NEWS   |   Italia / 04/11/2018

Grandi canzoni di grandi cantautori: “Ti te se’ no” di Enzo Jannacci (1964). ASCOLTA

Grandi canzoni di grandi cantautori: “Ti te se’ no” di Enzo Jannacci (1964). ASCOLTA

“Ti te se’ no” di Enzo Jannacci

«Sono i sogni che fa un operaio di periferia quando va nel centro di Milano», spiega Ugo Tognazzi, accomodato al tavolo dell’osteria con una splendida Giovanna Ralli mentre il cantastorie Enzo Jannacci sullo sfondo strimpella “Ti te se’ no”. È l’ideale colonna sonora del film “La vita agra”, girato nel 1964 da Carlo Lizzani ricavandolo dal libro omonimo scritto due anni prima da Luciano Bianciardi. È la Milano del boom economico, della classe operaia, della nebbia, delle tensioni sociali. È sicuramente “La Milano di Enzo Jannacci”, il titolo del primo di 24 album di quello che è stato forse il più intenso tra i cantautori italiani, «il più grande in assoluto» secondo Paolo Conte. Come per Gino Paoli, il disco d’esordio resta il capolavoro, anche se – anzi, soprattutto perché – i brani sono tutti in milanese stretto. Dario Fo, Franco Fortini, Fiorenzo Carpi, Giorgio Strehler ci mettono volentieri lo zampino, sconfinando eccezionalmente dai territori colti alla musica leggera, perché capiscono che quella di Jannacci è letteratura, con un po’ di musica addosso. Sono storie di amore e disperazione, di umiltà e riscatto, travestite da ballate a volte grottesche come “El purtava i scarp del tennis”, con l’improbabile dialogo tra un barbone e un “bauscia” che gli ha dato un passaggio in auto (“Che anca mì, mì go avù il mio grande amore / roba minima, s’intend, roba da barbun”). O come “Andava a Rogoredo” (romanzo di un uomo a cui una donna ha rubato il cuore ma anche i danée), oppure Prendeva il treno (“Per non essere da meno / prendeva il treno per sembrare un gran signor”). Ci sono le trame struggenti come “E l’era tardi” con il povero cristo che ha bisogno di “mila franc” per pagare una bolletta e prova a bussare a Rino, vecchio amico bersagliere, ma l’esito è amarissimo: “E mi’l savevi l’era tardi per disturba’ la gent / ciapà magari a fa’ l’amur, la gent che la g’ha i so’ impegn” (“Sapevo che era tardi per disturbare la gente, mentre magari sta facendo l’amore, la gente che ha i suoi impegni”). E come le “militaresche” “Senza de ti” e “M’han ciamaa”. Fino a tornare alla vetta narrativa di “Ti te se’ no” (Tu non lo sai), i famosi “sogni di un operaio di periferia” di Tognazzi. C’è la paura di non farcela: “Che bell che’l g’ha de vess / vess sciuri con la radio noeva / e in de l’armadio la torta per i fieou” (“Che bello sarebbe essere dei signori con la radio nuova e nell’armadio la torta per i bambini”). Lo stupore e l’emozione di ammirare il grande gioco: “Gh’è pien de lus che par vess a Natal” (“Ci sono talmente tante luci che sembra di essere a Natale”). E l’illusione di far parte del grande gioco: “Ma mi, quand’in voot or torni a ca’ de botega / nascondi la cartela con denter i me strasc / me lassi la giachetta come te me dì tì / camini per Milan, me par de ves un sciur” (“Ma quando sono le otto, torno a casa dal lavoro, nascondo la cartella con dentro i miei stracci, mi allaccio la giacca come mi hai insegnato tu, cammino per Milano e mi pare di essere un vero signore”).

Estratto da "I migliori anni della nostra musica. Un secolo di cantautori in 200 canzoni" di Federico Pistone, Arcana edizioni.
© 2018 Lit Edizioni Srl. Per gentile concessione

Già pubblicate:
“Ritornerai” di Bruno Lauzi
“Mi sono innamorato di te” di Luigi Tenco
“Il cielo in una stanza” di Gino Paoli

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