NEWS   |   Recensioni concerti / 14/02/2019

Il manifesto punk delle Pussy Riot: il report della loro prima esibizione in Italia

Il manifesto punk delle Pussy Riot: il report della loro prima esibizione in Italia

Introdotte dalle tute spaziali e dagli inni “viva i carboidrati, viva la figa, viva le Pussy Riot” delle italiane Go Go Ponies, le ragazze cattive del collettivo russo più famoso degli anni Zero fanno il loro ingresso sul palco del Legend, locale della periferia milanese al limitare del Parco Nord, per chiudere – con quella di questa sera, 13 febbraio, e con la data del 15 a Bologna – la loro tournée europea, la prima che abbia mai portato le Pussy Riot in Italia. Così come il collettivo di attiviste e attivisti anti-Putin, nato a Mosca nel 2011, si fonda prima di tutto su un messaggio politico e solo in un secondo momento su un repertorio musicale allo stesso modo lo spettacolo andato in scena questa sera, battezzato “Riot Days”, non avrebbe ragione di esistere se dietro non ci fosse quello che le Pussy Riot hanno da dire, più che da cantare o da suonare. “Riot Days”, spiega uno degli attivisti, Alexander Cheparukhin, introducendo lo spettacolo, è un libro di memorie scritto dalla Pussy Riot Maria “Masha” Alyokhina che racconta gli anni trascorsi nelle colonie penali russe dopo l’arresto e la condanna sua e delle compagne Nadya Tolokonnikova ed Ekaterina Samucevič – quest’ultima scarcerata su cauzione – a seguito dell’azione più famosa del collettivo, la cosiddetta preghiera punk nella Cattedrale ortodossa del Cristo Salvatore di Mosca, messa in scena nel febbraio 2012. Il volume prende vita sul palco, trasformandosi in una performance fatta di parole, musica e filmati che attraversa la violenza e il dolore dell’esperienza di Alyokhina, addentrandosi, direttamente e indirettamente, nella storia delle Pussy Riot, nelle condizioni dei prigionieri politici in Russia e nelle continue violazioni dei diritti umani che avvengono nel Paese e delle quali il collettivo si fa portavoce.

Pur essendo un collettivo femminile e femminista, le Pussy Riot non sono solamente donne e sul palco, questa sera, delle quattro persone in scena a rappresentare il gentil sesso ci sono solo l’autrice di “Riot Days” e una compagna. Con loro, un trombettista e percussionista e il performer Kiryl Masheka. Su una base che pompa una schizofrenica elettronica anti-Putin s’inseriscono i recital, spesso a metà tra un parlato e un canto, dei performer e gli unici strumenti musicali presenti in scena, la tromba e la batteria elettronica, la prima decisa a portare verso ritmi jazz lo spettacolo e la seconda sempre pronta a sottolineare con i suoi tonfi i passaggi cruciali dello show. “Welcome to hell”, avvisano sullo schermo alle loro spalle le Pussy Riot prima di scatenare i tuoni di “Riot Days”, densi di urla, danze sfrenate, versi di animali, dialoghi serrati, cambi di travestimenti, preghiere profane e acqua gettata addosso al pubblico. Dimenticatevi le calzamaglia colorate tipiche del collettivo: questa sera le Pussy Riot hanno messo da parte l’immagine più stereotipata di sé, mostrando tutte le loro sfumature. Anche gli iconici passamontagna verranno indossati soltanto in un’occasione e in ogni caso in versioni molto più elaborate rispetto a quelli che più siamo stati abituati a vedere sul volto dei componenti del collettivo durante le loro azioni. Niente canzoni, nel senso più classico del termine, questa volta. Né "Straight Outta Vagina", né "Make America Great Again”, né “Organs” e né la più recente "Police State" troveranno spazio in “Riot Days”, che riconduce il collettivo alla dimensione che gli è più propria, quella della performance a tutto tondo sorretta dall’urgenza militante di dare voce a ciò che merita di averne. Questa è la libertà per le Pussy Riot, che in nome della loro battaglia e nonostante le quotidiane difficoltà che le loro attività comportano, si sentono proprio così: libere. Non è una deduzione arbitraria, sono loro a dircelo stasera. E a chiederci: “Are you?”. 

Erica Manniello

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