NEWS   |   Recensioni concerti / 19/01/2019

Giardini di Mirò, al via il tour: la recensione del concerto di Milano

Giardini di Mirò, al via il tour: la recensione del concerto di Milano

La scritta “Different Times” che si illumina a intermittenza accogliendo il pubblico presente al Santeria Social Club di Milano, suona quasi come un monito. I tempi sono sì cambiati e i Giardini di Mirò ne trasmettono le nuove tensioni nel tour di supporto all’ultimo album uscito lo scorso novembre, "Different Times", appunto. La serata nel capoluogo lombardo non è che la prima tappa di un viaggio che porterà la band emiliana a suonare una tranche sui palchi italiani - stasera si replica a Pisa, poi ancora Roma e a seguire i successivi appuntamenti - e un’altra in Cina, per una decina di esibizioni in un Paese che a poco a poco sta iniziando ad essere piuttosto ricettivo ai suoni che arrivano da lontano.

La contemporaneità, tema centrale del disco, è rappresentata dal vivo con un allestimento industriale, piuttosto simile a uno studio fotografico, con delle grosse lampade che campeggiano tra i musicisti, pronte ad accendersi agli impeti della musica. Il sestetto - composto dalle chitarre di Jukka Reverberi e Corrado Nuccini, il basso e i fiati di Mirko Venturelli, il violino e la tromba di Emanuele Reverberi, le tastiere di Luca Di Mira e la batteria di Lorenzo Cattalani - preferisce far parlare gli strumenti, lasciandosi andare a poche, semplici, parole. Di queste, quelle più esplicite sono pronunciate da Jukka, che ammette che il gruppo ha bisogno di ricordarsi chi è davvero, dopo una lunga assenza dalle scene per via dei vari progetti che hanno coinvolto i componenti della formazione.

Quasi sette anni di silenzio, ma con una storia ormai lunga vent’anni e oltre mille concerti consumati dentro e fuori i confini nazionali, sono presto azzerati dai primi immaginifici accordi, sospesi tra il passato e il presente dei GDM. A quel sound liquido, oscillante tra psichedelia e post rock fatto di sequenze visionarie che sembrano ripetersi come mantra infiniti, la sala tutta converge rapidamente in un’esperienza immersiva di lente costruzioni armoniche eteree e di burrasche improvvise, dove a prendere il sopravvento sono più tutto le lunghe pause di introspezione a riempire il cuore e le orecchie dei presenti. In apertura, l’emozione del gruppo sembra essere palpabile tra le mura del locale, subito affollatissimo, per essere presto sostituita dall’impeto travolgente di intrecci armonici carichi di fascinazioni complesse e articolate. C’è un forte senso di continuità, così come di necessario rinnovamento nella fase attuale del gruppo, diretto ad andare oltre la performance estatica attraverso la ricerca del punto d’incontro con la forma canzone. Ecco quindi, dopo l’iniziale crescendo della title track "Different times", la folgorazione romantica e deliziosamente pop di “Don’t lie” e quasi in chiusura quella esplosiva di “Hold on” cantata, come in studio, da Robin Proper-Sheppard dei Sophia.

La scaletta si dipana quindi tra vecchio e nuovo, da “Città di vetro” e “Pearl Harbour” a “Pity the nation”, quasi senza soluzione di continuità, tra riflessivi silenzi e melodie stratificate, secondo un ciclico percorso a onde di cavalcate strumentali e suite oniriche. Calma e slanci dunque, alternati in successione per circa due ore, in uno spazio reso improvvisamente liquido in cui gli strumenti sono i protagonisti di un racconto fuori dal tempo, denso e avvolgente anche in assenza di parole. I suoni, ma anche le percezioni, cariche di suggestioni, luccichii e meraviglie assortite, dilatano l’ambiente stesso, facendosi largo con una eco quasi irreale, ora drammatica e ora delicata, costantemente in grado di creare immagini che esistono solamente nella percezione di chi ascolta. I Giardini di Mirò trascinano così in un rito collettivo il proprio pubblico, lasciandolo attonito e con gli occhi quasi lucidi alla vista di tanta complicata modernità. Rappresentando il pathos di un’epoca sfuggente e frenetica, proprio come il flusso metallico e viscerale che hanno generato, ogni singola connessione emotiva ha preso la sua direzione. Perché, alla fine, i Giardini di Mirò hanno ritrovato la loro memoria.

(Marco Di Milia)

 

SETLIST
Different times
Don’t lie
Good luck
Broken by
Pearl Harbor
Landfall
Pet life saver
Pity the nation
Città di vetro
Fieldnotes

Hold on
Rome
A New start

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