NEWS   |   Pop/Rock / 12/02/2019

Musica che va oltre i confini: Steve Hackett racconta il nuovo album “At the edge of light” – INTERVISTA

Musica che va oltre i confini: Steve Hackett racconta il nuovo album “At the edge of light” – INTERVISTA

Un manifesto rétro del globalismo musicale. Il nuovo album di Steve Hackett “At the edge of light” mescola progressive, world music, americana. Lo intervistiamo via e-mail, lui risponde mentre è a bordo di una nave. Sta partecipando a Cruise to the Edge 2019, crociera fra Florida e Messico che prevede esibizioni di una trentina di musicisti prog fra cui Adrian Belew, Fish, Neal Morse, PFM. «È un po’ come un festival sul mare, c’è una gran bell’atmosfera. The boat rocks in more ways than one».

“Finalmente sono entrato in connessione profonda con la world music”, hai detto a proposito di “At the edge of light”. Perché adesso?
Negli ultimi anni io e mia moglie Jo abbiamo viaggiato più del solito e siamo entrati in contatto con varie culture. È una cosa che alimenta costantemente l’ispirazione. Visitare il Marocco ha ispirato lo stile arabeggiante di “Wolflight” e “The night siren”, con in più un oud iracheno. Un viaggio in India è collegato al nuovo pezzo “Shadow and flame” con l’incredibile Sheema Mukherjee al sitar.

Ricordi come e quando è nata la tua passione per gli strumenti etnici?
Amavo il modo in cui i Beatles mescolavano la loro musica a quella indiana. In seguito ho collaborato con percussionisti brasiliani, un’esperienza che ha espanso ulteriormente la mia immaginazione. Mi ha sempre incuriosito la musica orientale che è presente in “The red flower of tai chi blooms everywhere”, che era su “Spectral mornings” del ’79.

Un’altra caratteristica di quest’album è la forma libera di alcune canzoni. Ci sono svolte inattese e cambi stilistici improvvisi – “Those golden wings” ne è l’esempio più evidente. Dov’è la linea che separa un brillante mix di stili da un pastiche kitsch?
Ci metto passione in quel che faccio e ogni passaggio ha un senso preciso. In quanto a “Those golden wings”, è un viaggio nello spirito e una celebrazione del mio amore per Jo.

A fronte delle ondate di nazionalismo che spazzano Europa e Stati Uniti, quest’album sembra scritto da una prospettiva globale. È come se la musica dicesse: nell’arte e nell’esperienza umana non ci sono confini. È così?
È proprio così, amo la musica che oltrepassa i confini. Tutti quanti dovremmo apprezzare i contributi degli altri, in ogni campo.

Nell’album ci sono tracce di gospel, blues, folk. Quando hai iniziato ad apprezzare l’americana?
Sin da piccolo. Ho vissuto brevemente in Canada. Suono l’armonica dall’età di 2 anni. In seguito, mi ha ispirato il boom del blues negli anni ’60. Amo le “harmony bands”, dagli Everly Brothers ai Byrds a Crosby Stills & Nash.

Questo è il tuo 26° disco. Ha ancora senso fare album nel 2019?
Sì, penso che gli album siano ancora importanti. Solo un album ti consente di disegnare un arco narrativo come quello che nel mio nuovo disco va da “Descent” a “Conflict” a “Peace”. Ci sarà sempre un posto per l’album, è insostituibile.

Tornerai in Italia ad aprile/maggio suonando pezzi di “At the edge of light”, “Selling England by the Pound” dei Genesis e “Spectral mornings”. Perché questi tre album assieme?
Perché sono i miei tre preferiti. “Selling England by the Pound” è amatissimo dai fan di Genesis e lo suoneremo per intero. Cade il quarantesimo anniversario di “Spectral mornings” e perciò faremo anche gran parte di quello, oltre ad estratti da “At the edge of light” e qualche altra sorpresa dei Genesis. Con me ci saranno Nad Sylvan, Roger King, Jonas Reingold, Rob Townsend e Craig Blundell.

Con tutti questi tour rétro, non è che la musica rock sta diventando museo?
Pur restando fedele allo spirito del passato, voglio continuare a sviluppare la musica per mantenerla fresca. Il sax di Rob Townsend, ad esempio, la porta in un’altra dimensione. Gli anni d’oro del prog sono stati speciali, ma io continuo a lavorare per cercare nuova magia.

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