Paolo Conte, la storia di “La ricostruzione del Mocambo” (1975). ASCOLTA

Una canzone al giorno da riscoprire durante le vacanze di Natale
Paolo Conte, la storia di “La ricostruzione del Mocambo” (1975). ASCOLTA

“La ricostruzione del Mocambo” di Paolo Conte (musica e parole di Paolo Conte)

Se Alexandre Dumas si accontenta di una trilogia e di un “Vent’anni dopo” per narrare i suoi moschettieri, Paolo Conte rilancia con una tetralogia alla Wagner, quella del Mocambo, e la allunga a trent’anni. Se c’è un narratore che può fregiarsi di un respiro romanzesco nell’ambito della canzone, non solo italiana, questo è Conte, paragonato a Salgari per la sua capacità di raccontare un altrove mai visitato, a volte esotico, per far sì, come spiega lo stesso avvocato astigiano, «che certe storie della nostra vita reale vengano trasferite in un teatro più lontano, più immaginifico, più fantasmagorico, per attutire il senso della realtà e avvicinarsi alla fiaba».

Il Mocambo originale è un locale hollywoodiano ritrovo delle grandi star del cinema negli anni Quaranta del Novecento.

Conte lo trasferisce in un’Italia di provincia e lo affida, con affetto, a un parvenu già fallito che, nel primo “Sono qui con te sempre più solo” (1974) riconosce: “Sempre stato ignorante, ma sono un bell’uomo e poi / so anche trattare, sono sempre elegante / e tu che hai studiato disprezzi il mio mondo e anche me”. L’amore è andato a rotoli, così come l’attività (“Io sono quello che aveva il Mocambo, un piccolo bar”) e l’unico conforto viene dal curatore fallimentare, figura chiave della saga, lo specchio di una sconfitta. “Oggi il curatore mi ha offerto un caffè / era meglio quello fatto da me / e lui mi ha sorriso, ha visto che ero un po’ giù / e si è chiuso in sé sempre di più”. Il protagonista tiene a far sapere, in una vampata di nostalgia, che il caffè del Mocambo era meglio di quello del curatore. Un anno dopo, come se la canzone non si fosse mai interrotta, arriva il secondo capitolo: “La ricostruzione del Mocambo”. “Dopo le mie vicissitudini / oggi ho ripreso con il mio bar / dopo un periodo di solitudini / il Mocambo, ecco qui, tutto in fior”. Riapre i battenti (forse per un prestito concesso dalle banche?), restano i problemi di incomunicabilità con la nuova fidanzata, in un contesto di mediocre solitudine, con l’alibi della lingua: “Ora convivo con un’austriaca / abbiamo comprato un tinello marron / ma la sera fra noi non c’è quasi dialogo / io parlo male tedesco, scusa, pardon”.

E torna la figura consolatoria del curatore, sempre pronto con un sorriso (mesto) e un caffè (così così): “Il curatore sembra un buon diavolo / oggi mi ha offerto anche un caffè / mi ha poi sorriso dato che ero un po’ giù / e siamo rimasti lì chiusi in noi sempre di più”. Nove anni dopo arriva la terza puntata, quella più piovosa e raffinata, “Gli impermeabili”, andamento sinfonico e parole strazianti. Non si tratta più di un bar (dalle serrande abbassate da chissà quanto), ma di una vita, e nemmeno l’ennesimo caffè del curatore può riscattarla: “Scendo giù a prendermi un caffè / scusami un attimo / passa una mano qui, così / sopra i miei lividi / ma come piove bene sugli impermeabili / e non sull’anima”.

A sorpresa, nel 2004, Conte affida all’album “Elegia” la quarta e ultima escursione con “La nostalgia del Mocambo” e la racconta così: «Il vecchietto del Mocambo adesso è arrivato alla quarta moglie, una francese.

Ma lui si inventa sempre il profumo di rumba intorno a sé. E la francese, chissà, magari è stata la cassiera di un locale concorrente al Mocambo». E si chiude con la tristezza dell’illusione di una visita: “Drin, hai sentito? Han suonato / È aperto il portone? Prepara il caffè / Di nuovo ha suonato, nervoso, drin drin / vai più veloce Jeannine ad aprire la porta e nascondi i patìn”. Ma il vecchio proprietario del Mocambo è ormai dimenticato da tutti: “Lo so, c’è nessuno, è uno scherzo / saranno i ragazzi del '73 / torniamo in tinello e beviamo / ce lo meritiamo il nostro caffè”. Di tutta la saga del Mocambo resta solo il caffè. E il tinello, marron.

Estratto da "I migliori anni della nostra musica. Un secolo di cantautori in 200 canzoni" di Federico Pistone, Arcana edizioni. (C) Lit edizioni di Pietro D'Amore s.a.s. Per gentile concessione
 

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