Francesco Guccini, la storia di “La locomotiva” (1972). ASCOLTA

Una canzone al giorno da riscoprire durante le vacanze di Natale
Francesco Guccini, la storia di “La locomotiva” (1972). ASCOLTA

“La locomotiva” di Francesco Guccini (musica e parole di Francesco Guccini)

Roberto Leydi, l’Alan Lomax della musica italiana, l’ha definita la più bella canzone popolare del nostro Dopoguerra.

La locomotiva ha sfiancato una generazione di strimpellatori adolescenti, e di sventurati ascoltatori, con più di otto minuti di ossessionante Do Sol7 Do, Fa Sol7 Do, e un Mi e un La minore giusto per non addormentarsi sulle corde. Una ballata che più ballata non si può per Francesco Guccini che la inserisce come seconda traccia del suo album “Radici”, piccolo scrigno di grandi gioielli senza tempo, come le nostalgiche “Incontro” e “Un vecchio e un bambino”, la rancorosa “Piccola citta”̀ dedicata alla sua città adottiva Modena e l’onirica “Canzone della bambina portoghese”. Ma è “La locomotiva” ad accompagnare Guccini per tutto il suo percorso musicale, tanto che viene proposta puntualmente alla fine di ogni concerto “accelerata di sei volte” per evitare abbiocchi.

La canzone comincia con una bugia: “Non so che viso avesse neppure come si chiamava”.

Si chiamava Pietro Rigosi, aveva 28 anni, padre di due bambine e di mestiere era macchinista di treni. Informazioni che Francesco conosce bene, dopo aver scartabellato i diari ottocenteschi di operai bolognesi che raccontano la drammatica vicenda. Ed ecco un’altra bugia, chiamiamola licenza poetica: “Conosco invece l’epoca dei fatti. i primi anni del secolo”. No, la vicenda risale al 20 luglio 1893 ed è riportata fedelmente dalle cronache. Francesco Guccini non ha finito di ingannarci: “Non so che cosa accadde perché prese la decisione / forse una rabbia antica, generazioni senza nome”. Il perché invece è chiaro: la paga da fame, gli orari scellerati, la rabbia per le ingiustizie sociali che portarono il ferroviere all’insana decisione, impadronirsi di una locomotiva, la numero 3541 della Rete Adriatica, da dirigere a tutta velocità – parliamo di 50 chilometri all’ora che per l’epoca era un Frecciarossa – contro un treno di lusso che transitava alla stazione di Bologna con “gente riverita. velluti, ori”. “Correva l’altro treno ignaro e quasi senza fretta / nessuno immaginava di andare verso la vendetta / ma alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno / notizia d’emergenza, agite con urgenza / un pazzo si è lanciato contro il treno”. Lo scontro e la strage sembrano inevitabili, ma, come in un thriller, i responsabili delle Ferrovie italiane riuscirono all’ultimo momento a deviare la locomotiva su un binario morto e così: “Con l’ultimo suo grido d’animale / la macchina eruttò lapilli e lava / esplose contro il cielo poi il fumo sparse il velo / lo raccolsero che ancora respirava”.

Anche qui Guccini, da buon cantastorie, si diverte a trasformare la realtà, facendo credere che il “vendicatore” della locomotiva sia morto dopo l’incidente e invece Pietro Rigosi sopravvisse, nonostante le gravi ferite e l’amputazione di una gamba. Resta una canzone leggendaria e anarchica, accostabile per epoca e modalità a una popolare ballata americana, “The Wreck of the Old ’97”: in questo caso il macchinista, pure lui vessato dal padrone, deve recuperare il ritardo per una consegna ferroviaria urgente. Finisce anche qui, in Virginia, tra “lapilli e lava”: “Abborda la curva a novanta miglia all’ora e il fischio del treno diventa un grido, lo trovarono fra le macerie con la mano sull’acceleratore, bruciato a morte dal vapore”. E ancora una volta, fatalmente, per Guccini l’America si sposta sull’Appennino. O viceversa.

Estratto da "I migliori anni della nostra musica. Un secolo di cantautori in 200 canzoni" di Federico Pistone, Arcana edizioni. (C) Lit edizioni di Pietro D'Amore s.a.s. Per gentile concessione

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