Antonello Venditti, la storia di “Mio padre ha un buco in gola” (1973). ASCOLTA

Una canzone al giorno da riscoprire durante le vacanze di Natale
Antonello Venditti, la storia di “Mio padre ha un buco in gola” (1973). ASCOLTA

“Mio padre ha un buco in gola” di Antonello Venditti (musica e parole di Antonello Venditti)

Ha 24 anni, due album alle spalle e quarantacinque nel futuro, quando incide il suo capolavoro di creatività, coraggio e intimità.

Poi Antonello Venditti decide di cambiare rotta, creando canzoni piacevoli e di successo, rinunciando al potenziale di uno dei più intensi artisti italiani. Una voce possente e appuntita, un approccio al pianoforte che passa dal delicato al selvaggio, soprattutto la capacità di restituire con la stessa disinvoltura immagini dolcissime, come in “Le tue mani su di me” (“È difficile chiamarti amore / quando il mondo sta vivendo sul tuo corpo innamorato la sua vanità”) o “Le cose della vita” (“Per te che hai scelto sempre me da santo e da assassino”), e invettive feroci come in “Mio padre ha un buco in gola”. È lo sfogo senza compromessi di un adolescente, lo stesso Antonello, frustrato dall’obesità giovanile e dalle figure autoritarie dei genitori, svelate anche nell’inquietante autobiografia del 2009 L’importante è che tu sia infelice, frase che la “professoressa madre” gli ripeteva ossessivamente, «bocciandomi sempre con un 4, a scuola e nella vita».

A 14 anni Venditti ha già composto “Roma capoccia”, di nascosto dai suoi naturalmente. Il padre, Vincenzo, che diventerà vice prefetto di Roma (durante un comizio griderà all’altoparlante: «Antonello, non fare il cretino, vai a casa»), ha davvero un buco in gola prodotto da un proiettile di rimbalzo durante la Seconda guerra mondiale. La canzone, come spiega lo stesso autore, «è un montaggio delirante, come in un film di Tarantino, ha un linguaggio legato alla fotografia e al cinema». Ma c’è molto di più in quella spietata requisitoria solo piano e voce, che diventa il manifesto per tanti giovani incompresi e ribelli. Coinvolge perfino la nonna che “è una brava signora ma nonostante tutto è morta / cucinava con troppo amore e mi faceva ingrassare / e io, io crescevo bene, grosso come un maiale / studiavo come un matto per fare onore all’onore”. La conclusione è tragica, quasi splatter, con il ragazzo che stermina la famiglia e viene internato in manicomio: “Se c’è del sangue sul muro qualcuno s’è vaccinato / No, signor dottore io sono rimasto a letto / ma la camicia di forza ha uno strappo sul collo”.

Estratto da "I migliori anni della nostra musica. Un secolo di cantautori in 200 canzoni" di Federico Pistone, Arcana edizioni. (C) Lit edizioni di Pietro D'Amore s.a.s. Per gentile concessione

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