Immersi nella realtà virtuale: i Muse raccontano ‘Simulation theory’ e il tour (anche in Italia) 2019 – INTERVISTA

Immersi nella realtà virtuale: i Muse raccontano ‘Simulation theory’ e il tour (anche in Italia) 2019 – INTERVISTA

Le opportunità e i pericoli della realtà virtuale, la necessità di scendere a patti con la tecnologia, l’immaginario cinematografico anni ’80, la fine dei generi musicali. Sono gli elementi che caratterizzano il nuovo album dei Muse “Simulation theory”. Non è un concept, ma un disco con una tematica forte inciso usando metodi e strumenti tipici del pop contemporaneo. Matt Bellamy, Dominic Howard e Chris Wolstenholme l’hanno presentato oggi a Milano, dove torneranno il 13 dicembre ospiti della finale di X Factor. Il tour di “Simulation theory” prevede due date confermate in Italia: il 12 luglio allo Stadio San Siro di Milano e il 20 luglio all’Olimpico di Roma (clicca qui per i primi dettagli sulle prevendite e sui biglietti).

Musica nell’era dello streaming: Matt Bellamy
Se in “Drones” i Muse protestavano contro il carattere pervasivo della tecnologia, in “Simulation theory” la accettano in modo meno critico, come una cosa con cui convivere. “Vale sia per la musica dell’album, dove si fa uso di elettronica e sintetizzatori, sia per la sua filosofia. Ovvero: siccome non possiamo fermare la rivoluzione tecnologica, dobbiamo imparare a vivere in simbiosi con essa”. “Simulation theory” non è un concept album, ma molte sue canzoni sono legate da un’idea comune, nata quando il cantante e chitarrista Matt Bellamy ha provato per la prima volta un visore per la realtà virtuale. “Non usavo un videogame da quindici anni ed eccomi immerso per tre ore in una realtà parallela. Quell’esperienza mi ha fatto pensare. L’ho collegata all’uso che si fa dei social media, al fatto che la gente vive in un mondo piccolo e separato, delimitato dallo smartphone. Sia con la realtà virtuale che coi social media i ragazzi fuggono dalla realtà, ma per lo meno nel primo caso c’è un’interazione più positiva. È la distanza che rende la gente rude, cattiva”.
L’esperienza con la realtà virtuale ha avuto un altro effetto su Bellamy: gli ha ricordato le sue prime esperienze con i giochi elettronici, negli anni ’80, un periodo che ha plasmato il suono e l’immaginario dell’album. Ma “Simulation theory” non è un disco sugli anni ’80 e anzi vuole replicare l’esperienza d’ascolto della musica nell’era dello streaming. “Il segno musicale di questi nostri tempi, in cui si ascolta tanta musica e molto velocemente, è la fusione di vari generi. È quel che abbiamo fatto in questo album, deliberatamente, all’interno di ogni canzone. L’idea della separazione fra i generi è sempre meno importante”. Molte di queste canzoni, spiega Bellamy, sono però nate in modo classico e lo si capirà quando la band pubblicherà il box set superdeluxe con un secondo CD (o vinile) di pezzi in versione alternativa.

Musica allo stadio: Dominic Howard
Il Drones World Tour trattava i temi del controllo e della paranoia con un gran dispiego di mezzi tecnologici. Il batterista Dominic Howard non si sbilancia su come sarà o come suonerà il tour che toccherà gli stadi italiani in luglio e che andrà avanti per tutto l’anno. promette però “show diversi da quelli che abbiamo fatto finora. Nel Drones World Tour c’erano droni, luci, tecnologie. Questo nuovo concerto sarà incentrato maggiormente su di noi. Ecco, ci sarà meno tecnologia e più umanità”. Oltre a un quarto musicista, sul palco saliranno una ventina di performer, un’idea presa dai concerti pop e hip-hop che il trio sta ancora perfezionando. Il palco sarà tradizionale, non posto al centro come invece accadeva nel tour di “Drones”, anche se ci sarà un secondo stage che permetterà alla band di suonare in mezzo al pubblico.
Il tour sarà, insomma, una reazione a “Drones”, esattamente come lo è “Simulation theory”. “Abbiamo provato di tutto, abbiamo sperimentato di più, ci siamo appoggiati a vari produttori. C’è più tecnologia nel disco e ci sono canzoni in cui il mio ruolo somiglia a quello del produttore più che a quello del performer. Molte canzoni sono state ideate al computer e sono cresciute scambiandosi idee con produttori esterni. È un processo più fluido di quello tradizionale. Oggi la musica la fai così: registri le tue parti su Pro-Tools e le affidi a qualcun altro che ci metterà le mani. È un metodo più collaborativo”. Nel disco dei Muse si contano quattro produttori, oltre alla band: Rich Costey, “che ha supervisionato il tutto”; Mike Elizondo, “che ha fatto ‘Dig down’ in uno stile tutto suo”; Shellback, “che ha una sensibilità pop, ma un cuore metal”; Timbaland, “di cui apprezzo il modo di confezionare suoni programmati con un feeling naturale”.

La fine degli album, o forse no: Chris Wolstenholme
Racconta il bassista Chris Wolstenholme che “Simulation theory” non è nato come album. “Quando abbiamo cominciato a lavorare alle nuove canzoni, abbiamo riflettuto su come la gente oggi ascolta la musica. Gli album non sono più importanti per i giovani, si fanno partire le playlist, i CD non li compra più nessuno. E allora ci è venuta l’idea di registrare canzoni singole e poi pubblicarle separatamente. Alla fine abbiamo deciso di pubblicare comunque un album un po’ perché siamo cresciuti in un’epoca in cui erano rilevanti e un po’ perché resta nel tempo come documento di ciò che una band è in quel momento”.
A tutte le canzoni del disco è abbinato un videoclip. Si racconta una storia? “Alla parte visiva, ovvero la copertina e i video, ci pensiamo una volta che abbiamo finito l’album e la cosa ci mette sempre un po’ in difficoltà. Siccome questa volta le canzoni non compongono un vero concept, abbiamo pensato che sarebbe stato bello unirle tramite i video, che sono diretti da una sola persona [Lance Drake] e citano i film anni ’80 con i quali siamo cresciuti”.
La musica dei Muse è spesso criticata per i tanti riferimenti, più o meno sfacciati, a band del passato. Che cos’è allora l’originalità? “È difficile essere originali fino in fondo. Noi cerchiamo di esserlo cambiando ogni volta e prendendo ispirazione da chi è venuto prima di noi. Tutti attingono da altre musiche e difatti la prima domanda che ci si fa quando si sente una nuova band è: a chi somiglia? Sono convinto che se oggi qualcuno facesse un album al 100% originale, con suoni, musiche e strumenti mai sentiti prima, nessuno lo ascolterebbe”.

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