Massimo Priviero scrive a Rockol: "La musica è finita? E se invece non fosse così?"

Massimo Priviero scrive a Rockol: "La musica è finita? E se invece non fosse così?"

Abbiamo chiesto a Massimo Priviero, che sta per compiere trent'anni di carriera (il suo primo album, "San Valentino", uscì nel novembre del 1988), una sorta di riflessione su questi suoi tre decenni nella musica. Ecco cosa ci ha scritto.

Cari amici di Rockol, vi mando qualche riga in forma che potreste chiamare di lettera. A novembre faccio 30 anni di una carriera fatta di mille concerti e di una quindicina di album. Alcuni, come si usa dire, hanno pure scalato classifiche e sono arrivati a tanta gente, mentre altri sono stati per pochi.
Ma questo davvero conta poco per me. Il 24 novembre prossimo faremo un live, nella splendida cornice del teatro Triennale dell'Arte di Milano, che più o meno chiuderà il mio ultimo tour - quando leggerete questa mia, sarà probabilmente sold out.
Tuttavia, non è per questo che vi scrivo. Ora, la domanda più classica che mi viene rivolta riguarda quanto il mondo della musica in tutte le sue declinazioni sia cambiato nel corso di tutti questi anni. Va da sé che, tanto più parlando con chi come voi ha fatto della rete il proprio veicolo di comunicazione, la risposta più immediata sarebbe quella di dire che tutto è cambiato. Certamente, questo è.
Però c'è un altro concetto da aggiungere, se mi permettete, che provo a comunicare nel modo più chiaro che mi è possibile. Spesso penso che la musica, per come la mia generazione l'ha tradotta e vissuta, sia finita. Credetemi, non c'è nessuna nostalgia di una valle più verde. Sono nato negli anni Sessanta, e quel che ha ribaltato il mondo l'ho cercato da ragazzo in una personale rincorsa al passato che non potevo ovviamente aver vissuto; ed anzi ho avuto i miei vent'anni negli Ottanta, che musicalmente ho sempre considerato insopportabili, riferendomi ovviamente al suono generale e al clima del tempo, anche a fronte di ottimi artisti e di grandi band pure nati in quell'epoca.
E' finito tanto. Non perché si vendano pochi dischi o perché la categoria dei discografici sia composta più o meno da imbecilli o perché la televisione faccia schifo o perché il web sia pieno al 90% di fuffa. Qualcosa finisce, dal mio punto di vista, nel momento in cui la sua vita artistica, in questo caso parliamo ovviamente di musica, non è traduttrice anche di un modo di stare al mondo. Un modo importante, un modo che prova a volare più in alto. Fare musica in un certo modo ha voluto dire, per molti - certo non per tutti - anche stare al mondo in un certo modo. Mi si obbietta che, per esempio, le filastrocche adolescenziali dei rapper sono lo spirito del nostro tempo. Già. Scagliarsi contro il mondo più o meno infame con il desiderio che finalmente quello stesso mondo ti noti e ti dia tanti likes e un po' di successo? E' questo? Tanti auguri.
La musica è finita? E se invece non fosse così? Scrivete voi da qualche parte che la musica è anche sudore, lacrime, lavoro. Scrivete voi che la musica è studio. Scrivete voi che la musica sopravvive, per esempio, in migliaia di giovani che si spaccano le mani per far suonare meglio uno strumento in attesa magari di entrare in qualche misconosciuta orchestra di musica classica. Scrivete voi che è dentro la testa e il cuore di un cantautore che ribalta per la centesima volta una frase o una melodia per farla girare in cielo un po' meglio. Scrivete voi che la musica vive nelle band che ancora ribaltano un rock o un blues in una sala prove.
Ah, intendo il proprio rock e il proprio blues, certo non con l'intenzione di diventare una parodia di chi ha successo da chiamare cover band. Sono loro la musica che vive ancora. E tra di loro troverete spesso il talento che nessuno mai conoscerà. E sono loro che spesso ai mie concerti vorrei abbracciare più forte. E di loro magari dovreste parlare di più. In nome di quel che ancora vive e magari ha un senso in questo nostro strano tempo di oggi.
Grazie per l'ospitalità. Un abbraccio e a presto.
Massimo Priviero

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