Francesco Bianconi canta e legge ‘Pinocchio’ a Milano, tra favola e neorealismo

Francesco Bianconi canta e legge ‘Pinocchio’ a Milano, tra favola e neorealismo

«Portate i fazzoletti», diceva Enrico Gabrielli alla vigilia dello spettacolo. Ma che emozioni ti possono dare, nel 2018, la lettura di “Pinocchio” di Carlo Collodi e l’esecuzione delle musiche scritte da Fiorenzo Carpi per lo sceneggiato del 1972? È roba da bambini, sono nostalgie di quando la tv di stato faceva divulgazione, è modernariato musicale. Una cosa noiosa, insomma. E invece lo spettacolo andato in scena ieri sera alla Santeria Social Club di Milano, terzo e ultimo appuntamento della rassegna Contemporarities, è stato un gran viaggio in musica, parole e immagini. Senza lo zucchero delle fiabe moderne, ma coi morsi della fame nello stomaco e lacrime da ricacciare indietro per musiche semplici e struggenti che attraversano stili ed epoche.

È una storia italiana, di formazione e non solo. È una grande avventura. Ed è una storia di fame, ma fame vera, quella di Pinocchio che vaga perduto in cerca dell’elemosina di un po’ di pane. Sul palco della Santeria, mimetizzato in mezzo a nove musicisti, l’ha recitata Francesco Bianconi dei Baustelle. Non tutta, sarebbe stato troppo, ma gli episodi fondamentali, inframmezzati dalle performance degli Esecutori di Metallo su Carta, il gruppo di musica anti-classica di Enrico Gabrielli (Calibro 35, Winstons, Mariposa e mille altre cose, a clarinetto, flauto dolce e sax) e Sebastiano De Gennaro (percussionista e rumorista provetto, per far risaltare le scene di Collodi in modo ancora più vivace). Con loro, violino, violoncello, contrabbasso, flauto, fisarmonica, tastiere, più la chitarra dell’ospite Alessandro Grazian, per riprodurre le partiture di Carpi, compositore per cinema, teatro e tv, uno che non credeva nella divisione fra “alto” e “basso”.

Non si ha mai l’impressione di ascoltare musica di commento.

I temi sono rotondi e ben definiti, a volte sembra di assistere a un’opera in miniatura, drammatica e feroce, a volte prevale la scrittura colta, a volte la matrice popolare. Arrivano le prime note di “In cerca di cibo” e si capisce che le linee melodiche potenti di Carpi riescono a parlare anche a noi, che viviamo nel 2018, anche a chi non ha visto lo sceneggiato di Luigi Comencini con Nino Manfredi, Gina Lollobrigida, Franco & Ciccio, Andrea Balestri. Diretti da Marcello Corti, gli Esecutori interpretano in modo vivido questa musica dalle radici popolari che attraverso la scrittura di Carpi si fa nobile. Ci si commuove e all’immagine del burattino se ne sovrappongono tante altre del nostro paese, della nostra storia. La favola diventa neorealismo.

Intanto, Olimpia Zagnoli traduce in tempo reale la storia in disegni. Usa tre soli colori, un giallo, un rosso e un azzurro tenue, traccia linee semplici ed efficaci che appaiono sullo schermo alle spalle dei musicisti: la zuffa tra Geppetto e mastro Ciliegia, gli inseguimenti, il gatto e la volpe, il ventre scuro del pescecane – sì, nella favola era un pescecane, non una balena. E siccome questo “Pinocchio” rivitalizzato si presta a più livelli di lettura, in platea c’è anche qualche bambino che fissa le figure, ascolta la musica, fa avanti e indietro creando un po’ di gioioso scompiglio.

È lo spirito di Contemporarities, rassegna di musica classica contemporanea liberata dalle rigidità dei conservatori e votata alla rottura di gerarchie culturali e riti d’ascolto. La rassegna è legata alla collana di dischi 19’40” ideata da Gabrielli, De Gennaro e Francesco Fusaro che spazia da una rilettura di “Pictures at an exhibition” che mischia Mussorgsky, Ravel ed Emerson Lake & Palmer al disco di Chino Goia Sornisi, immaginario compositore di musica elettronica che tanto somiglia a Gioachino Rossini. Anche la scelta di un repertorio potenzialmente adatto ai bambini non è casuale: a quell’età non ci sono pop, classica, rock, rap, jazz. A quell’età la musica è musica ed è lo spirito di 19’40”, degli Esecutori di Metallo su Carta, di questo “Pinocchio!” col punto esclamativo.

Dopo un’ora e mezza arriva “Storia di Pinocchio”, la canzone che Nino Manfredi interpretava nella sigla dello sceneggiato RAI. Bianconi la canta con misura, la sua dizione è precisa e profonda, una cosa che non si sentiva dai tempi di De André. Rende ancora più dolorosa e straziante la storia dell’uomo «ogni giorno un po’ più vecchio» che combatte la solitudine costruendo un burattino. Si esce per strada col groppo in gola. Ci volevano dei folli come Gabrielli, De Gennaro e Bianconi per riportare in vita tanta bellezza e consapevolezza di quel che noialtri italiani siamo. Che gioia sarebbe saperla diffusa in radio, nei teatri, in tv, nelle scuole, per le strade, in parlamento.

(Claudio Todesco)

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