Secondo Deutsche Bank Universal Music vale 29 miliardi. Tanto? Poco? Il confronto con il resto della filiera

Secondo Deutsche Bank Universal Music vale 29 miliardi. Tanto? Poco? Il confronto con il resto della filiera

Deutsche Bank ha pubblicato ieri 7 gennaio un’analisi in base alla quale il valore di Universal Music Group è stimato in 29 miliardi di euro (o circa 33 miliardi di dollari). La notizia è rilevante data la ben nota intenzione della casa madre, la conglomerata francese Vivendi, di provare a cederne al migliore acquirente possibile una quota che potrebbe arrivare fino al 50% - auspicabilmente entro il 2019, un anno in cui le attività di M&A e le IPO’s si annunciano numerose e clamorose soprattutto in ambito high tech.

Sono varie le interpretazioni alle quali la cifra si presta, e sono suggerite dai confronti con il valore di altri attori dell’ecosistema musicale.

Cominciamo dai paragoni che sorgono dalle parti di Deutsche Bank e di Vivendi stesse. La prima solo pochissimi mesi fa aveva confutato la valutazione espressa da fonti vicine al CEO di UMG, Lucian Grange, che valutava la propria label 40 miliardi di dollari. DB aveva corretto al ribasso la stima, esprimendola in 20 miliardi di euro: significa che ne l’ha quindi appena rivista al rialzo di quasi il 50%. E, alle quotazioni attuali, la banca sancisce anche che la controllata vale di più della controllante (Vivendi ha infatti una capitalizzazione di circa 28 miliardi di euro).

Proseguiamo confrontando la valutazione di UMG con le capitalizzazioni di chi ha una storia molto più recente e quell’immenso catalogo non ce l’ha, ma lo distribuisce in forma digitale e, se lo avesse, ne farebbe tesoro. Spotify (aggiornamento al 7 gennaio 2019) vale tra i 18 e i 19 miliardi di euro; Tencent vale circa 11 volte UMG (325 miliardi di euro), mentre nel caso di YouTube bisognerebbe prodursi in un esercizio di scorporo del valore all’interno della proprietaria Alphabet (holding che ha in pancia Google): occorrerebbe conoscerne l’EBITDA in modo accurato e moltiplicarlo secondo multipli analoghi a quelli che DB ha adottato per UMG. Hmm.

Allora concludiamo con chi, tra le FAANG, ha un interesse conclamato nella musica. Perché guardare al poker d’assi dell’high tech a proposito di UMG? Primo, perché ci danno un’idea della sproporzione tra i valori espressa dal mercato (oltre che dai relativi fatturati prodotti). Secondo perché, capitalizzazione a parte, queste aziende sono sedute su una montagna di contante. E dunque: Facebook vale oggi poco meno di 400 miliardi di dollari, Amazon quasi 800, Apple più di 700, Netflix quasi 140, Google circa 745.

Tra tutti questi protagonisti, Spotify e Netflix sono gli unici “pure player”, laddove gli altri operatori agiscono in seno a contesti più vasti delle sole attività “core” (musica per la prima, cinema per la seconda) e perciò finanziariamente più robusti. La differenza tra le due non si rileva solo nella valutazione di oltre 6 volte superiore di Netflix rispetto a Spotify, ma nelle tre concause che la determinano: il numero degli abbonati, il livello del fatturato e – soprattutto – la natura del business e dei ricavi. Che, nel caso di Netflix, sono sempre più spesso riconducibili a contenuti di proprietà – l’equivalente per il cinema di un catalogo per la musica.

Una semplice speculazione, in conclusione, per esprimere un’ultima osservazione numerico-strategica: se domani Vivendi vendesse a Apple il 50% di UMG alle cifre sancite da Deutsche Bank, a Cupertino spenderebbero soltanto il 16% del cash attualmente disponibile in cassa (15 miliardi su 240 circa).

(gdc)

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