U2, quanto costerebbe all'industria del live un loro eventuale addio ai concerti?

U2, quanto costerebbe all'industria del live un loro eventuale addio ai concerti?

Seppure improbabile, l'eventualità non è da escludere ai priori: dopo quattro decenni sulla piazza, è tutto sommato plausibile che gli U2 decidano di dare un taglio alle attività dal vivo. "Siamo stati sulla strada per un po’ di tempo", ha detto Bono lo scorso martedì, 13 novembre, al pubblico della Mercedes Benz Arena di Berlino in occasione dell'ultima data dell'Experience + Innocence Tour: "Lo stiamo facendo da 40 anni e questi ultimi quattro anni sono stati davvero qualcosa di molto speciale per noi. Ora andiamo via".

Le dichiarazioni rilasciate alla stampa negli ultimi mesi dal frontman del quartetto irlandese hanno allarmato i fan, che ora temono - se non uno stop definitivo ai live - per lo meno un importante rallentamento delle attività dal vivo, sulla scia di altri nomi di primissimo piano sul panorama rock mondiale come Eric Clapton e Who. Essendo tuttavia un gruppo come gli U2, oltre (e forse prima) di una band, anche un'azienda che muove milioni di dollari all'anno, è anche lecito chiedersi: che impatto avrebbe sulle casse della società U2 e sulla filiera a essa collegata un eventuale addio all'attività live da parte di Bono e compagni?

Secondo i dati riferiti da Billboard USA e Pollstar, gli U2 - nel novembre del 2018 - sono la band titolare del tour più redditizio della storia, il "360° Tour", che tra il 2009 e il 2011 ha staccato al botteghino biglietti per 736 milioni di dollari, che oggi diventerebbero 801 per via dell'adeguamento all'inflazione. Quattro anni dopo il loro "Vertigo Tour", svoltosi tra il 2005 e il 2006, ha incassato complessivamente 389 milioni di dollari (472, sempre per via dell'adeguamento all'inflazione), piazzandosi all'ottavo posto nella classifica dei tour più ricchi di sempre. Non che il recente "The Joshua Tree Tour" del 2017 sia andato male: il tour celebrativo per il trentennale dell'album di "With or Without You" ha incassato 316 milioni di dollari, poco più di quanto incassato dai tour "Innocence + Experience Tour" e "Experience + Innocence Tour", che nel 2015 e nel 2018 hanno accumulato complessivamente circa 271 milioni di dollari.

Quindi, sommando brutalmente il totale degli incassi fatti registrare dai tour degli U2 negli ultimi dieci anni, si scopre che l'attività dal vivo di Bono e compagni ha mosso un giro d'affari - riferibile solo all'industria musicale, e non all'indotto generato dagli eventi sul territorio - pari a un miliardo e 860 milioni di dollari dal 2009 a oggi.

La cifra, di per sé astronomica, va comunque interpretata: gli incassi dei tour si riferiscono sempre al lordo, dal quale vanno dedotte le spese di produzione - molto alte, soprattutto nel caso del "360° Tour" - e delle commissioni da corrispondere ad agenzie e intermediari (nello specifico, Live Nation, la società che cura gli interessi dal vivo della band a livello globale, e che gestisce anche la biglietteria degli show, soprattutto negli USA, attraverso la controllata Ticketmaster). Un miliardo e ottocento milioni di dollari sono una cifra sì enorme, ma che viene comunque spartita tra diversi attori. Ai guadagni generati dalla vendita degli ingressi, poi, vanno sommati quelli generati dal merchandise, che nelle stime di Billboard e Pollstar non sono inclusi.

Il business della vendita di gadget e capi “firmati” dagli U2, nell’economia di un tour, non è affatto marginale, tanto da aver convinto Live Nation a gestire in prima persona, per conto del gruppo, la vendita del merchandise ai concerti. Di dati certi aggiornati, circa il volume di affari generato da questo settore a beneficio della band di Bono, non ne abbiamo: già nel 1992 Bob Grossweiner, su Hit Parader, osservava come già per lo “Zoo TV Tour” – il sesto più ricco degli anni Novanta, con un incasso al botteghino pari a 151 milioni di dollari, 255 se parametrati agli standard di inflazione attuali – al gruppo spettasse il 35% del lordo dalle vendite di t-shirt, spille, cappellini, poster e bandana, per un totale netto di 4 milioni di dollari di allora. Oltre ai biglietti, quindi, c’è (parecchio) di più.

Poi, è bene ricordarlo, al mondo non esistono solo gli U2. Un recente rapporto compilato da Pricewaterhouse Coopers indica in 31 miliardi (24 dei quali generati dalla vendita di biglietti) a livello globale il valore che l'industria dal vivo, l'unica ad aver fatto segnare con costante trend di crescita a dispetto della congiuntura economica, avrà nel 2022: ipotizzando di spostare la performance degli U2 di questo ultimo decennio avanti di quattro anni, e pur non considerando eventuali adeguamenti all'inflazione, pur rappresentando un colpo non da poco l'abbandono del gioco da parte di Bono e compagni non dovrebbe mettere in ginocchio l'intero comparto.

Vale però la pena notare come nella top 20 dei tour più redditizi di sempre - come del resto già osservato da PwC - solo un gruppo, i Coldplay, abbia un orizzonte di carriera potenzialmente superiore ai dieci anni: degli artisti presenti nella chart ancora in attività - 18 su 20, esclusi Police e One Direction, ufficialmente sciolti - la più giovane è Celine Dion, che ha cinquant'anni, seguita dai Guns N' Roses (Slash e Axl hanno rispettivamente 53 e 56 anni) e Madonna (60). Roger Waters e Rolling Stones, che nella classifica fanno la parte dei leoni, hanno ormai superato la soglia dei 70. Bruce Springsteen, altra macchina da guerra in termini di fatturati live, i 70 li compirà il prossimo anno. Se, fatti i debiti conti con i loro bilanci e le loro legittime ambizioni personali, questi big dei live dovessero di qui a qualche anno farsi tentare dalla pensione come - pare - si stiano facendo tentare gli U2, l'industria musicale avrebbe sì un bel problema, che difficilmente - come ipotizzato da PwC - potrebbe essere risolto dai grandi raduni dance/EDM, che di numeri ne fanno sì, ma solo episodicamente e in occasione di singoli eventi, non inquadrati in operazione a medio termine (come i tour, appunto) in grado di dare continuità e stabilità a un flusso finanziario.

Uno scenario come questo scuoterebbe l'industria del live dalle fondamenta, costringendola a ripensare a sé stessa, soprattutto riguardo a certi modelli di business maturati nel corso di anni e anni di continua e costante crescita. Cosa che, per l'industria stessa e soprattutto per chi la alimenta - cioè noi che andiamo ai concerti - potrebbe non essere affatto un male.
(dp)

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