Nick Mason a Milano fa rivivere i Pink Floyd: i Saucerful of Secrets visti con gli occhi del fan

Nick Mason a Milano fa rivivere i Pink Floyd: i Saucerful of Secrets visti con gli occhi del fan

C’è stato un tempo in cui i Floyd si potevano permettere di essere meravigliosamente imperfetti; il 20 settembre, a Milano, Nick Mason e la sua super band hanno dimostrato che cinquanta anni non sono niente e che sbagliare è bello (con buona pace per il perfezionismo scenico di Roger Waters e la ricerca dell’esecuzione “like in studio” di David Gilmour!).

Il teatro degli Arcimboldi ha ospitato 2346 floydiani festanti e sorpresi (non tutti) dai pezzi proposti. L’atmosfera in Viale dell'Innovazione, chiassosa e vivace, ha visto radunarsi tanti (fortunati) fan provenienti da tutta Italia, molti dei quali, compreso il sottoscritto, troppo giovani per aver assistito alle prime esibizioni della formazione originaria dei Pink Floyd.

Al di là della musica suonata, va sottolineato con forza che il buon vecchio Nick ha pagato il suo pacato tributo a tutti gli altri ragazzi di Cambridge e del Poly: a Roger e David con due sagaci battute, a Richard Wright per il tramite del genero Guy Pratt e al Diamante Pazzo dicendo “Senza Syd nessuno di noi sarebbe qui questa sera” (come dargli torto?).

Sul palco, ben preparato con la batteria al centro e con un allestimento moderno ma dagli spiccati richiami ai primi anni della band inglese, cinque grandi professionisti hanno suonato diciannove pezzi per divertire il pubblico ma, al tempo stesso, divertirsi alla grande e, soprattutto, permettersi di sbagliare.

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Mi spiego meglio: durante l’esecuzione di "Set the Controls for the Heart of the Sun", ad esempio, Pratt ha completamente sbagliato le parole all’inizio; ha tirato fuori il primo verso non so da dove, poi si è girato verso gli altri ridendo (magari pensando che tanto non se ne sarebbe accorto nessuno) e ha proseguito aggiustando il tiro. Chissà se il caro saggio Nick lo ha redarguito a fine serata, non oso pensare a cosa avrebbe potuto fare Roger Waters se fosse successo 50 anni fa… (al tempo cantava lui questo pezzo, non avrebbe sbagliato di certo).

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Al di là di questo piccolo e divertente inconveniente, la serata si è aperta con un uno-due di assoluto rilievo: "Interstellar Overdrive" e "Astronomy Domine"; l’energia sul palco era tantissima e il pubblico ha accolto entrambi i pezzi con una ovazione degna di uno stadio.

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Il periodo coperto dalla scaletta dei brani va dal 1967 al 1971 (considerando gli anni di uscita degli album in cui sono inseriti i pezzi suonati) che, oltre a far sembrare questo mini tour il giusto compimento del cofanetto “The early years”, completa la copertura dal vivo realizzata dai singoli membri dei Pink Floyd: Mason fino al 1971, Waters fino al 79 e Gilmour fino al 1994. Divertente riscontrare come tutti e tre abbiano suonato “One of These Days” nei, recentissimi, rispettivi tour. Almeno su questo sono tutti d’accordo!

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Dopo quasi due ore di buona musica di annata che ancora “tiene botta” come se fosse stata appena impressa nei solchi di un vinile, il concerto si chiude con una profetica “Point Me at the Sky”: “…And if you survive till two thousand and five…”.

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Nel 2005 ci fu l’ultima esibizione dei Pink Floyd con la line up completa e, nel 2006, Barrett ci ha lasciati seguito due anni dopo da Wright; ad averlo saputo prima, nel lontano 17 dicembre 1968, i Pink Floyd avrebbero dovuto pubblicarla con una indicazione temporale, nel testo, più ampia di qualche millennio… Tutti i loro fan gli sarebbero stati immensamente grati.

Tra qualche millennio, ne sono certo, si parlerà ancora dei Floyd che rimarranno comunque grandi agli occhi della storia.

Love

Fabio Floyd Flecchia

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