La fine delle Luci della Centrale Elettrica: parla Vasco Brondi – INTERVISTA

La fine delle Luci della Centrale Elettrica: parla Vasco Brondi – INTERVISTA

Vasco Brondi mette fine al progetto Le Luci della Centrale Elettrica. Lo ha annunciato in un post su Facebook: “Sento oggi di poter chiudere un progetto nato all’improvviso e con stupore dieci anni fa e che si è evoluto tantissimo nel tempo, cambiando insieme a me, regalandomi anche un ‘futuro inverosimile’. È arrivato il momento di alleggerirsi, di ripartire in altre direzioni e di farlo senza questo nome, credo sia rispettoso non utilizzarlo solo come sostegno o scudo”. L’annuncio arriva due giorni prima della pubblicazione del doppio album antologico + live in studio “2008/2018 Tra la Via Emilia e la Via Lattea” e prima di un tour teatrale che partirà a metà novembre. Abbiamo chiesto a Vasco perché finisce la storia delle Luci e qual è il bilancio di questi dieci anni.

Nel post in cui annunci la fine delle Luci scrivi che non riesci a spiegarti del tutto il motivo. Vuoi provarci adesso?
È la prima volta che ne parlo a voce alta e potrei dire cose confuse o contraddittorie. Posso dirti questo: sento l’esigenza di chiudere un capitolo e di liberarmi di un peso.

Un peso?
Sì, perché anche le cose preziose pesano. Parlo di immaginario. Questo nome, Le Luci della Centrale Elettrica, si porta dietro un immaginario forte. Ora voglio ripartire dal niente, voglio avere di fronte a me un foglio bianco, voglio provare la sensazione di non avere niente da rispettare. Forse lo faccio perché mi piace mettermi in difficoltà e farmi traballare, forse per ripensare il mio modo di rapportarmi a questo mestiere. Abbandonare il nome è un fatto sia formale, sia sostanziale.

Hai la sensazione che si sia chiuso l’arco narrativo delle Luci, che è partito da storie della periferia di Ferrara ed è arrivato ad abbracciare tutta la “Terra”?
Non saprei, anche perché le scelte che faccio sono a livello pre-analitico.

Me lo dici tu, quando uscirà un altro disco. Però probabilmente sì, qualcosa si è chiuso. Ho percorso questo cammino allargando sempre di più i 3 minuti di una canzone. Cioè, sono rimasti 3 minuti, ma è come se li avessi dilatati per metterci dentro più strati, dal punto di vista sonoro e dell’immaginario. Sono partito che in 3 minuti ci mettevo un chilometro quadrato di città e quattro amici e sono arrivato al punto di metterci un milione di persone e un intero continente. Sono andato ampliando il pozzo delle cose da cui attingo per scrivere canzoni e credo che questo processo continuerà. La mia voce resterà la mia voce.

Quando hai maturato la decisione?
Quest’anno, mentre preparavo la raccolta per il decennale. In realtà non l’ho maturata. Un giorno, stavo camminando, e questa sicurezza mi ha sfiorato. Non ne avevo mai parlato prima con nessuno, non con manager, produttore, etichetta. Nemmeno fra me e me. Camminavo, mi sono fermato e in quel momento mi sono convinto. Mi è apparsa come una certezza, una cosa che solitamente non mi appartiene, perché vivo nel dubbio.

Continuerai usando il nome Vasco Brondi?
Ma, guarda, su questo non ho ragionato tanto. La libertà di cambiare nome implica anche la libertà di usare un altro nome di fantasia.

Cosa pensi o cosa speri che il progetto Le Luci della Centrale Elettrica abbia lasciato?
Spero di avere lasciato una possibilità. Ho dimostrato che c’è un spazio per cominciare a far musica senza avere nessuno dietro, lavorando intanto come barista, fare un percorso intimo e profondo, intercettare l’hype, superarlo e diventare popolare. Dico popolare perché oggi chiudo il progetto Le Luci della Centrale Elettrica nel momento di massimo seguito. Per risponderti, ho dimostrato che si può fare la propria strada senza farsi troppo distrarre.

Non pensi che ci sia una qualche eredità anche sul linguaggio della canzone, sull’onda di quanto fatto dal primo De Gregori o da Ferretti che non a casa interpreti nel doppio album?
Ho lavorato sulla scia di De Gregori, Ferretti, Afterhours, che mi hanno aiutato a trovare una voce.

Il mio primo demo era respingente. Se l’avessi spedito a Rockol non sarebbe neanche stato vagliato. All’epoca le cose più ascoltate erano Yuppie Flu, Canadians, Giardini di Mirò, Julie’s Haircut. Insomma, un altro mondo. Ed ecco che esce una cosa sgraziata come la mia, cantata in italiano mentre faceva figo non dire le cose chiaramente e dirle addirittura in inglese maccheronico. Era una cosa seria, credibilmente seria, quando il mondo dell’indie era tutto maglie a righe e spillette. Io, poi, quell’immaginario indie neanche lo conoscevo. Ero fermo agli anni ’90 e forse è stata una fortuna. Sono arrivato nel 2008, ma per me era il 1992. Quella che stavo facendo sembrava nuovo, in realtà era vecchissimo. Però ha avuto un impatto forte e nel bene e nel male ha lasciato una traccia. Ha dimostrato che puoi parlare delle cose che conosci con le parole che sai. Che parlare del tuo piccolo mondo va benissimo e questa è una cosa che ho imparato dai CCCP.

E hai ribadito che si possono scrivere canzoni usando un linguaggio che predilige le immagini alla narrazione lineare…
L’ho fatto perché venivo dalla letteratura, conoscevo a memoria Ginsberg e Kerouac, la poesia italiana. Per me era un linguaggio normalissimo. Nella musica, dove tutti sono ignoranti come capre, compresa la maggior parte dei giornalisti, sembrava che stessi scrivendo cose assurde e senza significato. A me questa cosa sbigottiva. Ragazzi, non è prosa, è poesia. E la poesia è un linguaggio diverso e più fragile, che puoi anche prendere per il culo. Mi sono scontrato con cinismo e ignoranza. Questo linguaggio ha però avuto un impatto molto forte in chi o non si faceva domande o ci ritrovava dentro riferimenti a cose che gli erano sempre piaciute. Già nel 2008 ai miei concerti venivano i cinquantenni, che è una roba assurda.

Interessante questa cosa perché il repertorio delle Luci è, perdonami la brutta parola, generazionale. Tante tue canzoni raccontano un mondo e un’età precisa.
Questa cosa è accaduta senza che me ne rendessi conto.

Ero convinto di aver scritto cose che riguardavano me e miei quattro amici. Mi sono accorto che parlando di quel che conosci bene riesci a essere universale. È stata una scoperta notevole. È stato incredibile andare in posti di cui neanche sospettavo l’esistenza e trovare ragazzi che cantavano canzoni che mai pensavo avrebbero varcato la soglia della mia camera. La grande forza dell’arte è quella di essere inconsapevolmente – perché se lo è consapevolmente non lo è – documento storico. Come “Altri libertini” di Tondelli, che è stato scritto di lampo e di furia ed è un documento storico di quella generazione pur non avendone la pretesa. Ci ha lasciato uno spaccato che vale di più dei quotidiani d’epoca. Se qualcosa che ho fatto ha avuto un impatto simile non posso che esserne lusingato.

Un’altra cosa: le tue canzoni sono piene di luoghi molto precisi. È una cosa un po’ americana, se vuoi: loro raccontano i personaggi anche attraverso il contesto, noialtri italiani ci raccontiamo l’interiorità.
È vero, a volte i miei dischi sono cartine geografiche. Amo le canzoni che sono macchine dello spazio-tempo, canzoni che ti fanno vedere un posto. Ne parlavo con Massimo Zamboni. Mi diceva: io provo ad ascoltare la musica che c’è su Pitchfork e l’unica cosa che mi figuro è un ragazzo o una ragazza davanti a un computer che fa questa musica, non mi porta da nessun altra parte, visualizzo solo l’atto claustrofobico della scrittura. E io condivido al 100%.

La band con cui hai inciso il live in studio è la stessa con cui farai il tour teatrale. Chi c’è con te?
Rodrigo D’Erasmo degli Afterhours ha curato gran parte degli arrangiamenti.

Alle percussioni c’è Daniel Plentz dei Selton che ha fatto le ritmiche di “Terra” e che in tour si alternerà con Anselmo Luisi, che fa anche spettacoli di body percussion. A me i batteristi piacciono solo se sono atipici. Ci saranno anche Gabriele Lazzarotti al basso, che suona da una vita con Silvestri, Andrea Faccioli alla chitarra, Daniela Savoldi al violoncello. Come sul disco, si passerà dalla piccola orchestra con archi e percussioni a svuotarsi e diventare chitarra e voce o piano e voce. E ci saranno letture.

Tratte dal libro “Le Luci della Centrale Elettrica” che uscirà in novembre per La Nave di Teseo?
Anche da quello. È una specie di diario-fanzine-album fotografico-zibaldone che ho fatto con Tiziana Lo Porto. È un mio lungo monologo in prima persona su questi dieci anni, ma è coloratissimo, è grande e quadrato, ha foto, illustrazioni, locandine. E interventi di artisti che ho incrociato e che raccontano i nostri incontri: Manuel Agnelli, Francesco De Gregori, Jovanotti, Daria Bignardi, Davide Toffolo.

E quindi la data a Milano del 14 gennaio al Teatro Nazionale sarà l’ultima in assoluto in cui sarà possibile vedere Le Luci della Centrale Elettrica dal vivo?
Sì, l’ultima.

(Claudio Todesco)

Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti
La fotografia dell'articolo è pubblicata non integralmente. Link all'immagine originale

© 2021 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.