I Hate My Village, il 'supergruppo' raccontato da Rondanini e Viterbini: "L'importanza dello scambio fra culture"

I Hate My Village, il 'supergruppo' raccontato da Rondanini e Viterbini: "L'importanza dello scambio fra culture"

“Immagina un ragazzo africano vestito all’occidentale, con in tasca un iPhone, che con i resti e le ossa di un animale morto crea uno strumento musicale. Questa è un’immagine evocativa del nostro progetto”. Tribalismo, scontro e incontro fra culture, violenza sonora, sacra pace di intenti, mantra energetici. “I hate my village” è la nuova super band formata dal batterista Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours), dal chitarrista Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion) e dal cantante e chitarrista Alberto Ferrari (Verdena). Il loro primo album uscirà il 18 gennaio, ed è già in programma un tour che partirà il 2 febbraio da Roma, per poi toccare Bergamo, Bologna, Brescia, Milano e altre città. Dai singoli di lancio “Tony Hawk of Ghana” e “Acquaragia” si percepisce subito una forte identità, frutto di una visione della musica onirica e allo stesso tempo reale in cui si parte da un terreno sonoro per poi andare oltre confine. 

“Questo progetto è una fotografia dell’oggi – dice Rondanini – di un mondo in cui è in atto uno scontro di civiltà, in cui non si percepisce abbastanza l’importanza dello scambio fra culture. Quando sono stato in Africa ho capito ancora di più quel movimento inarrestabile che, nel bene o nel male, ha creato la globalizzazione: qui non siamo così diversi da laggiù. Ci chiamiamo così in omaggio a un cannibal movie africano, ma è tutto un equivoco che gioca sui verbi hate ed eat”. Odiare e mangiare. “Dentro le nostre canzoni c’è questo e altro: lo scontro, l’abbraccio, il cibarsi l’un dell’altro, ci sono le ossa di un gigante, chiamato mondo, che fa rumore e fatica a capire dove sta andando”, continua Viterbini. 

Il gruppo ha le radici in incontri con artisti africani come Bombino e Rokia Traoré, con cui Viterbini e Rondanini hanno lavorato, ma nasce anche da un insaziabile cannibalismo musicale, da quella voglia di cibarsi di ciò che non si conosce, rendendolo proprio. “Con Adriano ci siamo conosciuti sei anni fa in occasione di un concerto all’Angelo Mai - ricorda Rondanini – tutto è partito dalla classica domanda “cosa stai ascoltando in questo momento?”. E tutti e due ci siamo ritrovati, incredibilmente, a parlare di musica africana. Con il tempo abbiamo iniziato a mandarci sul cellulare appunti e campioni, i semi di quello che sarebbe stato questo nuovo progetto”. 

Un anno di idee, dieci giorni per realizzarle. “La svolta è arrivata negli studi Marco Fasolo, lì abbiamo iniziato delle sessions, fra strutture e improvvisazioni – continua Rondanini – abbiamo registrato tutto su nastro: non potevamo sbagliare. È stata una performance a tutti gli effetti. Al progetto, prima che arrivasse la Tempesta, si sono interessate alcune etichette straniere che ci hanno chiesto delle parti cantate. La scelta è subito ricaduta su Alberto, che ha chiuso magicamente il cerchio dando una sorta di sacralità ai pezzi”. 

Il sound è libero, viscerale, martellante, selvaggio e allo stesso tempo profuma di asfalto. “Non ci siamo avvicinati alla musica africana come usurpatori di terre straniere, ma semplicemente l’abbiamo presa da sotto casa e riempita con le nostre visioni, quelle della città, della vita di tutti i giorni – sottolinea Viterbini – ci interessava il movimento e la libertà che una certa musica esprime”. E perfino l’idea di band sembra essere superata. “La dimensione live dovrà restituire in modo ancora più forte tutta la potenza, il dinamismo e il ritmo delle canzoni – conclude Viterbini – Fasolo sarà il nostro bassista. Siamo un gruppo che vuole andare oltre l’idea di gruppo perché di fatto nasciamo in modo anomalo: siamo cani che si sono annusati e piaciuti. Non si sa mai che cosa possa succedere in un rapporto fra cani. I concerti cambieranno a seconda del pubblico, del caldo, della voglia di sperimentare ancora”. 

(Claudio Cabona)

 

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