Ruggeri continua a produrre album. L’ultimo s’intitola “Alma” e arriverà il 15 marzo a tre anni distanza da “Un viaggio incredibile”. Non che, nel frattempo, il cantante milanese se ne stia stato con le mani in mano: ha pubblicato due dischi coi Decibel, è stato in tour, ha fatto Sanremo 2018, continua a condurre “Il falco e il gabbiano” su Radio 24.

“Alma” non è un concept e musicalmente è piuttosto vario, però ha un suo carattere.
Sai, ero un po’ in ansia. Non doveva sembrare un album dei Decibel senza i Decibel, né poteva essere simile al disco di tre anni fa. Doveva essere una cosa nuova. E allora l’ho inciso nel mio studio, con la band, provando le canzoni anche per uno, due giorni finché non erano pronte per essere registrate. Con una regola: nessun groove di batteria, nessun plugin, nessuna tastiera generata dal computer. È frutto di un evidente orrore per il suono stereotipato che va per la maggiore.

Effettivamente l’album ha un feeling live.
Esatto ed era un banco di prova per me stesso, non per il mercato che tanto oggi non ti dà risposte, nel bene e nel male. Non è come un tempo quando con un disco vendevi 400 mila copie e con quello dopo 40 mila. Ora ho il mio pubblico che mi compra a scatola chiusa. Al limite, se è deluso, non compra il disco dopo.

“Alma” è quasi diviso in due, ha un lato più rock e uno da chansonnier.
È la mia schizofrenia. Ogni volta dico: voglio fare un album omogeneo, ma non ci riesco.

Ci sento alcuni temi ricorrenti: la vita, il tempo che passa, la morte.
Sì, ci sono canzoni-metafora come ‘Il treno va’. C’è introspezione, speranza, disperazione. Non sono canzoni che puoi scrivere a 20 o a 30 anni d’età. C’è un percorso che non a caso finisce con “Forma 21” ispirata alla descrizione che Laurie Anderson ha fatto della morte di Lou Reed. È una delle canzoni più riuscite che abbia fatto. Descrive l’attimo della morte di Lou Reed. Il sole filtra dalle vetrate di casa e lui, sorretto da Laurie Anderson, fa la forma 21, una figura di Tai Chi che rappresenta l’elevazione verso il cielo. È capitato anche a me di vedere morire delle persone e l’ultima espressione che uno fa è di stupore, forse per il luogo a cui sta accostando.

Tu l’hai visto in concerto negli anni ’70, vero?
Ero a Milano quando il concerto di Lou Reed al Palalido finì dopo solo due pezzi. Nell’anello superiore che dava sul palco c’erano quelli di Lotta Continua o forse di Avanguardia Operaia. Gli tirarono sassi e gavettoni. Il concerto finì lì. Andò in tutt’altra maniera con Iggy Pop nel 1979 o forse era il 1980. Arriva al Palalido, gli buttano dei volantini, lui ne prende uno, s’abbassa i pantaloni e lo usa per pulirsi il culo. Quelli cominciano a tirargli di tutto e lui continua imperterrito a cantare mettendosi una sedia sopra la testa per ripararsi dai sassi. Il Palalido esplode in un applauso liberatorio, tipo Corazzata Potëmkin. Da lì è cambiato tutto.

Perché hai voluto raccontare la storia di Iqbal Masih, il bambino pakistano simbolo della lotta contro il lavoro minorile?
Era una storia che conoscevo poco, l’ho scoperta grazie al mio programma su Radio 24. È stata una delle puntate più emozionanti. Iqbal cuciva tappeti, non palloni, ma era suggestivo immaginare i tre strati: il calciatore ricco tipo Cristiano Ronaldo; i bambini della parte fortunata del mondo che giocano sognando di diventare grandi calciatori; il bambino che cuce il pallone, a cui basterebbe andare per strada a giocare.

La canzone si chiama “Il pallone”, la canti con Ermal Meta: che ti piace di lui?
Oltre ad essere una persona deliziosa è un entusiasta, un torrente in piena, com’ero io agli inizi. Se potesse, farebbe un album ogni due mesi. È iperattivo e creativo. È un percorso in cui intravedo molte analogie col mio. Mi chiama zio, non nel senso di “bella zio”, ma nel senso più profondo del termine.

Fra i tuoi ultimi due dischi ci sono state l’esperienza con i Decibel e l’autobiografia “Sono stato più cattivo”. Hanno influito su “Alma”?
L’autobiografia è stata liberatoria. L’arte lo è. Come diceva Kafka, non sono mai stato da uno psicanalista perché le mie ansie e i miei fantasmi li ho messi nelle cose che ho scritto. In quanto ai Decibel, è stata un’esperienza fantastica che continuerà, è un laboratorio aperto. Io credo di essere stato sempre un artista libero, loro mi hanno insegnato a esserlo ancora di più essendo completamente estranei a questo ambiente. Quando si viaggia assieme si fanno grandi chiacchierate per metabolizzare il fatto che Peter Gabriel ha lasciato i Genesis. È un evento del 1975, ne parliamo come se fosse accaduto ieri. A Sanremo salutavo cantanti che riempiono il Forum e loro mi chiedevano: chi era quello? La loro libertà mi fa pensare a una cosa terribile.

E cioè?
Fra un po’ le cose artisticamente interessanti le potranno fare solo i ricchi. Se prendi un ragazzino del sud e gli fai vincere un talent, quello non potrà cambiare la storia della musica. Deve fare un bel pezzo che passi in radio, che gli faccia riempire il Forum e mantenere la famiglia, che gli dia la sua bella rivalsa sociale. Non potrà mai diventare il nuovo John Cale. Se invece fai musica per farla, puoi permetterti di fare cose nuove.

In Italia c’è bisogno di “Supereroi”? Di un Hulk che ci liberi dai delinquenti che, canti tu, sono solo escrementi?
La canzone ha più livelli di lettura. Fulvio Muzio dei Decibel mi aveva mandato una traccia cantata in finto inglese. Quando l’ascoltavo col mio iPad, i miei figli di 8 e 13 anni iniziavano a cantarla e correre per casa. Mi sono detto: è un pezzo per bambini. E quindi, un po’ come Bennato, ho scritto una canzone con più chiavi di lettura. Ci sono sì i supereroi, ma anche l’esasperazione dei toni, la ricerca di valori, un certo decisionismo trumpiano sull’intervenire contro il Male.

Decisionismo che apprezzi?
Le armi mi fanno paura, ma sono un privilegiato, ho chi mi accompagna in casa quando arrivo, ho chi mi porta i figli a scuola, ho le telecamere. Il problema mi tocca relativamente. Quando sento che un pregiudicato entra in casa di qualcuno e viene ucciso, penso al dramma di entrambi e penso che il colpevole di quella storia è il giudice che ha lasciato che il pregiudicato potesse entrare in quell’abitazione nonostante le condanne.

Il giudice o le leggi che il giudice applica?
Mi sembra che le applichino a modo loro, in maniera ipergarantista. I giudici sono tutti un po’ ideologizzati. Temo che la vecchia frase “la proprietà privata è un furto” stia tornano a galla. La proprietà privata non è un furto, è sacra. Se becchi uno in casa di un altro gli devi dare 20 anni, come se ti avesse tagliato un braccio.

Sei stato a Sanremo 11 volte, senza contare le edizioni in cui hai partecipato come autore. Che ne pensi del dibattito che ha circondato Sanremo 2019?
Non è il popolo contro le élite. Da una parte c’è un voto popolare che è fuorviante, che è una finta democrazia perché favorisce certe categorie. Finisce che stravincono quelli che escono dai talent, come Marco Carta e Valerio Scanu, perché il loro pubblico è più giovane e incline a televotare. Dall’altra parte ci sono giurie di qualità che però hanno sempre fatto cartello.

Tu dici che accaduto anche a te e Andrea Mirò nel 2003, quando “Nessuno tocchi Caino” fu esclusa dalla terna finale.
Una canzone può piacere o meno, ma se in dieci danno come voto zero c’è qualcosa che non va.

Lo sai di per certo?
Sì sì, perché nelle giurie c’è sempre dentro un amico che ti racconta le cose. È successo anche nel 2016. La soluzione sarebbe semplice: rendere manifesti i voti.

È più difficile mettere d’accordo tutti i giornalisti che votano in sala stampa.
Eh, ma ci sono le correnti di pensiero. “Dai, dai, che la mettiamo in culo a Salvini”… Che poi, poverino, Mahmood era anche interessante, il pezzo ci stava tutto.

Ti piace l’idea delle quote italiane in radio?
Mi piacerebbe quel tipo di mentalità, alla francese. Ma è chiaro che una radio è un’azienda privata, combatte coi fatturati, vuole seguire la sua linea editoriale. La cosa tremenda è che le radio passano sempre gli stessi 50 pezzi, brutti e omologati, di qualunque nazione siano – anche se in questo periodo uno dei 50 pezzi è mio. Mio figlio di 13 anni non sa nemmeno come si accende la radio: è un mondo destinato a scomparire per come è organizzato oggi.

In aprile partirai per un doppio tour.
Una cosa schizofrenica. Ci saranno due tipi di concerto completamente diversi. Uno sarà in acustico, senza basso e batteria per intenderci, dove andremo alle radici delle canzoni e alla loro parte più letteraria. L’altro sarà nei club, di segno opposto, in cui evidenzieremo i vecchi amori barricaderi.

(Claudio Todesco)

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