NEWS   |   Recensioni concerti / 24/02/2019

Tears for Fears a Milano: un’attesa lunga quasi trent’anni. La recensione del concerto

Tears for Fears a Milano: un’attesa lunga quasi trent’anni. La recensione del concerto

Il 23 febbraio 2019 è una data che rimarrà scolpita nella storia per i fan italiani dei Tears For Fears: il gruppo non si esibiva in concerto in Italia dal 1996, ma all’epoca era rimasto solo Roland Orzabal, in seguito all’abbandono di Curt Smith; se consideriamo invece il duo al completo, l’ultimo loro concerto in ambito nostrano risale al 1990. Inoltre il concerto di ieri era stato inizialmente fissato per il 23 maggio 2018, ma è poi stato spostato di nove mesi, così come tutto il resto del tour europeo, per motivi di salute di uno dei membri non meglio precisati ufficialmente(anche se già da subito i fan avevano intuito che ciò potesse essere legato all’evento luttuoso dell’anno prima, ovvero la morte di Caroline, la moglie di Roland, e anche l’interessato in recenti interviste sembra averlo indirettamente confermato, affermando che lo scorso anno è stato per lui molto difficile proprio perché ha dovuto fare i conti con la mancanza della sua amata).

Ma finalmente ieri chi li aspettava da 23 o 29 anni e chi non li ha mai visti per motivi anagrafici ha potuto realizzare il proprio sogno: dopo il supporter Justin Jesso che ha in solitario eseguito il suo set di pop moderno tra il quasi totale disinteresse del pubblico (e davanti a un forum ancora parzialmente vuoto), alle 21.20 un boato del pubblico ha riempito il Forum di Assago  quando i due performer sono saliti sul palco, accompagnati dagli altri quattro elementi della band e introdotti dalla cover di Lorde di Everybody Wants to Rule the World, che hanno fatto seguire dalla stessa eseguita da loro. Fisicamente, i due dimostrano i quasi sessant’anni ciascuno che hanno: entrambi coi capelli brizzolati, che per Orzabal sono una novità in quanto fino a due anni fa li sfoggiava nerissimi e in forma di casco riccio, mentre adesso li ha legati dietro, le fisiologiche rughe d’espressione a solcare i loro volti, ma in forma fisicamente e soprattutto vocalmente.

La voce di Smith si è un po’ assottigliata rispetto agli anni d’oro ma regge egregiamente i brani cantati da lui come Mad World, Pale Shelter e Change, e inoltre sostiene benissimo coi controcanti e le armonie vocali, spesso in falsetto, i brani cantati dal collega.
La voce di Orzabal è in realtà la vera sorpresa: chi aveva avuto modo di ascoltare qualche concerto estero degli scorsi anni l’aveva sentita un po’ calante a tratti, ma evidentemente l’anno di riposo forzato deve avergli fatto bene vocalmente perché la sua performance è ottima e in molti tratti sembra davvero di ascoltare il brano nella versione dell’album, peripezie e stranezze vocali incluse.

Strumentalmente tutta la band è in forma: Orzabal, pur essendo un multistrumentalista, si limita a suonare per tutto il tempo la chitarra elettrica, che nella maggior parte dei casi viene usata come ritmica e solo in qualche caso esegue degli assoli; Smith resta fedele al suo basso suonato con la stessa maestria degli anni ’80, tranne in un paio di casi (Rule the World e Mad World) in cui canta a mani vuote in quanto il basso è incluso nella base ritmica. Gli altri membri sono: Charlton Pettus, che suona la principale chitarra elettrica e entusiasma il pubblico con alcuni assoli degni di nota; Jamie Wollam, batterista potente e preciso; Doug Petty alle tastiere; Carina Round come vocalist femminile, che in Woman in Chains e Badman’s Song interpreta le parti che in origine furono di Oleta Adams, la cantante soul tanto cara al duo che nel periodo di The Seeds of Love fu praticamente considerata il terzo membro della band. Carina ha anche il ruolo di protagonista in una versione semplificata di Suffer the Children, cantata solo da lei fino a quando nel finale non si aggiunge anche il suo autore Orzabal.
I successi più famosi ci sono tutti, compresa quella Break it Down Again che fu una hit del periodo in cui Orzabal era rimasto da solo (1993) e a cui adesso il riunito Smith si unisce con basso e cori; ci sono anche i brani meno conosciuti come le già menzionate Badman’s Song,  Suffer the Children e Memories Fade; c’è anche spazio per una cover, Creep dei Radiohead che Orzabal esegue fin dal 1993 e che, seppur cantata egregiamente, francamente risulta superflua in quanto in una scaletta ridotta all’osso (15 brani) avrebbe potuto lasciare posto a qualsiasi altro brano preso dalla discografia della band (ad esempio un brano dal loro ottimo ultimo album in studio, Everybody Loves a Happy Ending (2004), rappresentato solo da Secret World).

Il pubblico infatti è contento, balla e canta all’unisono con la band, risponde entusiasta alle interazioni dei due (incluse quelle dello spiritoso Orzabal  pronunciate in uno stentato italiano, ovviamente lette da un foglietto e, precisa, ottenute grazie a Google Translate!), ma quando il concerto finisce dopo solamente un’ora e mezzo (comprensiva di un solo bis) rimane un po’ deluso, chiedendosi come mai i due, visibilmente in ottima forma, non avessero potuto esibirsi qualche altro minuto in più. Per consolarci possiamo guardare le setlist di tutto il tour e scoprire che non si tratta di una penalizzazione per noi italiani: tutto il tour europeo di questo febbraio è fatto di scalette di 15 brani, e solo in qualche data inglese si sono spinti fino a 16. Evidentemente i due non vogliono o non possono, per limiti fisici, concedersi ulteriormente a un pubblico che li ha attesi fedelmente per quasi trent’anni, ma che comunque per un’ora e mezzo ha rivissuto con grande energia gli anni ’80 e ’90, di cui i Tears For Fears sono stati sicuramente una importante colonna sonora.
Stasera si replica a Padova, mentre altre due italiane (Roma e Lucca) sono previste a luglio.

(Andrea Grasso)

Setlist:
Everybody Wants to Rule The World
Secret World
Sowing the Seeds of Love
Pale Shelter
Break It Down Again
Advice for the Young at Heart
Creep
Change
Mad World
Memories Fade
Suffer the Children
Woman in Chains
Badman's Song
Head Over Heels / Broken
Shout

 

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