NEWS   |   Industria / 15/02/2019

Osservatorio NUOVOIMAIE, parte 40: Premio Enzo Jannacci a Mahmood, parla Paolo Jannacci

Osservatorio NUOVOIMAIE, parte 40: Premio Enzo Jannacci a Mahmood, parla Paolo Jannacci

Se si fosse trattato di una scommessa, quella del Premio Enzo Jannacci – il riconoscimento istituito da NUOVOIMAIE nel 2017 nell’ambito del Festival di Sanremo per celebrare l'ironia e la poesia dell'indimenticabile cantautore milanese – sarebbe stata una vittoria clamorosa: tre giorni prima che Mahmood venisse salutato sul palco del Teatro Ariston come vincitore della sessantanovesima edizione del Festival della Canzone Italiana, la giuria convocata dall’Istituto Mutualistico per Artisti Interpreti ed esecutori già aveva premiato il ventisettenne rapper milanese come miglior proposta emersa dal lotto sanremese 2019.

Segnale, questo, che la dice lunga sulla qualità di “Soldi”, il brano portato in gara da Alessandro Mahmood che ha convinto il panel di esperti – composto dal figlio di Enzo Jannacci, Paolo, dal già chitarrista dei Pooh Dodi Battaglia e dai due vincitori delle passate edizioni del premio, Maldestro e Mirkoeilcane – che per conto di NUOVOIMAIE hanno individuato il vincitore.

“Su ‘Soldi’ c’è stata unanimità dal primo momento”, racconta infatti Paolo Jannacci: “Ho subito sentito Dodi, e anche lui mi ha indicato il brano di Mahmood come suo preferito. Mirkoeilcane e Maldestro, i già vincitori del premio entrati a far parte della giuria, si sono detti d’accordo”.

Alessandro Mahmood è di Milano, come Enzo Jannacci. Cosa avrebbe apprezzato il grande cantautore del giovane rapper suo concittadino? “Riguardo i giovani papà era sempre molto aperto”, ricorda Paolo: “Un giovane deve poter sbagliare, anche in modo ingenuo, per poter crescere. Mahmood, nonostante la giovane età, è già supportato da una multinazionale che ha creduto in lui. Di ‘Soldi’ mio padre avrebbe apprezzato sicuramente sia la storia del rapporto difficile tra un genitore e un figlio, con il secondo che ‘risponde’ al primo, ma anche il gusto ritmico nell’arrangiamento degli archi”.

Il fatto che un brano rap cantato da un giovane di 27 anni abbia conquistato, prima ancora della vittoria al Festival di Sanremo, anche un premio riservato alla musica d’autore, dimostra come il rap – inteso come genere – non debba più patire in alcun modo di complesso di “genere di serie B” nei confronti della musica d’autore convenzionalmente considerata “alta”: “Infatti il rap come concetto mainstream non esiste più, almeno da due anni: oggi, semmai, si può parlare di influenze. Contrariamente a quanto vuole il senso comune più conservatore, non si tratta semplicemente di ‘parlare’, ma di rispecchiare la musicalità della parola. Ogni artista, con il proprio timbro e il proprio slang, imprime al proprio stile elementi di particolarità e personalità”.

“La bellezza del rap è la purezza della semplicità”, conclude Paolo Jannacci: “Quando è la propria voce l’unico strumento che si ha a disposizione, si cerca di essere i più spigolosi e innovativi possibili con quella. Del resto è stato il grandissimo Quincy Jones a definire il rap il corrispettivo attuale di quello che il be-bop è stato negli anni Cinquanta, e ne ha dato dimostrazione nel suo album del ’95 ‘Q's Jook Joint’, dove elementi hip hop vengono contaminati da arrangiamenti più orientati alla tradizione popular occidentale. Ma la cosa più affascinante, oggi, è che gli artisti il rap possono gestirlo come vogliono, con la massima libertà, senza attenersi a canoni prestabiliti. E per fortuna, direi: vi immaginate se ancora fossimo legati ai vecchi break old school?”.

Leggi qui le puntate precedenti di Osservatorio NUOVOIMAIE.