NEWS   |   Italia / 10/11/2018

This is Italy: Salmo racconta ‘Playlist’: "Nei miei testi non ti dico cosa devi fare, mi limito a scattare fotografie"

This is Italy: Salmo racconta ‘Playlist’: "Nei miei testi non ti dico cosa devi fare, mi limito a scattare fotografie"

È venerdì 9 novembre, il grande giorno di “Playlist”. Salmo è atteso alla Mondadori di Milano per incontrare i fan. Le immagini che arrivano da Piazza Duomo sono impressionanti: manca un’ora all’evento e la folla sta già urlando il nome del rapper, sembra di stare a una partita di calcio. Ogni tanto arriva una notizia. Solo in quel punto vendita sono state comprate 800 copie di “Playlist”. Nel giro di pochi minuti sono 1000. Intanto, #Salmo è fra le tendenze di Twitter, complice un tweet del Ministro degli Interni che alla dichiarazione del rapper (“Non puoi stare con Salvini e ascoltare hip-hop. Strappa le mie magliette, brucia i CD” ) risponde “Mamma mia che tristezza, apri la mente, fratello!”, col corredo dell’emoji che invia un bacino.

Togliamoci subito il pensiero: hai visto il tweet di Salvini?
Ha abboccato. Lui ha questa cosa del vittimismo: quando lo si attacca, reagisce postando. Ha abboccato e mi ha fatto un gran pubblicità perché su Internet la cattiva pubblicità non esiste.

Al di là della polemica, è interessante notare che nel 2018 si può ascoltare musica a prescindere dall’identità culturale che esprime. Così come Salvini ama De André, alcuni tuoi fan ti dicono “Mi hai deluso”.
Ed è assurdo che un ragazzo oggi ascolti me o in generale il rap e sia salviniano. Il problema che il rap è stato strappato dalla cultura hip-hop, che è una cultura black. Oggi purtroppo è considerato solo uno stile e questa cosa non la tollero, non mi sembra giusta. La triste verità è che oggi tutto basato sull’estetica.

Non ti stupisce che altri rapper non prendano posizione?
Sì, è strano, ma guarda che neanch’io prendo posizione. Nei miei testi non ti dico cosa devi fare, mi limito a scattare fotografie. Comunque è vero, i rapper dovrebbero imparare a guardarsi attorno e descrivere quel che vedono al posto di parlare del rione, dello smazzo, dei vestiti.

“90MIN” è un po’ una “This is America”, no? È “This is Italy”.
Esatto. E se ci pensi, quella roba di Childish Gambino l’avevo già fatta più o meno in “Estate dimmerda”.

Un’altra cosa che ti distingue da altri rapper è la parte musicale che è più vivida, forte, curata.
È perché ho fatto molte esperienze trasversali. Molti pensano che vengo dal metal, ma ho cominciato con l’hip-hop classico, anzi ero quasi nazi. Poi piano piano mi sono aperto ad altre cose e ho cominciato a suonare con le band. Olbia ha influito parecchio. Quand’ero ragazzino era una delle città più punk-metal d’Italia. È un bagaglio che mi sono portato appresso.

E diversamente da altri rapper, sulle basi metti le mani anche tu.
Ho iniziato a scrivere, comporre musica e fare beat allo stesso tempo. È una bella magia: beat e musica diventano un vestito su misura.

Il disco è piano di campionamenti gracchianti che fanno da filo conduttore.
Tutti i pezzi iniziano con sample vecchi e anche alla fine di “Lunedì” c’è quella musica un po’ tarantiniana. Sono sample rarissimi di un collezionista russo di vinile che ho usato per dare un certo sapore all’album e per destabilizzare, perché le canzoni iniziano in un modo e poi vanno avanti in un’altra maniera.

“Ricchi e morti” è un ritratto impietoso di trapper e rapper…
È uno sfottò di chi suona solo per i soldi ed è il contrario di “Dispovery channel”. L’argomento della ricchezza è molto attuale.

Se ci pensi, da musica identitaria il rap è diventato colonna sonora di desideri: di ricchezza, di ragazze, di oggetti.
E di potere, perché la razza del rapper è la peggiore che ci sia. I rapper sono tutte primedonne. Per questo non credo più alle crew: il rapper è singolare. Ed è vero quel che dici. Fra tutti i messaggi che i rapper dovrebbero mandare ai giovani, l’unico che è arrivato è il consumismo. È un messaggio sbagliato ed è triste. I ragazzi non comprano il motorino per prendersi le scape Balenciaga e il vestito Supreme.

Uno che parla di marchi è Sfera Ebbasta, che però nel tuo disco c’è.
È figo perché siamo l’uno l’opposto dell’altro. Sono giocate che ci stanno, è rap game, è fare la cosa che nessuno s’aspetta. Sapevo che insieme avremmo fatto un macello proprio perché siamo una coppia improponibile.

Nel disco, un certo punto, canti che i rapper di oggi più fanno schifo e più hanno successo. Ma come ci siamo arrivati?
Le cose belle e normali annoiano. La gente sta attaccata alle cose assurde e secondo me è colpa di internet che porta a prestare attenzione alle cose che fanno schifo. Oggi per avere successo non devi stare nel mezzo: devi essere veramente bravo oppure fare veramente schifo.

In “Playlist” c’è anche un vera canzone d’amore, una rarità per te.
È un pezzo d’amore, ma un po’ volgare. Ma è l’amore ad essere volgare, in senso buono, come quando la tua signora sta lavando i piatti e tu le tocchi il culo. È reale, capito? E allora perché non descriverlo?

Uno dei pezzi forti è “Stai zitto” con Fabri Fibra. Che cosa rappresenta lui per te?
È un po’ il maestro mio e di quelli della mia generazione. È uno di quelli che mi ha formato di più. Sono patito dei suoi primi dischi, come “Mr. Simpatia” che è pazzesco. È la scuola di Eminem, lui l’ha fatto in italiano e ci ha educati tutti. E così nella scrittura mi sono rimasti un po’ di Fibra e di Primo Brown.

Perché hai voluto chiudere l’album con una canzone sulla depressione come “Lunedì”?
L’ho messa lì perché il disco è come un film e alla fine il protagonista si spara in testa. È un finale drammatico.

È anche una canzone personale in cui ti mostri vulnerabile, una cosa rara nel rap.
Mi sono completamente denudato.

In dicembre sarai per la prima volta nei palasport: come sarà?
Non posso svelare nulla, se non che sarà una cosa molto grossa, ovviamente con la band con me sul palco. Con questo progetto ci siamo portati al next level. Non volevo vedere un bozzetto del palco al computer e allora mi sono fatto fare un modellino. Quando l’ho visto sono rimasto a bocca aperta.

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