NEWS   |   Recensioni concerti / 11/10/2018

L’inno all’amore di Xavier Rudd: la recensione del concerto a Milano - SCALETTA

L’inno all’amore di Xavier Rudd: la recensione del concerto a Milano - SCALETTA

“Bello e bravo”, commentano alcune delle ragazze a ridosso delle transenne dell’Alcatraz, la discoteca milanese che ha accolto la terza tappa italiana di Xavier Rudd, dopo Roma e Bologna, dinnanzi al corpo scolpito e abbronzato del cantautore (e surfista) australiano. La formula non è delle più raffinate, ma rende bene l’idea: il polistrumentista dalla chioma leonina non scontenta nessuno. 

Quando il locale di via Valtellina è ormai colmo, Rudd si presenta, accompagnato dai suoi musicisti, su un palco scarno, che non offre distrazioni: niente schermi, niente scenografia, niente effetti scenici o giochi di luce particolari, in armonia con i piedi scalzi dell’artista e con quella semplicità schietta che il cantautore della terra dei canguri porta con sé a ogni live. Le prime note sono quelle allegre di “Honeymoon Bay”, dall’ultima prova di studio di Xavier Rudd, “Storm Boy”: dal disco più recente il musicista non attingerà troppo – le altre canzoni di “Storm Boy” saranno “Best That I Can”, “Growth Lines”, “Gather The Hands” e la title track -, con una scaletta che mescola sapientemente vecchio e nuovo. Chitarre, armonica e didgeridoo passano e ripassano tra le mani – e la bocca – di Xavier Rudd, che si cimenta anche alla batteria durante l’esecuzione dell’ipnotica “Lioness Eye”, prendendo il posto della bella Lisa Purmodh, addetta ai tamburi della formazione che accompagna il polistrumentista nel tour. Il didgeridoo, antico strumento a fiato degli aborigeni australiani, è ancora il principale compagno di viaggio dell’artista, diventato ormai un simbolo delle sue performance dal vivo e della visione del mondo che la voce di “Follow The Sun” incarna, fortemente legata agli antenati, alle origini del suo popolo, alla “Madre Terra” e alla sua sacralità. Con basso e tastiera presenti all’appello, gli unici strumenti di cui si sente la mancanza sono, nei pezzi tratti da “Nanna” - il suo album più reggae, uscito nel 2015, in collaborazione con gli United Nations – i fiati, che tanto davano a pezzi come “Come People” o “Flag”. Rudd compensa con la sua abilità nel creare connessioni con chi gli sta davanti, “attraverso la musica e attraverso l’amore”. “Scusate se non parlo italiano”, si dispiace, ma subito aggiunge, con un sorriso: “Non penso che abbiamo bisogno del linguaggio. Ci basta l’energia per comunicare”. E conclude, dando ai presenti pane per i loro denti: “Gli italiani hanno moltissima della più bella energia che c’è nel mondo”. 

Il pubblico italiano è per la maggior parte entrato in contatto con Xavier Rudd con “Spirit Bird” (2012), terzultimo album dell’artista, in particolare grazie a pezzi come, su tutti, “Follow The Sun” e “Spirit Bird”, entrambi presenti nella setlist ed entrambi richiesti a gran voce dai fan nel corso del live. “C’è un sacco di amore in questa stanza”, proclama il cantautore felice a metà del set. A Rudd piace parlare con il suo pubblico, raccontargli chi è, da dove viene e in cosa crede. E per spiegarsi meglio non fa a meno di simboli come la bandiera aborigena nera, gialla e rossa, che sventola in più occasioni sul palco. “While I’m Gone” conduce il live verso il suo epilogo: il pezzo si conclude con un lungo elenco di diversi luoghi del mondo, tutti quelli dove batte il cuore di Xavier Rudd e che sono, per lui, in fondo, un unico grande tutto. È questa la sensazione che, più di ogni altra, l’artista australiano voleva arrivasse al suo pubblico. E anche se c’è ancora qualcuno che gli grida “Saverio”, variopinta traduzione in italiano di Xavier, la missione sembra, grossomodo, compiuta.

 

Erica Manniello

 

Scaletta:

Honeymoon Bay
Rusty Hammer 
Come Let Go 
The Mother 
Come People 
Best That I Can 
Growth Lines 
Storm Boy 
Gather The Hands 
Breeze 
Walk Away 
Bow Down 
Flag 
Follow The Sun 
 

BIS

Lioness Eye 
Spirit Bird 
While I’m Gone 

 

 

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