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NEWS   |   Pop/Rock / 31/10/2018

Trevor Horn, dai Buggles ai Dire Straits Legacy: conversazione con uno degli architetti del suono degli anni ’80 – INTERVISTA

Trevor Horn, dai Buggles ai Dire Straits Legacy: conversazione con uno degli architetti del suono degli anni ’80 – INTERVISTA

Per comprendere l’importanza di Trevor Horn si può prendere il calendario e tornare all’ottobre 1983. In quel mese uscirono due 45 giri epocali su cui Horn mise le mani, “Owner of a lonely heart” degli Yes e “Relax” di Frankie Goes To Hollywood. Frontman dei Buggles, quelli di “Video killed the radio star”, Trevor Horn è uno degli architetti del sound degli anni ’80. Produttore dietro a pezzi come “Buffalo gals” di Malcolm McLaren, “Slave to the rhythm” di Grace Jones, “The look of love” degli ABC, Mandela day” dei Simple Minds, “Crazy” di Seal e decine d’altri, è stato membro in varie stagioni degli Yes, per i quali ha firmato di recente “Fly from here: Return trip”. Ora è in tour con i Dire Straits Legacy, ovvero i musicisti che hanno suonato in varie incarnazioni della band di Mark Knopfler e che ne portano in giro il repertorio (saranno in Italia per nove concerti dal 20 novembre al 5 dicembre). Trevor Horn sarà anche keynote speaker della seconda edizione della Milano Music Week, la settimana dal 19 al 25 novembre dedicata al pop e alla sua filiera.

Negli anni ’80 le produzioni di Trevor Horn erano agli antipodi rispetto a quelle dei Dire Straits.
I Dire Straits non m’interessavano granché. Mi piaceva “Sultans of swing” e conoscevo i singoli, ma non avevo mai ascoltato un album intero, né sono mai andato a un loro concerto.

Che ci fai allora nei Dire Straits Legacy?
Ci sono entrato per amicizia e si è rivelata un’esperienza interessante. Sono andato a sentirmi i loro vecchi dischi e il mio rispetto per Mark Knopfler come autore e performer è aumentato a dismisura. Non è musica che puoi accompagnare jammando col basso, è un repertorio che devi imparare perché è complesso. Knopfler aveva un modo tutto suo di ribaltare i cliché del rock, in una sola canzone fondeva tre idee diverse, usava sequenze di accordi interessanti per creare variazioni. Molto intelligente.

Quali sono le canzoni che suoni con più piacere?
“Tunnel of love” e “Telegraph road”. Se ci pensi, è un po’ come suonare gli Yes, ma in versione country. E in tour facciamo anche “Video killed the radio star”.

Un trentenne canta con gli Spandau Ballet, Adam Lambert è il frontman dei Queen, Neil Finn sta con i Fleewood Mac, Trevor Horn suona “Romeo and Juliet”. Ma che tempi sono?
È un mondo strano, vero? Musicisti un tempo famosi non possono più suonare con il loro frontman, per un motivo o per l’altro. Ma restano musicisti, devono pur campare, che altro dovrebbero fare se non suonare?

Non c’è un po’ di retromania in tutto ciò?
Ma no, credo stia succedendo quel che è già accaduto alla musica classica. Per essere originali oggi i compositori colti devono scrivere roba molto strana. Lo stesso è accaduto al rock: la roba vecchia è fantastica ed è difficile trovare cose nuove altrettanto buone. E poi i ragazzi oggi fanno musica con computer e basi…

Pensi che l’era digitale in cui viviamo sia frutto di un’evoluzione partita negli anni ’80 con l’introduzione dell’elettronica, dei sintetizzatori, dei campionamenti?
Credo di sì. Solo che negli anni ’80 ci mettevi una vita a fare certe cose, la musica la costruivi pezzetto dopo pezzetto. Oggi ti basta comprare un software. Qualcuno mi ha chiesto: che cos’è il sound degli anni ’80? Per me è il suono di gente che suona assieme alla tecnologia, non che si fa sostituire da essa. Mettiamola così: una cosa è cucinare preparando ogni singolo ingrediente, un’altra è buttare in padella un piatto pronto. Negli anni ’80 eravamo chef, oggi sono tutti cuochi di roba surgelata.

«We’ve gone too far», diceva il testo di “Video killed the radio star”. Pensi che con il binomio musica-tecnologia si sia andati oltre?
Il cambiamento è inevitabile, ma è ancora tutto nelle mani degli artisti, se hanno idee da comunicare. La gente tende a dimenticarlo, perché oggi il pop è lo scrivono autori professionisti che sono dietro a tutti i successi degli ultimi anni. Li ho visti al lavoro nel mio studio, li conosco. Io quei dischi dove ogni canzone è studiata per essere un singolo di successo non li compro. Sono terribili.

Non ti piace, chessò, Max Martin?
Lo trovo molto intelligente, ma è un produttore di terza generazione. Non può impressionare uno che c’era all’epoca dei Beatles.

Nel 2019 uscirà il tuo nuovo album “Reimagines the Eighties” in cui rifai pezzi anni ’80 con ospiti come Robbie Williams, Seal, All Saints. Ci sono abbinamenti folli tipo “Brothers in arms” rifatta coi Simple Minds.
Quando la ascolterai la troverai ancora più folle. Amo quella canzone. Non doveva esserci nell’album, poi l’ho ascoltata per impararla per i Dire Straits Legacy. Hai presente quando entra il basso? Mi ha spiazzato perché pensavo che il pezzo fosse in sei ottavi e invece è in tre quarti. E infatti la mia versione è in sei ottavi, tipo musica celtica.

Che cosa accomuna le canzoni dell’album?
Un’orchestra di 65 elementi. Gli arrangiamenti li ha fatti Julian Hinton, con cui ho già lavorato per la colonna sonora per la serie di anime “The reflection” e per Renato Zero. Le canzoni, invece, le ho scelte in base ai testi. Non la prendo proprio in considerazione una canzone se ha un testo che non mi piace.

Quando si vuole sminuire la musica degli anni ’80 si dice che si tratta di musica di plastica. Tu hai intitolato il primo album dei Buggles “The age of plastic”…
Lo chiamai così perché qualcuno mi disse che aveva un suono plastificato. Ma io non ho mai preteso d’essere autentico. Non sono cresciuto a New Orleans suonando il jazz.

Quello dell’autenticità è uno dei grandi miti del rock. All’epoca il simbolo dell’autenticità era Bruce Springsteen.
Ma era anche lui un attore. Ascolta bene le parole di “Thunder road”: è la versione romantica della vita della classe operaia americana.

Il tuo sound anni ’80 ha qualcosa di freddo e una precisione che nel decennio precedente non c’era.
È perché l’oggetto della musica era freddo. Pensa alle band popolari negli anni ’70: suonavano una musica derivante dal blues o dal rhythm & blues. Quando sentivo i miei amici inglesi suonare il blues, chiedevo: ma perché? Questa è roba degli afroamericani, tu sei un ragazzo delle Midlands inglesi, non c’è una musica che sia più vicina alla tua esperienza? Una musica più autentica, per te?

Sei diventato popolare alla vigilia della rivoluzione dei video musicali. “Video killed the radio star” è il primo clip in assoluto passato da MTV in America ed è uno dei primi esempi di video con uno storyboard.
Onestamente, non ho mai provato grande interesse per i video. A differenza della musica, mi hanno annoiato molto in fretta. Il merito è tutto del regista Russell Mulcahy. La canzone andava benissimo e perciò la Island Records ci chiese di fare un video. Dissi a Geoffrey [Downes, dei Buggles, nda] che non avevo idea di come si facesse e che sarebbe stato meglio assoldare qualcuno che ci guidasse. Mi presentai un martedì mattina con la mia giacca d’argento e Russell mi disse che cosa dovevo fare, inquadratura per inquadratura. Quando finalmente vidi il video finale non mi piacque granché il modo in cui apparivo, ma il resto mi sembrava ottimo. Non sapevo che quel video annunciava un nuovo mondo.

I video con una storia non erano comuni. Al massimo c’era la band che suonava.
E sai perché? Perché i musicisti erano terrorizzati da qualunque cosa che non fosse suonare. Non hai idea di quanto temessero di compromettere la loro preziosissima coolness con qualcosa il cui esito era incerto.

So che stai lavorando a un musical intitolato “The robot sings”.
Sono anni che tento di scriverlo, ma credo di non essere portato e porta via troppo tempo. A questo punto credo che non lo faremo più e che io e Bruce [Woolley, già autore per i Buggles, nda] pubblicheremo un album con le canzoni che abbiamo composto. Uscirà a nome nostro… o qualcosa del genere.

Qualcosa tipo… Buggles?
[Ride e non risponde, nda]. Ci lavoriamo da così tanto tempo che una delle canzoni, che si chiama “The happy worker”, è finita nel film con Robin Williams “Toys”. Ed era il 1992!

(Claudio Todesco)

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