Marco Mengoni racconta il viaggio di 'Atlantico' – VIDEOINTERVISTA

Marco Mengoni racconta il viaggio di 'Atlantico' – VIDEOINTERVISTA

“Vorrei ringraziare il mio team che ha lavorato a questo progetto giorno e notte”, vorrebbe dire Marco Mengoni, ma non riesce a finire la frase senza scoppiare a piangere. “Ho dormito poco”, si scusa. Finalmente si lascia andare a una risata liberatoria: “Sono un coglione… Ma è la verità: ci hanno lavorato di notte”. Il cantante è al venticinquesimo piano della Torre Velasca, uno dei grattacieli più riconoscibili di Milano, per presentare il nuovo album “Atlantico”. È il frutto di una serie di viaggi in tutto il mondo e s’accompagna a una sorta di festival diffuso nella città meneghina in cui i temi del disco – bellezza, lentezza, condivisione – sono declinati da giovani artisti.

Il viaggio
Mengoni si presenta dicendo che ha fatto tardi ieri sera. Per lanciare “Atlantico”, ha infatti tenuto uno showcase alle 2 e mezza di notte alla Stazione Centrale di Milano. È stato scelto un luogo di partenza perché “Atlantico” è frutto di un viaggio. “Due anni e mezzo fa mi sono lasciato alle spalle il lavoro e un periodo molto intenso”, racconta. “Ero scarico e avevo la necessità e il desiderio di cercare nuovi input. Ho fatto le valigie e sono partito. Sono stati viaggi in senso letterale, ma anche anche mentale, psicologico. Mi sono staccato dalla quotidianità. Quando si sta soli e ci si confronta con altre culture si capiscono tante cose”.

In volo verso Cuba
“Mi sono ritrovato spesso a sorvolare l’Oceano Atlantico. In quei viaggi lunghi ti ritrovi a pensare, ti accorgi quanto è immenso questo oceano, quante nazioni bagna, quante culture. Ecco perché ho intitolato il disco ‘Atlantico’. Sono andato a Cuba. Ho viaggiato in autostop, mi sono fatto raccontare la storia di quel paese, così importante per il mondo, ho cerato nella tradizione di salsa e rumba i contrasti fra testi pesanti e musica allegra”.

A New York, da solo
“Volevo un posto dove stare un po’ di tempo, ho scelto New York. Ci sono andato con in testa un sacco di domande e mi sono sentito solo in una città piena d’energia, un melting pop incredibile. Ho fatto un percorso introspettivo, di analisi. Ho capito di aver perso tante cose per la fretta, ecco perché nel disco si parla di lentezza. In passato non ho riflettuto su quel che mi accadeva, seguivo l’istinto, il cervello congelava i sentimenti meno belli. È stato un percorso duro da cui sono è nato un pezzo come ‘Voglio’, una parola che i miei mi hanno insegnato a non usare”.
“Non voglio più dirmi: non farlo, tanto c’è tempo. La lentezza è necessaria per ragionare sulle cose che accadono, ma ci vuole anche l’istintività. Non so se ci sarà una vita dopo questa. Voglio lavorare per non perdermi niente”.

A Lisbona, sulle tracce del fado
“Sono andato in Portogallo, negli Emirati, in Tanzania. Ho dedicato un pezzo ad Amália Rodrigues, la maggiore esponente del fado portoghese, che è una musica straziante e malinconica. Sulla spiaggia di Lisbona mi sono guardato attorno e ho immaginato le donne che un tempo vedevano partire i mariti senza sapere se sarebbero tornati. Nei miei viaggi ho scoperto artisti di cui non sospettavo l’esistenza, ho portato a casa tanta musica, soprattutto ritmiche tradizionali”.

La condivisione
“Mi sono sbloccato e per la prima volta ho provato l’esigenza di condividere i miei pezzi. Ho capito che non bisogna essere gelosi. Ho fatto ‘Hola’ con Tom Walker, ormai siamo fratelli. Gli ho detto: Tom, se questa deve essere una relazione, una coppia, devi mettere nella canzone quello che ti senti. È uscito fuori un Frankenstein bellissimo”.
“La canzone ‘La casa azul’ è dedicata a Frida Khalo e pensando alla forza dell’esperienza e al senso di rivoluzione di quel personaggio mi è parso giusto che ci fosse un cameo di Adriano Celentano che ha accettato di cantare una parte del pezzo [non indicato nei crediti]. Non sarei stato in grado di dare tanta profondità senza di lui”.

Il ritorno a casa
“Quando sono rientrato in Italia ho lavorato nello studio di Mauro Pagani che ha una serie di strumenti pazzeschi, anche pezzi unici, provenienti da tutto il mondo. Ho suonato per due mesi con la mia band e alla fine l’album si è prodotto da solo. Ho scritto la maggior parte dei pezzi con Fabio Ilacqua, che non è stato in viaggio con me, ma ha decodificato quel che ho vissuto. Assieme abbiamo scritto una delle canzoni a cui tengo maggiormente, ‘Dialogo tra due pazzi’. È un dialogo, ma forse è una relazione fra una persona e le voce che sente dentro di sé. Siamo tutti un po’ pazzi”.
Un’altra canzone a cui Mengoni tiene particolarmente è “Muhammad Ali”, dedicata al pugile. “Mi sento spesso debole, ho fatto scelte sbagliate per paura. Così mi sono ispirato a una persona che non ha avuto paura né sul ring, né nel rifiutarsi di partire per la guerra in Vietnam. Se riesco ad avere quel coraggio nelle piccole cose, mi sono detto, magari diventerò un uomo migliore. Uscito dalla studio ero soddisfatto all’80% dell’album e allora ho cercato dei produttori, anche internazionali. Ho lavorato con El Guincho [il produttore di “El mal querer” di Rosalía], con i Rudimental che amo tantissimo e che sono in ‘Rivoluzione’, con Takagi & Ketra in ‘Mille lire’”.

L’Atlantico Fest
“Volevo trovare qualcosa che rispecchiasse il viaggio che ho fatto e che tenesse conto del fatto che la musica non è più un supporto, ma un’esperienza”. Mengoni e la manger Marta Donà hanno perciò ideato l’Atlantico Fest, tre giorni di eventi a Milano attorno alla pubblicazione dell’album. La Torre Velasca ospita da oggi una mostra in cui giovani artisti offrono istallazioni create prendendo spunto dalle canzoni del disco. Studenti del Politecnico, IED e Naba hanno ascoltato in anteprima l’album, hanno intervistato Mengoni e hanno prodotto opere che saranno messe in vendita per raccogliere fondi a favore di Casa Chiaravalle. Mengoni parteciperà a vari incontri. Al progetto è legata una partnership con National Geographic col fine di sensibilizzare il pubblico circa l’uso di plastiche non riciclabili.

Il tour
In aprile, cinque tappe a Berlino, Zurigo, Monaco, Parigi e Madrid anticiperanno il tour europeo previsto per fine 2019. “Ho sempre vissuto i concerti all’estero come esperienze divertenti. Quando ho visto crescere la fanbase, ho capito che dovevo cominciare a prendere la cosa più seriamente. Quindi domani il disco esce in contemporanea in tutta Europa e anche in lingua spagnola”.
Il tour italiano partirà il 27 aprile da Torino. “Non vedo l’ora di vedere i primi rendering del palco che ho disegnato tre anni fa. Non faccio gli stadi perché sono una persona molto cauta. Voglio fare un passo alla volta. E poi nei palazzetti sento maggiormente la vicinanza e condivisione. Per gli stadi c’è tempo”.
“Il messaggio del tour sarà: abbiate la forza di essere voi stessi e combattete per le cose giuste, per abbattere i muri che si stanno ricreando nel mondo. È assurdo, sembra che la società stia tornando indietro. Nella mia visione utopica, non dovrebbero esistere confini”. E Sanremo? “Questo progetto ha dentro tantissime cose. Chissà, potrei portarlo su un palco importante come quello”.

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