NEWS   |   Industria / 12/03/2019

Spotify viene accusata di mentire per non pagare i songwriters

Spotify viene accusata di mentire per non pagare i songwriters

E’ venuto galla un tentativo di Spotify di cancellare un aumento del corrispettivo da versare ai songwriters sul suo servizio negli Stati Uniti e, in seguito, è stato accusato di mentire da un importante stakeholder dell'industria musicale per la seconda volta in un mese.

La piattaforma di streaming è sotto il tiro dei songwriters e dei loro rappresentanti per fare appello legalmente contro una recente decisione del Copyright Royalty Board che vedrebbe le royalties dello streaming crescere almeno del 44% negli Stati Uniti.

Questo aumento avrebbe influito su tutti i servizi di streaming on-demand negli Stati Uniti tra il 2018-2022, prima che Spotify e Amazon (più Google e Pandora) presentassero un ricorso per contro la sentenza della scorsa settimana.

Spotify si è giustificata pubblicamente. In un post sul proprio blog, l'azienda afferma di ritenere che ‘i cantautori meritino di essere pagati di più’, ma sostiene che ci sono ‘difetti significativi’ nella nuova struttura tariffaria del CRB.

Sebbene Spotify su questi ‘difetti’ non sia proprio chiara, dichiara: "Siamo favorevoli ai tassi effettivi statunitensi che salgono al 15% tra oggi e il 2022, a condizione che coprano la giusta portata dei diritti di pubblicazione. Ma il tasso del 15% del CRB non tiene conto di tutti questi diritti. Ad esempio, non considera il costo dei diritti per video e testi."

Come riporta Music Business Worldwide, ciò è dovuto al fatto che l'aumento del tasso approvato dalla CRB coprirà solo i diritti d'autore sui servizi di streaming, non si estende ai video o ai testi (che negli Stati Uniti sono negoziati separatamente).

Gli editori potrebbero dire che, se i diritti audio/video e i testi sono compresi nel 15%, la reale quantità di denaro pagata da Spotify ai songwriters ogni anno sarebbe notevolmente ridotta.

Spotify aggiunge: "Una delle principali aree di interesse nel nostro appello riguarda il fatto che la decisione del CRB rende molto difficile per i servizi musicali offrire ‘pacchetti’ di musica e offerte non musicali. Ciò danneggerà i consumatori. Questi pacchetti sono la chiave per attirare gli abbonati verso musica per la prima volta in modo da poter continuare a far crescere la torta delle entrate per tutti". Inoltre, la società avverte che i crescenti pagamenti per i cantautori e gli editori "non possono andare a scapito del continuare a far crescere il settore via streaming".

Il post sul blog di Spotify aggiunge: "I giudici del CRB hanno stabilito i nuovi tassi di pubblicazione assumendo che le etichette discografiche avrebbero reagito riducendo i loro tassi di licenza, ma la loro ipotesi non è corretta."

David Israelite, CEO e Presidente della National Music Publishers Association, ha criticato questo suggerimento dichiarando a MBW: "Wow. Non pensavo che Spotify potesse andare più in basso. Questa affermazione è una bugia gigante. Sono sicuro che una squadra di PR ha speso una grande quantità di tempo ed energia per creare una dichiarazione per cercare di ingannare artisti e cantautori. Devono pensare che gli artisti e i cantautori siano stupidi. Non lo sono. Il CRB ha ordinato un aumento del tasso per i cantautori. Spotify è contrario. E’ davvero così semplice."

Dina LaPolt, avvocato di artisti come Britney Spears e Steven Tyler, è sulla stessa linea, definendo il post sul blog di Spotify ‘fake news’. In un’altra intervista con MBW, Israelite dice: "I cantautori sono importanti partner commerciali di Spotify, ma sono trattati come dipendenti a contratto. È offensivo, è un qualcosa del quale penso la comunità dei cantautori si stia stancando e penso che questa possa essere la goccia che fa traboccare il vaso".