Voodoo chile (now returns): Riccardo Bertoncelli racconta Jimi Hendrix (parte 2)

Voodoo chile (now returns): Riccardo Bertoncelli racconta Jimi Hendrix (parte 2)

Ecco la seconda parte della cover story di Riccardo Bertoncelli del numero 6 di Vinyl, la rivista di DeAgostini dedicata al vinile: qua la prima parte, su DEAGOSTINIVINYL.COM

Una delle ragioni risiede forse nella discografia, così ampia, sbalorditiva, cresciuta iperbolicamente dopo la sua morte; pensate che a settembre del 1970, quando ci lasciò, i dischi ufficiali di Hendrix erano quattro, tre singoli e un doppio, mentre oggi si contano a decine, oltre a innumerevoli testimonianze video.

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Forse qualcuno si allarma davanti a quel “tanto”, a quel “troppo” emerso, sfogato, eiettato in nemmeno quattro anni di attività. Il paragone dà le vertigini. Nel tempo in cui oggi un artista di successo pubblica un disco e gira il mondo per promuoverlo, progettandone al massimo un altro, Hendrix compie la sua intera, stupefacente parabola: esce dai sotterranei dov’era rimasto rinchiuso per anni, abbaglia il popolo rock con la Experience, governa la rivoluzione della musica psichedelica, tenta una via di fuga immaginando “un nuovo gospel elettrico”, si sposta verso funk e politica cercando di essere più nero con la Band of Gypsys, sogna una collaborazione con Miles Davis. Suona a Monterey, a Woodstock, a Wight. Si esalta, si dispera, si consuma. Muore.

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