Il "flow state" di Tash Sultana: la recensione del concerto di Milano

Il "flow state" di Tash Sultana: la recensione del concerto di Milano

Una pedana rialzata a centro palco è coperta da un tappeto ed è sormontata da ogni tipo di strumento: diverse tastiere, una loop station, una drum machine e una batteria, una tromba, due sostegni per chitarre e una enorme pedaliera: “Non non ne ho mai vista una così grossa”, mi dice ammirato un amico che lavora da anni nella musica. Il palco è adornato da un telo con un mandala e da diversi oggetti colorati, sullo sfondo si accendono cinque schermi verticali. Benvenuti nel santuario musicale di Tash Sultana. 
Sono passati solo due anni da quando pubblicava una canzone registrata in camera da letto, con la loop station appoggiata su due cassette della frutta impilate, totalizzando milioni di visualizzazioni su YouTube. Ma non è cambiato il concetto: fa musica suonando ogni strumento possibile, costruendo brani con frammenti stratificati l’uno sull’altro. E’ partita dalla sua Australia e ora gira il mondo con concerti sold-out: anche in Italia, solo un anno fa suonava in locali da qualche centinaia di persone e ieri, 29 settembre, ha esaurito il Fabrique (3000 persone), con biglietti introvabili da settimane.

Tash Sultana è la sintesi del vecchio e del nuovo mondo musicale: una gavetta fatta di strada e concerti, un talento musicale purissimo, e qualcuno sempre vicino a riprenderla per i suoi milioni di follower - grazie a cui è arrivata ad un contratto con una major, la Sony che ha da poco pubblicato l’album d’esordio “Flow state”.

Aprono i conterranei Pierce Brothers: autori di un folk rock che scalda il pubblico: sull’ultimo brano è un trionfo, come se fossero gli headliner. Poi arriva Tash: minuta, piedi scalzi, il solito cappellino da baseball calato in testa sui lunghi capelli. Inizia con la chitarra,  il suo strumento d’elezione, e inizia a costruire “Big smoke”, pezzo dopo pezzo, loop dopo loop. 

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Poi passa alle tastiere, con “Gemini”, per poi tornare alla chitarra: in due ore e passa di concerto userà ogni strumento a sua disposizione. Lo schema di alternanze tra chitarre e suoni sintetici si ripete per tutto lo show, un “Flow state”, come il titolo del disco - un lungo flusso musicale senza quasi soluzione di continuità, fatto di lunghe jam e improvvisazioni, rese ancora più psichedeliche dai visual sullo sfondo. Tash suona più che cantare - la prima mezz’ora è quasi tutta strumentale - e parla poco: una battuta fatta in italiano al suo roadie (“Ha una vagina enorme”) diventa quasi un tormentone.

Il suo “metodo” non è nuovissimo: a tratti ricorda il folk-rock arrabbiato di Ani DiFranco, a tratti i cantautori contemporanei che costruiscono canzoni con una pedaliera e una loop station (Ed Sheeran è arrivato a riempire gli stadi, così). Ma il talento è unico: Tash Sultana radicalizza questo modo di suonare, portandolo agli estremi. Il suo pregio è anche il suo limite e spesso finisce per abbandonare completamente la forma-canzone, di cui si perde ogni traccia in diversi momenti dello show. 
Ma funziona, eccome se funziona: il pubblico - molti stranieri in platea, che seguono Tash Sultana nei suoi tour - entra con lei nella trance e balla, rapito per tutta la durata dello show. Il bello di una serata come questa è vedere una platea così numerosa, di quelle di solito riservate a show più convenzionali, dedicata invece a una musica fuori dagli schemi. 

(Gianni Sibilla)

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